e ora primarie?
La partita di Calabresi e quella di Schlein (che è solo nazionale)
Il giornalista diventa un problema per la segretaria. Con lui in campo come si potranno evitare le primarie? La dirigenza di Milano, che ha il polso del territorio, l’aveva detto per tempo: se lui decide di farle, difficilmente si possono evitare. E lui ha deciso
3 SET 26

Mario Calabresi (foto LaPresse)
Chi l’avrebbe mai detto? Mario Calabresi outsider. E’ bastato poco, la descrizione di un attimo e le convinzioni che cambiano, come nella canzone dei Tiromancino. Quel caffè mancato con Elly Schlein, sospeso nell’attimo in cui poteva succedere, ma non è successo. Non è successo – come la maggior parte della nomenklatura milanese pronosticava – che Calabresi sarebbe stato il nome che non aveva bisogno di primarie. Scelto per decisione del partito, che l’avrebbe imposto ai compagni di strada (un po’ riottosi ma in fondo ampiamente minoranza, a Milano). I deboli pentastellati che hanno uno che ragiona (l’ex viceministro oggi segretario cittadino Stefano Buffagni) e pochi che votano. Avs – a Milano di fatto i Verdi – hanno più voti, ma enormemente meno rispetto ai dem. Poi ci sono i renziani, di certo non bisognosi di essere convinti su Calabresi. Stesso discorso per Azione di Calenda. Insomma, a guardarsi indietro l’ex direttore di Repubblica, poi presidente del cda e direttore editoriale di Chora, colosso dei podcast, Will e Cronache di Spogliatoio, avrebbe potuto avere una strada in discesa, senza curve.
Invece è bastato un attimo e le convinzioni sono cambiate. L’attimo in cui la segretaria nazionale del Pd ha deciso che l’unica e sola priorità è la sfida delle politiche, perché da quelle discende il Quirinale. E visto che la sfida delle politiche ha in mezzo le primarie nazionali, tutte le vicende locali sono meno importanti, subordinabili. In fondo anche sacrificabili, perché l’unico schema che conta è quello nazionale, e non ci possono essere divagazioni, autonomismi, personalismi. Nessuno ha neppure il coraggio di fare un percorso autonomo perché la segretaria fa le liste, e con la legge elettorale è ancora più forte. Niente può dire chi vuole un posto da deputato, niente può dire chi vuole un posto da senatore. I posti stanno sulle dita di due mani, e sono quelle della segretaria. C’è stato un momento in cui Elly ha piantato due piedi sul freno, non ha più detto una parola su Milano, pur essendo in campo Pierfrancesco Majorino, che lei stima tantissimo (non è un segreto), non ha fatto alcun dialogo strutturato con Calabresi, che pure allargherebbe la coalizione. Perché in fondo il problema è proprio questo: l’allargamento. Come si fa – nella teoria del monolitismo centralista – ad andare con Carlo Calenda a Milano, con il rischio di irritare M5s e Avs, quando a livello nazionale Azione è proprio fuori dalla prospettiva? E perché mai rischiare cortocircuiti sul tratto locale-nazionale quando comunque Milano è già considerata vinta – come le confermano sondaggi su sondaggi e l’inspiegabile voglia di non giocarsela del centrodestra? Meglio un candidato leale e fedelissimo: Majorino. Meglio tirare lungo sulle regole, i saggi e tutta quella roba là. Meglio andare a fare le primarie l’anno prossimo, a febbraio e magari anche a inizio marzo. Meglio non avere in mezzo ai piedi Calenda, assicurarsi che stia fuori e ci rimanga.
Così, addio all’opzione Calabresi in quanto candidato del Pd. Calabresi – trovatosi di colpo outsider – ha preso il coraggio a due mani e si è lanciato nella mischia. Non proprio da solo, se con lui ci saranno Maurizio Baruffi, ex staff di Pisapia, e altri pezzi del vecchio campo arancione. Calabresi diventa così un problema per la segretaria. Con lui in campo come si potranno evitare le primarie? La dirigenza di Milano, che ha il polso del territorio, l’aveva detto per tempo: se lui decide di farle, difficilmente si possono evitare. E lui ha deciso. Senza reti, e senza endorsement del partito. Senza aver fatto una elezione dai tempi in cui accompagnava in giro Nando Dalla Chiesa, uno alto e allampanato, l’altro dotato di baffoni folti e neri, in una campagna sfortunata ma bella. Contro uno – Majorino – che invece ha una macchina elettorale rodatissima, filiere di voti consolidate, una struttura. Che sta viaggiando a velocità controllata, ma sta già viaggiando: quartiere dopo quartiere, via dopo via.
Quindi? Ha già vinto Majorino? No. Perché c’è una spina anche su quel lato. Si chiama Lorenzo Pacini, il wannabe Mamdani di Milano. Parla di socialismo municipale, molte cose che promette sono ampiamente irrealizzabili, ma intanto le sue anguriate sono passate da pochi sparuti sostenitori a decine. Piace il suo fare giovanilista, la passione, le cazzate che dice alla Zanzara – dove va, in mezzo a gente improbabile, a pronunciare stentoreo che bisogna prendere i fucili contro i fasci. Il suo essere di sinistra, senza compromessi. Pacini ruba voti a Majorino nell’elettorato giovane. Così come gli altri due in campo, Anna Scavuzzo ed Emmanuel Conte, pescano nel campo di Mario Calabresi. Quanti? Difficile dirlo, perché viaggiano più sotto traccia e con minor esposizione mediatica. Ora la partita inizia davvero, e ha due campi di gioco: quello di aggregare il più possibile gruppi organizzati per andare a vincere le primarie e quello di trattare con chi balla sulla propria mattonella per convincerlo a uscire dalla competizione. Chissà chi performerà meglio, tra Majorino e Calabresi.