GRAN MILANO
Brera at an Exhibition. La Pinacoteca scopre il gusto del provvisorio
Il polo museale classico va in cerca di una nuova direzione “aperta”. Spazi e molte mostre per allargare Brera oltre la sua collezione permanente. Palazzo Citterio diventa il laboratorio della svolta e il direttore generale Crespi rispolvera il “museo vivente” di Fernanda Wittgens
12 SET 26

(Foto Ansa)
A un certo punto, una direzione va scelta. E quella imboccata dalla Grande Brera, a una prima lettura un’inversione quasi a U rispetto al recente passato, merita attenzione. Partiamo da qualche dato: la Pinacoteca è praticamente sempre sold out (qualcuno azzarda: troppo). Il direttore generale Angelo Crespi temporeggia sui numeri definitivi, quelli esatti, dice, li fornirà a fine anno: “Ma siamo in linea, forse in aumento rispetto al 2025” (che chiuse con 640 mila presenze, tra Pinacoteca e Palazzo Citterio). Secondo dato: Palazzo Citterio, finalmente aperto con il nuovo orario (da martedì a domenica, dalle 8.30 alle 19.15), ha ampi margini di miglioramento in termini di visitatori e, altro dato incontrovertibile, anche ampio spazio libero per le esposizioni (chissà che invidia, gli altri direttori). Altro dato: tutto il complesso di Brera è un work in progress. Se siete passati di recente, lo avrete visto: nel cortile d’onore della Pinacoteca, un’alta gru si staglia alle spalle della celebre statua di Napoleone. Serve al cantiere aperto all’inizio dell’estate sul tetto del museo, per eliminare le infiltrazioni. “«I lavori procedono a buon ritmo: forse finiremo prima del previsto – commenta Crespi – Durante la Settimana del Salone la gru sarà smontata, perché il cortile ospiterà un’installazione importante di design. La rimonteremo a maggio, per concludere il cantiere come da cronoprogramma. Anche Palazzo Citterio ospiterà durante la Design Week un grosso progetto installativo”.
Arrivano (non solo ma anche) da qui, ovvero da feconde collaborazioni con i privati, i fondi utili per prenderla, la nuova direzione che si vuole. Nel caso della Grande Brera di Angelo Crespi è quella “di un museo vivente, come diceva Fernanda Wittgens”, la leggendaria soprintendente che salvò i capolavori di Brera sotto le bombe, tra le prime a concepire il museo non solo come archivio ma anche come scuola per tutti (alle sue idee è dedicato Anatomia di un ritratto, un film di Mattia Colombo e Francesco Clerici appena presentato a Venezia). Crespi dice di sentirsi un po’ suo nipote, specie per quest’idea di allargare il più possibile la fascia di pubblico. Come? Puntando su un terreno che il museo ha cominciato a esplorare solo dallo scorso anno: quello delle mostre temporanee. Consultiamo il cartellone espositivo appena annunciato: da qui alla prossima estate contiamo undici mostre, distribuite nelle sale della Pinacoteca, in Sala Maria Teresa alla Braidense e poi – lì dove lo spazio, dicevamo, non manca – a Palazzo Citterio (tra ledwall della biglietteria per i progetti digitali, la brutalista Sala Stirling per quelli monografici e il secondo piano per le esposizioni che richiedono più metri quadri). “Siamo il museo statale italiano con il programma più vario”, rivendica Crespi che, in questo, segue una direzione già battuta da altri (da Simone Verde, giusto per fare un esempio, che non lesina mostre temporanee, spesso raffinate, agli Uffizi: in arrivo un mega-progetto su Lorenzo il Magnifico)
“E’ una grande responsabilità”, ammette il dir della Grande Brera. Va detto che molte delle curatele affidate su vari fronti sono di prim’ordine (Fernando Mazzocca, Eike Schmidt, Luca Massimo Barbero, per citarne tre). Eccola, dunque, la via: trasformare il polo museale di Brera anche in un polo espositivo. E’ davvero necessario?, abbiamo chiesto. “Non è che ne abbiamo bisogno, non siamo una Kunsthalle (o Palazzo Reale, ma questo è solo il nostro pensiero, ndr.), ma abbiamo bisogno di senso, di una direzione”. Quest’anno si punta molto sulla storia di Brera, celebrando due importanti anniversari: i cento anni degli Amici di Brera, la più antica associazione di mecenati in Italia: merito loro se nel lugubre 1939 venne comprata la Cena in Emmaus di Caravaggio – e i 250 anni dell’Accademia, omaggiata da novembre con una monografica su Francesco Hayez. Si riuniranno per la prima volta le collezioni dell’Accademia – compreso il celebre Laocoonte – con i capolavori della Pinacoteca e un acquisto fresco fresco del Mic che resterà al museo. A proposito di “museo vivente”: nei prossimi due anni saranno riallestite le ultime due sale della Pinacoteca, la 37 e la 38, con un percorso espositivo nel segno di Hayez, con Il Bacio al centro. Si parla anche di un riallestimento generale della Pinacoteca e quindi, sommata questa ipotesi futura all’imminente uber-cartellone delle mostre, la direzione ci pare quella del “cambiare per non annoiare” (e intercettare pubblici nuovi, certo).