GranMilano
Al Milano Pride si apre il caso della partecipazione ebraica
Dopo le tensioni del 25 aprile, anche il corteo del 27 giugno diventa terreno di polemica. L’associazione Lgbtqia+ ebraica valuta se boicottare o presentarsi comunque, mentre resta lo scontro con gli organizzatori sulle posizioni su Gaza
13 GIU 26

Una foto del gay pride 2024 all'Arco della Pace (foto Ansa)
Diventa sempre più difficile per gli esponenti della comunità ebraica partecipare a una manifestazione pubblica, come dimostra la recente vicenda del 25 aprile. Adesso è il Milano Pride 2026, che si terrà il 27 giugno, a suscitare le prime polemiche. Da una parte gli organizzatori hanno spiegato che non è arrivata nessuna richiesta di partecipazione da parte di Keshet Italia, l’organizzazione Lgbtqia+ ebraica, com’era accaduto anche per le precedenti edizioni, per cui il problema non si pone. Dall’altra fanno notare che sino al 2023, l’anno dell’eccidio del 7 ottobre, Keshet è stata presente al corteo, tra l’altro in modo riconoscibile perché i militanti erano muniti di bandiere arcobaleno con la stella di David. Adesso si pone il problema su cosa fare, l’associazione ebraica è divisa tra chi sostiene necessario boicottare il Pride, com’è accaduto lo scorso anno, oppure presentarsi al corteo nonostante la mancata richiesta di adesione.
In questo secondo caso si profila una ripetizione delle tensioni che hanno caratterizzato la Festa della Liberazione: Keshet è in polemica con gli organizzatori del Pride, in particolare con l’Arcigay, per la posizione assunta su Gaza e nonostante il carattere pacifico della sfilata non sono da escludere momenti di attrito. L’unica certezza è la presenza a un convegno sui diritti civili che si terrà a Milano nei giorni del Pride. Tra coloro che hanno già deciso di non partecipare c’è il direttore del Museo della Brigata Ebraica Davide Romano, in segno di protesta contro il Pride che non ha preso posizione contro i regimi che perseguitano gli esponenti della comunità Lgbtqia+. Che la situazione non sia delle migliori lo ha precisato ieri Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano: “Proviamo sempre più amarezza e stiamo cercando di capire come reagire, perché ci sono dei momenti in cui ci sentiamo veramente come negli anni ’30. Alcune cose sono molto, molto simili, troppo simili”.