Troppi sindaci Ztl, così la destra si fa tentare dalla pop Sardone

Da entrambe le parti, sindaci milanesi e aspiranti tali vengono dalla borghesia cittadina. La candidata di Salvini potrebbe spezzare il ciclo, ma solo se riesce a portare le periferie al voto

3 OTT 26
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Foto ANSA

Nel mondo della politica milanese si ripete come un mantra, da sempre. Il sindaco lo decide la borghesia milanese. Un gruppo non ristretto, ma molto votato all’understatement, lontanissimo dalle caciare delle terrazze e degli eventi pubblici che è sempre riuscito a selezionare la classe dirigente apicale della città. E ha scelto – tendenzialmente – sempre bene. Prima, nel lungo governo di centrodestra, con i due mandati di Gabriele Albertini (sposato con Giovanna Vismara, figlia del costruttore Peppino) e Letizia Moratti (Brichetto Arnaboldi). Poi, nell’altrettanto lungo governo di centrosinistra, con il mandato di Giuliano Pisapia (figlio del giurista napoletano Giandomenico, qui si passa alla borghesia meneghina delle professioni) e di Beppe Sala (già manager di altissimo livello in Pirelli e Telecom).
A leggere i nomi dei pretendenti oggi in campo, ambo lati, ci si conferma che la gran parte di loro – anche gli insospettabili – hanno il profilo sociale della buona, se non alta, borghesia milanese. Amicizie, relazioni. Mario Calabresi da sempre frequenta il gotha dell’editoria e dell’imprenditoria. Pierfrancesco Majorino è il figlio di Giorgio Majorino, psicoanalista tra i più celebri, è sposato con Caterina Sarfatti, figlia del compianto Riccardo, di Arteluce e Luceplan. Anna Scavuzzo ha frequentato all’inizio il mondo dei renziani milanesi, tutti collocati nella borghesia che conta. E poi, da vicesindaco con delega all’urbanistica, si è fatta apprezzare da chi a Milano costruisce. Che non sono certo i ceti popolari. Lorenzo Pacini è un esponente politico di Milano centro, alle spalle una famiglia borghese che non fa a pugni con la sua ambizione di essere il Mamdani milanese (neanche il sindaco di New York arrivava dalla periferia). Carlotta Cossutta, nipote di Armando, storico esponente comunista, docente di Filosofia politica, ha legami e amicizie con la sinistra borghese di Milano, movimentista e femminista, dotata di volontà e forza per sostenerla. Tommaso Goisis ha dichiarato di provenire dalla borghesia milanese: casa di proprietà, figlio di medici. Emmanuel Conte è il figlio di un ex ministro socialista di Salerno, manager bancario di livelli alti. E a destra? Matteo Perego Di Cremnago è una candidatura che sta crescendo molto in zona 1. Pronipote di Giuseppe Cambiaghi, fondatore di un celeberrimo cappellificio monzese, ha lavorato per anni come manager di punta del marchio Armani. Poi c’è Maurizio Lupi, che di certo non ha origini né nobili né altolocate, viene dagli Olmi. Ma il cui percorso politico ha portato a entrare nella cerchia della fiducia della Milano che conta.
Intendiamoci: quella Milano che conta non è da demonizzare. La vecchia e nuova borghesia milanese, sempre molto silente, è un valore per Milano. C’è chi ne fa parte, chi vi è ammesso, e chi non ne fa parte. Chi non ne fa parte è Silvia Sardone. Tra tutti, lei è la politica arrivata da Sesto San Giovanni fedelissima al populismo di Salvini (un altro non proprio figlio delle élite). Salvini la vuole, vuole imporla al centrodestra che da sempre si è affidato ad altri profili. La scelta migliore per Milano? E’ da vedere, e qualche dubbio si può avere, considerato che è concentrata più di tutti sul tema della sicurezza, che è sicuramente importante, ma che è altrettanto sicuramente di competenza statale. Oltre a prendersela con i maranza, prima di diventare sindaco bisogna delineare un programma più vasto e completo. Bisogna muoversi con grazia tra la Scala e le fondazioni bancarie, tra il mondo della finanza e quello dell’immobiliare e quello non trascurabile in città del Terzo settore. La sua candidatura però ha un sapore di differenziazione rispetto alle origini di tutti gli altri. Figlia di un autista di bus socialista, forzista per tutta la sua giovinezza e poi leghista di osservanza, ha scalato ogni gradino della sua carriera politica da sola. Tre milioni di follower sui social, non disdegna la polemica aperta, il tono di voce alto o altissimo, the opposite of understatement. In vacanza va in una pensioncina della Romagna con meno stelle del generale Carmelo Burgio, e ne fa vanto. La borghesia milanese non la considera come proprio prodotto. Lei punta sulle periferie. Considerato che nelle ultime tornate i quartieri popolari hanno avuto tassi di astensionismo record viene da chiedersi se una sua eventuale candidatura sarebbe premiata oppure no. Sardone ha tante incognite ma una certezza: in Zona 1 non la amano, né la votano. Ma se dovesse riportare le case popolari al voto, sarebbe un’altra storia.