GRAN MILANO
Palazzo Visconti e la Scala, le “case” di Luchino. Magnifica mostra
Una mostra dedicata al rapporto fra Luchino Visconti e la Scala, a cinquant'anni dalla scomparsa del regista. Il racconto di un legame lungo una vita, culminato nel 1954 con la Vestale di Gaspare Spontini, che rivoluzionò il modo di concepire la regia d’opera
26 SET 26

(Foto Getty)
Casa aperta dai Gallarati Scotti era il lunedì, dai Borromeo il giovedì, dai Ricordi il venerdì. Dai Visconti, il mercoledì. Arrivava D’Annunzio con un mazzo di violette, in omaggio al mauve amato dalla padrona di casa, donna Carla, con il grigio, i due colori che il figlio Luchino avrebbe imposto molti anni dopo a Piero Tosi di usare per vestirne Silvana Mangano in Morte a Venezia. Alle cinque si serviva il tè, alle sette lo champagne, Arturo Toscanini passava per una coppa prima di recarsi in teatro. Raccontava anni fa Manolo Borromeo a Gaia Servadio che “molti andavano alla Scala per il secondo atto della Traviata o il terzo del Lohengrin, all’uso aristocratico antico, cioè senza preoccuparsi di seguire l’opera in religioso silenzio e per intero, come usa oggi. In casa Visconti, però, quando c’era spettacolo, immancabilmente, le luci venivano abbassate in contemporanea e don Giuseppe lo segnalava ai presenti: “Hanno acceso alla Scala”. Dunque, non poteva iniziare in modo più efficace la mostra curata da Giovanni Agosti, con l’allestimento di Margherita Palli, che il Museo Teatrale alla Scala dedica al rapporto fra Luchino Visconti e il Piermarini a cinquant’anni dalla scomparsa (“Grazie a Luchino Visconti”) e che conclude il dittico iniziato a gennaio con la bella esposizione sulla “Rivoluzione del Ring” e quella regia mai portata a compimento nei primi anni Settanta che avrebbe poi portato all’affermazione di Luca Ronconi e Pier Luigi Pizzi.
E’, anzi, quella tavola di porcellane e argenteria non troppo lucida (le posate scintillanti, in famiglia, non erano considerate distinte), la piccola concessione pop che coinvolge e intriga; e subito vi si sarebbe potuto aggiungere, magari, un accenno ai teatrini che ogni domenica Luchino Visconti allestiva in famiglia con i fratelli, i domestici e i compagni di scuola nella sala-guardaroba, tirando un lenzuolo, perché il suo amore per il teatro iniziò così, grazie a una recita scaligera del balletto Piero Micca, come raccontò all’Europeo nel 1976, pochi mesi prima di morire, e quelle messinscene casalinghe per nulla improvvisate (“Luchino non arretrava davanti a nulla”, raccontava Uberta Visconti), lungo una tradizione drammaturgica dilettantesca potentissima che si ritrova in tutto il mondo occidentale dal Rinascimento in poi e che riaffiora dalla narrativa inglese, statunitense, italiana, da Thackeray e Louise May Alcott fino ai ricordi di Maria Teresa Fendi pubblicati pochi mesi fa. Un tempo, il teatro faceva parte della vita di tutti.
Al numero 44 di via Cerva (oggi via Cino del Duca 8) era anche parte delle attività imprenditoriali: “I Visconti di Modrone sono sempre stati di casa alla Scala: palco numero 4, primo ordine, settore sinistra, di loro proprietà dal 1843 al 1920”, dice oggi la direttrice del Museo, Donatella Brunazzi. “Lo abbiamo ricordato più volte nelle mostre di questi anni, a cominciare proprio da quella dedicata ai palchi, che si apriva con il ritratto di Guido Visconti di Modrone, nonno di Luchino e grande benefattore della Scala, che pose le basi perché il Teatro diventasse Ente Autonomo”. Lo diceva anche il futuro regista, che pure sarebbe approdato al palcoscenico in età adulta, dopo lunghi e tormentosi passaggi, inclusa la proprietà di una scuderia: “Io sono cresciuto con l’odore del palcoscenico nelle narici”, includendo quello personale tenuto vivo fra sciarade, rappresentazioni dell’Amleto e anche di commedie scritte appositamente per il divertimento della famiglia e degli amici, e recitate da tutti, inclusa la padrona di casa di cui esistono fotografie in abiti di scena onusti di piume.
Non una semplice celebrazione, dunque, questa mostra, ma il racconto di un legame lungo una vita, culminato nel 1954 con la Vestale di Gaspare Spontini, interprete Maria Callas di cui è esposto il costume neoclassico di Piero Zuffi fitto di piegoline sotto il seno, che rivoluzionò il modo di concepire la regia d’opera, e poi la celeberrima Traviata del 1955 con le scene e i costumi di Lila De Nobili, ed è bello vedere con quale attenzione gli studenti dell’Accademia di oggi si chinino sugli espositori per scoprire i particolari degli acquerelli originali e per ritrovare i riferimenti storici e nell’arte classica di altri allestimenti. Gli spettacoli di Visconti andati in scena alla Scala furono otto, in un percorso di rigoroso rispetto musicale e forza visiva destinato a lasciare un segno profondo nella storia del teatro internazionale. La mostra racconta, com’è giusto e quanta forza vi aggiunge, anche ciò che non fu possibile realizzare: dal Falstaff richiesto da Arturo Toscanini per l’inaugurazione della Piccola Scala al Poliuto, fino appunto al progetto del Ring.