La “trappola” cinese

Giulia Pompili

Roma. Quando martedì scorso il neo primo ministro malaysiano, Mahathir Mohamad, davanti al suo omologo cinese Li Keqiang a Pechino, ha avvertito la Cina dei rischi di un “nuovo colonialismo”, tutti si sono un po’ allarmati. Perché il grande vecchio della Malaysia Mahathir stava dicendo quello che in molti pensano, da quando è stata lanciata l’iniziativa della Nuova Via della Seta, il mastodontico progetto di infrastrutture, finanziamenti e influenza che dovrebbe trasformare Pechino nel nuovo ago della bilancia geopolitica mondiale sfruttando la cosiddetta “trappola del debito”. Quando non parliamo di paesi in via di sviluppo o indebitati, i problemi sono altri: l’Australia da anni fa i conti con la presenza sempre più ingombrante di Pechino nel dibattito pubblico, e qualche giorno fa il governo di Canberra, seguendo le decisioni già prese da Washington, ha vietato ai due colossi cinesi Zte e Huawei di fornire tecnologia per il 5G.

 

Alla luce del dibattito internazionale sul ruolo della Cina in questa sorta di “nuovo colonialismo”, c’è qualcuno che si è interrogato anche sul rinnovato amore italiano nei confronti di Pechino. La situazione è ben lontana da quella del 2006, quando il governo italiano era guidato da Romano Prodi, uno dei politici più stimati in Cina. Non solo perché il governo gialloverde ha idee piuttosto contraddittorie sul sovranismo e sulle alleanze da difendere – neanche un mese fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte era alla Casa Bianca a ribadire l’alleanza tra Italia e America. Ma anche perché negli ultimi dodici anni è la potenza asiatica a essersi trasformata: la Cina di Xi Jinping non è più quella di Hu Jintao. Alla visita del ministro dell’Economia Giovanni Tria a Pechino segue quella più strategica del sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, che l’altro ieri, in un’intervista ad Agi, ha spiegato: “Ai cinesi andiamo a proporre cooperazione win-win, sia sulla partita corrente che sul conto capitale”, e poi ha rinnovato l’invito a “rafforzare la cooperazione tra Italia e Cina in Africa”.

 

Aiutare la Cina a “colonizzare” i paesi da cui partono i migranti verso l’Italia è un’idea a cui all’inizio di luglio aveva risposto un gruppo di sinologi italiani. Nell’appello si spiegava come il “modello cinese” in materia di gestione dei flussi migratori è piuttosto complicato: “Geraci parla di ‘accoglienza’ e ‘rispetto del patto sociale’, ‘dignità e posti di lavoro’, con la Cina che avrebbe ‘[limitato] il bighellonaggio e la delinquenza’ perché ‘chi arrivava in città sa quali sono le regole e rispetta il patto sociale del luogo ospitante’”. Affermazioni problematiche, secondo i sinologi, per tre motivi: quella cinese è una migrazione interna, il collegamento tra migrazioni e criminalità è fuorviante, lo sfruttamento della forza lavoro rurale è un problema. “Purtroppo ci sono sempre persone, gruppi, che per via di pregiudizi o di proposito, cercano di screditare gli importanti risultati ottenuti dall’iniziativa Belt and Road” , ha detto sempre ad Agi l’ambasciatore cinese Li Ruiyu “e colgono ogni occasione per distorcere il senso e i contenuti dell’iniziativa, affibbiando alla Via della Seta e alla Cina una serie di etichette, dalla trappola del debito, all’ascesa geopolitica, allo sfruttamento delle risorse. Ci tengo a sottolineare che tra i nostri partner non ce n’è uno che è entrato in una crisi del debito a causa della cooperazione con la Cina”. Se da una parte la preoccupazione è legittima, quando ci si vorrebbe ispirare a un modello sociale autoritario, dall’altra è necessario iniziare un discorso pubblico anche sull’influenza politica che può esercitare una Cina sempre più potente in Italia. Prima che sia troppo tardi. 

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