Perché scacciano gli ebrei il 25 aprile

Traditi l'idealismo e lo slancio sorgivo del giorno della Liberazione (Gaza non basta a spiegare).Le responsabilità dell'antifascismo azionista, le cui élite hanno sempre predicato divisione e incomprensione, astio e riprovazione

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26 APR 26
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Che Israele e gli ebrei siano stati dannati da un boicottaggio ideologico internazionale per essersi spietatamente e giustamente difesi dal jihadismo nichilista che vuole annientare con la sua impresa di morte su sette fronti l’entità sionista cosiddetta, è cosa nota e registrata da tutte le inchieste d’opinione e da tutti i panorami di bellurie demoniache della mobilitazione occidentale. Netanyahu, i coloni di Cisgiordania e il tremendo della guerra e dell’informazione distorta sulla guerra hanno politicamente contribuito a questa ignobile dannazione e al rovesciamento a sfondo antisemita del paradigma della Shoah, con le vittime dello sterminio in Europa spacciate per autori di un genocidio. Ma quello che è successo nel 25 Aprile della Liberazione, con la raccapricciante espulsione violenta della Brigata Ebraica dai cortei e gli insulti rovinosi contro le “saponette mancate” al grido di “dal fiume al mare” va persino al di là di questa dimensione. Il 25 Aprile è in teoria il giorno che unisce, che sviluppa e celebra il ricordo di patrioti e resistenti nel segno di una libertà ritrovata e dell’unità antifascista che la suggella e definisce. Che sia potuto diventare il giorno della disunione, della vergogna, della discriminazione, della vanità sbandierante, dell’equivoco infernale non dipende dalla pietà per i palestinesi di Gaza o dal rancore per le destre suprematiste che inquinano la maggioranza a sostegno del governo di Netanyahu. Troppo facile, sono spiegazioni che non spiegano.
Se è potuto succedere, a Milano e a Roma, quel che sappiamo, la responsabilità va ricercata in un equivoco di cultura e di linguaggio che ha trasformato l’idealismo e lo slancio sorgivo del 25 Aprile, il suo spirito di unità, in quel puttanaio ideologico divisivo, pieno di odio e di rancore, che con le motivazioni e la genesi dell’antifascismo autentico non hanno niente a che fare. A partire dal 1945 i filoni dell’antifascismo sono stati due, fondamentalmente: quello comunista e dei partiti antifascisti, socialisti e cattolici, e quello del Partito d’Azione, che si inabissò agli inizi della costruzione politica repubblicana ma lasciò lievitare il mito della Resistenza tradita e brandì sempre l’antifascismo come uno strumento di identitarismo di establishment e di potere ideologico, fino all’orrore della violenza pre e paraterrorista del movimento per lo scioglimento dell’Msi. Con l’aiuto e il coordinamento di un mondo liberale nelle pretese, ma estremista e esclusivista nei metodi e nelle parole d’ordine, le élite azioniste, che si sentivano politicamente schiacciate dalle forze popolari e dai partiti che avevano costruito e governato consociativamente le istituzioni repubblicane, hanno sempre predicato divisione e incomprensione, astio e riprovazione. Lo hanno fatto quando hanno attaccato brutalmente e delegittimato gli storici della scuola defeliciana, lo hanno fatto quando hanno infiocchettato nella categoria moralistica della mutazione genetica e della degenerazione antidemocratica fenomeni politici che sfuggivano loro. Lo hanno fatto quando hanno difeso l’indifendibile nell’area contigua al terrorismo. Quando hanno cercato di cancellare le tracce, come scrisse Battista in un suo pamphlet, di una compromissione nazionale con il regime mussoliniano che era lo spettro dal quale ci si poteva allontanare, in una logica di mito e menzogna e autoassoluzione purista, solo creando un altro spettro, quello dell’antifascismo cosiddetto militante. Lo hanno fatto quando hanno offeso le esperienze non conformi di Resistenza al nazifascismo puntando sul mito falsificante della purezza ideologica e storica di una Liberazione alla quale avevano contribuito anche forze monarchiche e di destra, che i partiti istituzionali cercavano di tenere insieme nell’unità politica dell’antifascismo e che la cultura dell’azionismo indicava come fattori inquinanti. Fu una storia di potere, di arrogante sicurezza di sé e di incapacità di praticare una via di riconciliazione e di unità, e quando arrivano al culmine queste storie di potere, queste guerre culturali spietate come tutte le guerre, le vittime sono sempre le minoranze, in questo caso gli ebrei della Brigata Ebraica e le loro bandiere.