Il triangolo delle primarie a sinistra. Barbacetto morde Majorino

Si faranno o non si faranno? Il centrosinistra difficilmente potrà procrastinare a tempo indefinito, anche se questo è il desiderata della potentissima segretaria nazionale Elly Schlein

12 SET 26
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Foto LaPresse

I giocatori non sono ancora neppure tutti ufficialmente in campo, per il semplice motivo che il campo da gioco non è ancora chiaro. Le primarie non sono state indette, chissà se lo saranno, comunque non ne sono state stabilite le regole, i saggi non hanno ancora fatto nulla.
E’ molto presto, ci ha tenuto a dire Beppe Sala dal palco della Festa dell’Unità, ricordando la propria storia personale nella competizione interna al Pd (nella quale Pierfrancesco Majorino gli diede una mano decisiva…). Ma il centrosinistra difficilmente potrà procrastinare a tempo indefinito, anche se questo è il desiderata della potentissima segretaria nazionale Elly Schlein, concentrata e occupata solo sulla dinamica nazionale e ben poco interessata alle questioni locali.
Così, in questa strana partita i dem sono quasi reticenti a fare passi avanti – almeno dialogici. Majorino, di cui si attende la discesa in campo ufficiale in qualità di candidato della segretaria e di larga parte del partito, appare con Bersani alla Festa, ma non risponde. Gli unici strali sono con Azione, che continua a fare campagna attiva per Mario Calabresi, facendogli probabilmente più male che bene.
Perché oggi le partite sono due, per l’ex direttore di Repubblica. La prima è di garantirsi una competizione aperta e contendibile, non semplicissimo. Nel paradosso involontario della storia Majorino potrebbe essere stavolta il candidato di convergenza senza primarie – un’altra volta ancora dopo le Regionali – pur essendo un esponente che le ha sempre volute, con una serie di dichiarazioni pubbliche inequivocabili. La seconda partita per ogni candidato è quella di andare ad agire sul proprio lato del “campo” (leggasi Anna Scavuzzo ed Emmanuel Conte per Calabresi) per non disperdere voti.
Sul fronte Majo si vocifera che Lorenzo Pacini prima o poi potrebbe anche ritirarsi, anche se lui smentisce recisamente e va avanti nella sua proposta di “socialismo municipale” che ha il pregio della grande penetrazione nel ceto giovane e di sinistra e il difetto che tra il dire e il fare, in politica, c’è in mezzo il fare. Però sono segnali: a sinistra il campo si potrebbe compattare. Certo non giovano le spaccature interne ai Giovani democratici, che rendono la convivenza di Lorenzo Pacini e Paolo Romano complicatissima, in una dinamica tutta di sinistra per la spartizione di un totale di quattro – dicasi quattro – seggi a Roma a disposizione: l’unica camera di compensazione disponibile per far ritirare qualcuno, oggi. Uno dei quattro posti, peraltro, dovrebbe essere prenotato da Beppe Sala, al Senato. In questo quadro, che oggi appare roseo per Majorino, stona la posizione di Gaetano Pedullà, europarlamentare del Movimento 5 stelle, che – interpretando il sentimento di una parte non irrilevante del lato sinistro – rilancia la candidatura di Gianni Barbacetto e che ricorda le regionali, dove l’alleanza su Majorino non venne premiata dagli elettori. Barbacetto, da par suo, aveva messo per tempo nel mirino – associandolo senza sconti a Beppe Sala e alla sua amministrazione della quale effettivamente fece parte (la famosa lobby del cemento? Ops!) – l’ex assessore al Welfare. Scendesse in campo potrebbe produrre vari smottamenti. Il primo è che andrebbe a pescare in quei voti di sinistra che contestano apertamente l’esperienza degli ultimi 10 anni. Il secondo è che potrebbe attirare nella propria squadra anche persone che oggi militano sotto altre bandiere, come l’ex pm Tiziana Siciliano (oggi in forza alla candidatura di Massimiliano Lisa). Il terzo smottamento sarebbe interno al M5s: legittimamente potrebbe chiedere un posto in Parlamento in caso di sconfitta. E se sono solo 4 i seggi a disposizione per il Pd, figurarsi quanto pochi possono essere quelli di Conte. In questo caos calmo, frenetico pensare e riunirsi, architettare e argomentare, pare però completamente uscito dall’orizzonte il sogno da proporre ai milanesi. E pure la strategia sui problemi immediati, come la gara del trasporto pubblico locale che, almeno in potenza, mette a rischio Atm. Le alchimie politiche prescindono dalla realtà, almeno fin quando non bisogna recarsi alle urne.