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Il giardino uzbeko che conquista Milano
Durante la Milano Design Week, Palazzo Citterio è tra le mete più affollate: tra yurta scenografica e arte tessile, il progetto dell' Uzbekistan conquista il pubblico e accende i riflettori sulla nuova Grande Brera
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25 APR 26

Un'istallazione a Palazzo Citterio durante la Milano Design Week (foto Emanuele Cremaschi/Getty Images)
Tra le tante file che si registrano in zona Brera durante la Milano Design Week in corso, la più lunga è fuori da Palazzo Citterio. Sarà merito della facciata decorata con installazioni tessili ben instagrammabili, sarà perché un giro in cortile, adiacente al Bvlgari Hotel, è sempre gradito, sarà perché a questo giro il Citterio della Grande Brera ospita fino a domenica un progetto dell’ACDF Uzbekistan Art and Culture Development Foundation, sigla con cui vale pena prender confidenza, ché la presidente, Gayane Umerova, è molto attiva e capace nell’arte del posizionamento strategico attraverso progetti culturali, in patria e all’estero: la vedremo anche in Biennale, a Venezia. “When Apricots Blossom”, quando gli albicocchi fioriscono, è il titolo tratto da una poesia dell’uzbeko Hamid Olimjon, ispirata alla resilienza degli alberi di albicocco, che vivono nella steppa.
A Milano fiorisce anche il pubblico, sedotto dall’installazione del giardino, una scenografica yurta sotto la quale gustare il pane tradizionale (offerto a tutti) di cui in Sala Sterling tutto si apprende, grazie a una mostra che racconta l’arte uzbeka di stampo su pagnotta e relative declinazioni contemporanee. Che esposizioni come queste siano lecito esercizio di soft power non è un segreto. “La Grande Brera ha scelto per questa Settimana del Design non un’operazione commerciale, ma una mostra che crea un ponte con un paese in crescita, strategico per l’Italia”, dice il direttore Angelo Crespi, e giura che non è una risposta alla pioggia di critiche per aver affittato, meno di un mese fa, la Braidense come “palestra temporanea” al celebrity trainer americano Isaac Boots che si esibiva per un brand di skincare fondato da Irene Forte. “Il progetto con l’Uzbekistan era in cantiere da sei mesi, a metà giugno ospiteremo una grande mostra in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Oman. Questa è la linea: collaborazioni con grandi artisti e progetti istituzionali”. Pentito dunque? “Posto che la lezione di Boots si è svolta secondo regolamento, presteremo ancora maggior attenzione agli eventi da ospitare. Quando è partita la shit storm per cui pareva che la Braidense fosse diventata un centro di workout mi trovavo a New York: sono stato il primo a rimanerne sorpreso. Mi attendevo, come peraltro si fa in vari musei, una lezione di yoga, quasi di meditazione. Dai video girati sui social pareva altro. Qui lavoriamo pancia a terra: non voglio rovinare tutto per una scelta poco accorta”.
L’inopportunità della situazione ha scaldato gli animi già accesi del personale di Brera, infastidito dall’apertura “sperimentale”, nonostante la carenza di personale, di Palazzo Citterio, che ora segue il calendario della Pinacoteca e non più il penalizzante orario ridotto del passato. E’ stato infatti introdotto il biglietto unico obbligatorio per cui, a 20 euro, si può visitare sia la Pinacoteca che Citterio, di cui si può comprare comunque anche l’ingresso singolo. “Per ora solo un 10 per cento dei visitatori si sposta da Brera a Citterio, ma è questione di abitudine: indietro non si torna”, spiega Crespi. E mentre da oggi il grande ledwall al piano terra di Palazzo Citterio si anima con un’installazione dell’artista sino-canadese Soung Chung, riconosciuta per le sue ricerche su robotica e Ai, qualcos’altro eppur si muove. Lo dice al Foglio lo stesso Crespi: un bando semplificato è stato indetto dal Mic per l’assunzione di personale di tutela, accoglienza e vigilanza, a breve usciranno le graduatorie. La Grande Brera necessita di almeno una trentina di custodi di sala in più: arriveranno, salvo intoppi, per settembre.