dopo il raduno leghista
Quel che resta della Lega di Pontida: triste, salviniana y final
Sul pratone Matteo Salvini ha annunciato il congresso straordinario per ottobre: un regolamento di conti senza scampo per i suoi oppositori
24 SET 26

Il Prato di Pontida durante il raduno leghista (foto di Tiziano Manzoni per LaPresse)
Potrebbe essere una sitcom ma forse diventerà un nuovo lacrimoso “Catene” di Matarazzo in versione padana. A dare il primo colpo di manovella ci ha pensato Matteo Salvini, sul pratone di Pontida, prendendo in contropiede tutti (tranne il popolo che comunque tifa sempre per il Capo), annunciando a sorpresa il congresso straordinario della Lega per ottobre: un regolamento di conti senza scampo per i suoi oppositori. Il partito fondato dal Senatur, salvato da Bobo Maroni a suon di ramazza, trascinato poi al 30 per cento da Salvini con un programma che col senno di poi diremmo vannacciano (ahi!, l’autogol del Capitano) oggi langue nei sondaggi al sei per cento. Ma c’è un abisso tra la Lega di Bossi e Maroni, rianimata almeno negli intenti da Attilio Fontana, Massimiliano Romeo e quella salviniana, nazionalista, costruita sulla remigrazione, che candida a Milano, storica città dell’accoglienza (persino quando va fuori controllo) un pasionara della destra sovranista come Silvia Sardone, terrore degli immigrati di via Padova, che di recente ha scoperto “a Milano 35 scuole ghetto”, dove gli studenti italiani sono solo la metà.
La Lega rivendicata dai nordisti Fontana e Romeo, federalista, europeista quel tanto che basta, con venature persino liberal appartiene ormai al passato. Infatti sul prato di Pontida dove campeggiava lo striscione “non passa lo straniero”, non ha trovato voce i territori né le imprese che – silenzio, ad esempio sull’accordo tra Piemonte, Liguria, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna per la politica industriale, così come sull’intesa con le regioni più produttive d’Europa – sono invece l’humus vitale del nord.
Il congresso apparecchiato da Salvini si prospetta come un regolamento di conti accompagnato dal mercato di qualche candidatura, mercato magro viste le percentuali. Fontana spera “nel confronto delle idee” ma al Pirellone i primi a non crederci sono i leghisti. L’appello all’unità formulato dal Capitano suona tanto “il capo sono me”. Dopo i sofferti incontri a Roma, tra i “ribelli”, Salvini e i suoi scudieri, sembrava trovata la quadra (come amavano dire il Bossi). Nessuno conferma ma i più informati parlavano di un accordo con Luca Zaia che, in cambio di un incarico prestigioso (ancora non ben definito), avrebbe rinunciato a capeggiare la fronda. Il nodo Fontana poteva essere risolto – per la soddisfazione di La Russa e Co. – con un mega election day nell’autunno del 2017 (Lombardia al voto anticipato). E Fontana verso l’agognato seggio senatoriale. Per gli altri, a partire da Romeo, solo randellate. Promesse scritte sulla sabbia.
Lunedì, entrando in via Bellerio per discutere i termini del congresso straordinario, mentre Fontana ricordava – con una discreta dose di ottimismo – “vedremo che tipo di congresso intende impostare il nostro segretario e in quella sede continueremo a rappresentare quelle che sono le nostre idee”, Silvia Sardone sibilava: “Per me era anche inutile questo congresso, però dato che è stato richiesto, sono convinta che verrà riconfermato Salvini. E da lì però basta”… Da quel momento in poi si lavora per le elezioni che ci sono, le amministrative, le elezioni politiche, poi ci saranno le elezioni regionali”. La conferma che la farsa sarà servita l’ha data Salvini al termine del Federale che ha convocato il congresso. Rivolto ai lombardi: siete “gli unici che proprio non possono chiedere più rappresentanza e più presenza sul territorio”. Sfida all’O.K. Corral: “Aspetto che si candidi qualcun altro”.
Non saranno in molti a candidarsi mettendo la testa sul ceppo, perché i delegati al congresso saranno esattamente quelli del congresso di Firenze del 2025, scelti uno ad uno da Matteo Salvini, da nord a sud. Esclusi i leader naturali, con Giancarlo Giorgetti impegnato a tenere a galla il bilancio della scialuppa Italia definitivamente affondata dall’Istat e Zaia sull’Aventino, in attesa di un ruolo di prestigio, resta l’ipotesi Romeo, capogruppo al Senato in bilico – nel mirino dei salviniani da tempo – senza nulla da perdere, potrebbe mostrare il petto al plotone d’esecuzione. Si vedrà.
La penultima inquadratura della sitcom, o del melodramma, potrebbe vedere il presidente lombardo Fontana pronunciare al congresso le stesse parole dette a Pontida: “Vogliamo andare verso il federalismo, verso un partito che sia organizzato in modo federale, in modo che le istanze vengano dal basso. Noi vogliamo dare voce ai nostri territori e vogliamo che ci siano luoghi dove ciascun territorio possa discutere il proprio futuro. Lo facciamo in Lombardia come Regione, facciamolo anche nel nostro movimento”. L’estremo tentativo di rilanciare il modello federale anche dentro la Lega, Cdu/Csu come in Germania. Di fronte a una platea ammaestrata ma senza illusioni. Poi l’inquadratura finale: Salvini rieletto per acclamazione e la creatura del Senatur che si conferma partitino ultra conservatore, fratello dell’AfD ma con i voti in fuga verso Vannacci. Titoli di coda.