Arkansas. La tenace sincerità di una storia personale di fatica, di luce e di vita

Il libro di Chiara Tagliaferri racconta un viaggio lungo nove anni verso una maternità che si realizza infine attraverso la gestazione per altri

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Arkansas, stato meridionale degli Stati Uniti, posto in cui le donne hanno “unghie curate, facce arrese” è il luogo in cui Chiara Tagliaferri è diventata madre, e il nome del memoir in cui racconta la sua storia. Arkansas (Mondadori) è anche un incantesimo, un viaggio lungo nove anni verso una maternità che si realizza infine attraverso la gestazione per altri. È un incantesimo sia per il senso di desiderio impossibile che trasmette, sia per la lingua con cui è scritta questa storia, che alterna grandi desideri a pensieri comuni, a volte meschini – ed è (anche) questo che la rende commovente, umana, generosa. Ha un ritmo ipnotico, che riassume a volte in poche righe efficaci anni di frustrazioni e poi dilata alcuni dettagli, giorni appuntati in forma di diario, dettagli, sensazioni – come le unghie delle donne americane, e le carni che restano appese nel reparto macelleria e “gocciolano sangue nelle confezioni di plastica”.
Tagliaferri non risparmia di sé le parti brutte, quelle in cui butta all’aria o pensa di buttare all’aria i principi, anche autoimposti, né risparmia le contraddizioni o frasi che potrebbero prestarsi ad attacchi, su una questione incendiaria quale è la maternità e ancora di più la GPA. Pur muovendosi su un terreno in cui è quasi inevitabile essere esposte a critiche, il racconto è fondato su una tenace sincerità e consapevolezza di sé – dei propri limiti, delle scelte passate, dubbi e vulnerabilità. “Se capita sono felice, ma adesso ci sono i libri, parto continuamente. Te ne dovresti occupare tu”, dice il marito, anni prima riguardo all’idea di fare un figlio. “E io, che non voglio occuparmi proprio di niente che non sia me stessa, ho scrollato le spalle: non capiterà”, dice la narratrice. Passano gli anni e le cose cambiano, come succede nella vita, che è lontana dalla cristallina semplicità del mondo delle idee.
L’idea della gestazione per altri arriva a Chiara dopo tre tentativi di procreazione medicalmente assistita eterologa, cioè con l’ovulo di una donatrice. Un quarto ciclo sarebbe insostenibile per la protagonista, che legge un articolo sulla GPA, e anche se l’articolo le chiama “mamme in affitto”, le gestanti “rivendicano la forza della loro scelta spogliandola dalla retorica della gratuità”. Il marito Nicola è subito d’accordo.
L’esempio che hanno è quello di una coppia omogenitoriale, due amici che si sono affidati a una clinica californiana. Per loro è stata un’avventura tutto sommato serena. Anche Chiara e Nicola scelgono l’America perché è il paese, fra quelli in cui la GPA è legale, che tutela di più la gestante. La legge californiana prevede che la donna che porta a termine la gravidanza abbia già almeno un figlio, una rete sociale, un lavoro. La gestante non dovrebbe essere quindi in situazione di grave necessità economica – anche se un lavoro non impedisce di essere poveri. A ogni passaggio di questo percorso la riuscita sembra impossibile, l’impresa disperata. I soldi, la pandemia, altri soldi - un’intermediaria, la clinica a San Diego, l’avvocato, l’assicurazione, il compenso. Anche se sappiamo che Lula, la bambina di Chiara e Nicola, infine è arrivata, quando arriva davvero sembra un miracolo anche a noi ed è commovente. La parte che viene dopo è la storia di un amore materno, una storia semplice e tenera, quasi disarmante: “Noi tre siamo il presente”. Una storia che riesce a seminare dubbi anche nelle certezze e a problematizzare questioni ideologiche - con la forza della realtà e dei legami. La figlia di Chiara è nata otto mesi prima che la GPA fosse resa “reato universale”, ma anche se intreccia un tema politico non davvero risolto, questa è soprattutto una storia personale, di fatica, di luce e di vita.