Il brand calza male. Al Micam (e all’artigianato) serve la legge di tutela del “fatto-a-mano-e-per-intero”

Finora la moda è riuscita abilmente a svincolarsi da questo tema, ma par di capire che la stessa filiera si sia stancata di offrire alla moda di alta gamma una comoda sponda
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Se si pensa che anche i giovani stilisti cinesi sponsorizzati dal colossale distretto tessile del KeQiao arriveranno settimana prossima per sfilare a Milano con l’obiettivo di trovare un punto di convergenza fra l’industria e l’artigianato tradizionale, “che deve essere tutelato”, è chiaro che la questione inizi a farsi pressante ovunque. E che la battaglia sulla nuova legge di tutela del fatto-a-mano-e-per-intero (le qualifiche truffaldine sembrano numerosissime: a detta di Confartigianato il rapporto è quasi pari), sarà il grande tema dei mesi a venire.
Da questo argomento, la moda è riuscita finora abilmente a svincolarsi, sostenuta dai grandi brand che hanno tutto l’interesse a continuare a qualificare le proprie imprese come impagabili rappresentanti del fatto a mano anche quando possono vantare una sola di queste eccellenze nella propria filiera, ma par di capire che la stessa filiera si sia stancata di offrire alla moda di alta gamma una comoda sponda e che, come dice Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici e della kermesse Micam in apertura a giorni a Rho Fiera con un numero di operatori pressoché invariati rispetto allo scorso anno (378 imprese italiane, 380 straniere), sia “arrivato il momento di fare chiarezza e di salvaguardare le categorie dei produttori”.
Non sarà facile, perché in questi ultimi tre decenni, la filiera della calzatura si è piegata alle esigenze dei brand, coprendo spesso loro le spalle anche in tema di sostenibilità, e dagli ordini degli stessi brand dipende spesso in toto e dunque, in questa mutua dipendenza, finisca inevitabilmente per avere la peggio. La presidente Ceolini, convinta a ragione che “l’artigianato sia oggi non solo impresa, ma anche il più potente strumento di comunicazione di cui abbiamo disponibilità”, non intende dunque lasciarne la gestione ai brand, soprattutto in un momento in cui stanno mostrando segnali di cedimento a favore degli ex marchi del fast fashion come Zara (il primo semestre di Inditex si è chiuso a quasi 20 miliardi, con una crescita superiore al 7 per cento) che continuano a riposizionarsi verso la fascia alta grazie a nuove firme e iniziative di qualificazione creativa (a giorni si attende il lancio della linea casa e abbigliamento firmata da Luca Guadagnino).
In questo clima elettrico, a pochi giorni dall’avvio della settimana della moda milanese presentata dal sindaco Giuseppe Sala, commosso per il lavoro svolto da lui medesimo in questi dieci anni, si inserisce una situazione congiunturale ancora fragile. Secondo i numeri diffusi dalla Camera Nazionale della Moda, il commercio mondiale di prodotti tessili e abbigliamento è rimasto infatti instabile fino a giugno. Nonostante un’accelerazione negli ultimi mesi del 3,8 per cento, che sarebbe però prematuro considerare come l’inizio di una tendenza positiva, l’anno dovrebbe chiudersi con un leggero calo a -2 per cento secondo le ultime stime. Stanno cambiando i comportamenti di acquisto, nessuno aspira più allo status symbol della borsetta e finalmente, come emerso dalle presentazioni degli ultimi giorni, si è capito che a guidare lo shopping è ancora la cara, vecchia generazione X, quella dei quaranta-cinquantenni, e che i loro gusti influenzano quelli dei loro figli, la famosa Z generation in cui tutti pare abbiano riposto finora vane speranze, perché si sta dimostrando indecisa nella scelta e comunque priva dei mezzi per farne.