Utopico slow. Il movimento di Carlo Petrini compie 40 anni

Quattro decenni di cibo “buono, pulito e giusto”. Auguri a Slow Food, ma è tempo di un esame di coscienza. Un’associazione così può esistere, avere la lunga vita che gli spetta, professare la fede nella lentezza, solo in una dimensione di capitalismo avanzato: produttivo, veloce, tecnologico

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30 MAR 26
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Foto La Presse

Vero, il compleanno ufficiale sarà il 26 luglio 2026, data in cui Slow Food compirà ufficialmente 40 anni, ma è vero che, per il movimento fondato da Carlo Petrini, il 2026 sarà un anno di festeggiamenti (sono previste molte iniziative). Fanno bene a festeggiare: hanno vinto su tutta la linea. Il movimento è quasi una lobby internazionale, apprezzatissima ovunque, soprattutto da re e principi. Hanno vinto perché a occhio non c’è nessun antropologo, sociologo, e pure agronomo, economista, scrittore, intellettuale, nessuna persona di sensibilità comune e media che non gli riconosca meriti. Vuoi che in Italia ci piace mangiare, vuoi che c’è sempre qualcuno che se gli dici che hai mangiato bene in un posto, ti risponde alzando le spalle: se chiedevi a me ti portavo in un altro posto dove là si che si mangiava bene. Vuoi che ogni luogo in Italia ha i suoi santini alimentari, quindi un prodotto tipico da difendere e pubblicizzare lo trovi sempre – e più piccolo è, in meno ettari si coltiva, più buono sarà.
Metti pure il successo degli chef, l’insistenza sulle materie prime che solo noi le abbiamo. Aggiungi le comunità di contadini che resistono alle multinazionali del cibo, che va bene, contadino è un termine desueto, anche giuridicamente, ma vuoi mettere il fascino della parola in confronto a imprenditore agricolo? Insomma, ad occhio Slow Food ha tracciato una strada lastricata di elogi e di successi: auguri ed evviva.
Quaranta anni sono un’età importante, la vita media è aumentata, quindi in un’ottica narrativa, dovremmo essere al momento dei conti, della riflessione, dell’esame di coscienza. Anche queste sono cose desuete, sul successo non si riflette criticamente. Dubito quindi che dai vertici di Slow Food verrà fuori qualche critica su questi anni. Del resto, cosa ha funzionato di Slow Food è facile dirlo, cosa non ha funzionato è invece più complesso da dire, perché, insomma, per una critica bisognerebbe articolare più punti e non tutti legati al mondo agricolo.
Comunque, diciamo che a quarant’anni la critica è doverosa. Ci tocca. Allora, Slow Food è portatore sano di un bias che ha inquinato molti ragionamenti che solo in apparenza riguardano il cibo. Il bias è espresso da alcuni concetti che Carlo Petrini ripete da sempre. Nella sostanza ha più volte affermato che (parafrasando) il cibo ci sta mangiando, non siamo noi a mangiare il cibo ma ci facciamo mangiare da un cibo omologato e poco naturale. Le lobby dell’agroalimentare vogliono farci credere che per sfamare la popolazione, abbiamo bisogno di incrementare la tecnologia e praticare l’agricoltura intensiva, ma il cibo per tutti già c’è. Produciamo cibo per 12 miliardi di persone e siamo meno di otto miliardi: il 30 per cento viene buttato.
In effetti, in questa affermazione ci sono i molti meriti che Slow Food può vantare per esempio l’impegno per un cibo di qualità, un’equa redistribuzione del reddito agli agricoltori (una campagna lodevole, ma senza risultati), nonché, merito non secondario, la riscoperta di alcuni prodotti. Ma, in questa affermazione c’è anche appunto il bias, il virus, l’inquinante, che non trovando molte barriere (a tavola siamo tutti facilmente corruttibili), si è esteso anche ad altre discipline, ed è questa la ragione per cui sociologi, antropologi, scrittori, intellettuali, agronomi ed economisti, ecc., sono molto lucidi tranne quando parlano di Slow Food. In una vecchia classificazione novecentesca, potremmo dire che Slow Food sostiene tesi reazionarie, e per molti versi, anche la sinistra che appoggia Slow Food segue quella strada.
Ma sono categorie ormai risibili. Più interessante sarebbe esaminare il discorso di Carlo Petrini, ma non per criticarlo e stigmatizzarlo, solo per analizzarlo meglio. In fondo, discorsi siffatti, nella fretta, li facciamo tutti, sono un prodotto tipico nel nuovo millennio.
Vediamo. Il dato che fa riferimento al 30 per cento del cibo sprecato andrebbe discusso per bene. Prima di tutto, non è un numero certo, ma poi chi spreca di più sono proprio i paesi in via di sviluppo, nel senso che lì, mancando ancora una buona tecnologia agroalimentare, il prodotto nemmeno ci arriva al mercato (meno frigoriferi, meno catene del freddo più sprechi). Noi sprechiamo perché facciamo male la spesa o sbagliamo la logistica del magazzino. Va considerato poi che è meglio parlare di spreco che di povertà, e che soprattutto alcune tecniche che con spregio vengono chiamate agricoltura intensiva, quali irrigazione, genetica, cura delle piante con agrofarmaci, erbicidi, nutrizione del suolo ecc., fanno in modo che una coltura riesca a produrre abbastanza cibo. Voglio dire, il cibo non prodotto è un cibo sprecato. Il fondo il bias parte da qui. Un’associazione come Slow Food può esistere, avere la lunga vita che gli spetta, professare la fede nella lentezza, solo in una dimensione di capitalismo avanzato: produttivo, veloce, tecnologico, dove si produce e si spreca anche (ma solo perché ci si organizza male). Per questo, il concetto di spreco andrebbe indagato meglio. Per millenni abbiamo sprecato cibo. Perché appunto, come dicevamo, il cibo non prodotto, magari lasciato sulla pianta perché attaccato da patogeni è un cibo sprecato. Una coltura non concimata non produce cibo a sufficienza, quindi ancora una volta: è cibo sprecato. Difatti per millenni abbiamo patito la fame. Per millenni Slow Food non è esistita.
Ma è così difficile dare un’occhiata alle statistiche della resa media del grano nei millenni? Dal tardo impero romano fino al 1950 si è attestata (fermata), intorno a una tonnellata/ha. Come mai? Coltivate campi di grano senza concimazione e senza difesa contro i parassiti, senza sfruttare le potenzialità della genetica e vedete quanto tirate fuori.
E’ difficile capire che la crescita demografica dai tre miliardi del 1960 a 8 miliardi attuali (arriveremo a 10/11), è dovuta anche al miglioramento dell’agricoltura? Al fatto che simbolicamente (da pochi decenni) abbiamo detto addio al pane nero? Per citare il bel libro di Miriam Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, uscito nel 1987 un anno dopo la Fondazione di Slow Food e che raccontava (come in un romanzo corale) la vita vera di tutti noi prima e dopo il fascismo, la fame e la lotta per affrancarci dalla povertà.
E’ difficile capire che senza la millenaria pratica del miglioramento genetico (che ha accelerato con benefici per tutti solo negli ultimi decenni) non ci sarebbe abbondanza di prodotti, ma solo prodotti naturali, che sono belli da citare nei convegni per chiamare l’applauso, ma non buoni da mangiare? Un mais naturale nemmeno lo riconoscereste. E’ difficile capire che possiamo riscoprire il pane nero perché per fortuna, ad ora, non manca quello bianco?
E’ difficile capire che grazie alle innovazioni in agricoltura siamo riusciti a sconfiggere la fame, nonché sostenere le esigenze di una popolazione in crescita (pure troppo, vista l’epidemia di obesità). E’ difficile capire che oggi la mortalità infantile è in calo in tutto il mondo, ma dal 2015 pare stia rallentando perché i bambini continuano a morire se malnutriti? E’ difficile capire che in virtù di questo cambiamento abbiamo smesso di fare gli agricoltori in massa, con tutte le conseguenze che le famiglie contadine e patriarcali portavano con sé, per esempio la scarsa alfabetizzazione, la mancata ascesa sociale, delle donne soprattutto, insomma abbiamo interrotto il destino atavico e orribile e fatalistico che i contadini di una volta subivano, costretti com’erano a produrre per i ricchi e combattere in svariate guerre.
E’ difficile capire che grazie alle innovazioni in agricoltura, siamo riusciti a creare un settore terziario di tutto rispetto (visto che non c’è bisogno di braccia nel campi) e infine promuovere l’emancipazione femminile, nonché una generazione che lavora nella comunicazione e in campo agricolo comunica molte sciocchezze?
Insomma, uscendo dal regime del pane nero e dunque godendo del pane bianco, possiamo anche romanzare su quello nero. Ecco Slow Food ha questo demerito, romanza troppo sul pane nero. Il merito io non riesco a vederlo, ma tant’è. Non riesco a vedere meriti, perché, nella sostanza, in questo romanzo sul pane nero, Slow Food ci dice che prima era meglio, che la terra era trattata con più rispetto, il cibo più sano, ecc. Non è vero, ed è facile da dimostrare. Facile quanto inutile. Purtroppo, in campo agricolo l’innovazione non paga, vogliamo tutti il contadino col cappello di paglia, vogliamo la pubblicità con le falci che mietono, con la vacca munta all’aperto. Quindi Slow Food ha vita facile.
Le innovazioni agricole, tra cui vanno annoverate i concimi, gli agrofarmaci, la meccanizzazione e la genetica non sono gradite, e non solo a Slow Food, in pochi ne percepiscono il valore. A volte, preso dallo scoramento, penso che sarebbe utile fare un esperimento, un bel piano quinquennale, dove rinunciamo ai concimi, agli agrofarmaci (anche quelli naturali) alla genetica, alla meccanizzazione. Tempo cinque anni e a) torniamo al pane nero e b) in tanti torneremo alla terra, nel senso che saremo costretti a fare i contadini per davvero. Se non ci credete e non avete voglia di sperimentare guardare il caso da studio dello Sri Lanka, un paese che nel 2021 ha deciso di vietare i fertilizzanti sintetici e agrofarmaci con il lodevole scopo di trasformare l’intero paese in un esperimento di agricoltura biologica su scala nazionale. Guardate cosa è successo: un disastro. Si è dovuto correre ai ripari e scommetto in quel paese, in quel momento, Slow Food non sarebbe riuscita a romanzare sul pane nero. Insomma, è difficile capirlo? Saziati dall’abbondanza disprezziamo gli strumenti che ci hanno portano nel mondo dell’abbondanza.
Alt, lo so, ci sono errori madornali, costi nascosti nella rivoluzione verde. Però fateci caso, ci sono costi nascosti anche negli antibiotici, nei vaccini, nel cortisone, nei pacemaker, nelle pillole per la pressione, ecc. L’avreste detto voi che dopo aver realizzato un sogno (la fuga dalla fame e dalle malattie e dalla morte prematura dei bambini) ci saremo trovati in un incubo: è, cioè, un’abbondanza di persone che nascono, non muoiono da bambini, restano in vita a lungo, occupano la terra, ognuno con un sogno da realizzare (costoso dal punto di vista energetico)? Quindi è chiaro, sì, la rivoluzione verde ha prodotto danni, che non sono nemmeno quelli di cui si vocifera, e cioè pesticidi a palla (sono molto migliorati, usati in dosi basse, sempre più precisi e meno impattanti: evviva la ricerca), o l’agricoltura intensiva (in compenso abbiamo liberato più terra e se la usassimo bene potremmo creare un piccolo paradiso in terra). Non sono questi i costi, anzi, l’agricoltura sta diventando sempre più sostenibile, i costi riguardano una trasformazione sociale ancora in atto, verso la quale siamo spesso impotenti e non sappiamo come affrontarla. Per questo torniamo ai bei tempi che fu, alla Natura di una volta.
Il demerito di Slow Food è fortissimo: volendo attirare l’attenzione su alcuni errori della rivoluzione verde, ha finito per contestarla in toto, ha messo alla berlina degli strumenti molti utili che ci potevano garantire una discreta sostenibilità. Focalizzando l’attenzione sul mondo del pane nero, ha fatto dimenticare un po’ a tutti la realtà della fabbrica agricola. Ha fatto dimenticare a tutti, antropologi, sociologi, economisti, scrittori di grido, che senza innovazioni non risolveremo i problemi che si sono venuti a creare ma precipiteremo nell’inerzia della terra, nella schiavitù del maggese, passeremo il tempo a spargere letame e non certo nei convegni a parlare di come era bello il passato. Nella sostanza, Slow Food senza agricoltura moderna non potrebbe esistere.
Dispiace davvero assistere a questo spettacolo del ritorno al terra che fu, al sipario chiuso, alla scarsa curiosità verso le innovazioni agricole. Alcune campagne di Slow Food come quella contro la genetica, contro la tecnologia del Dna ricombinante, ossia gli Ogm, hanno rappresentato un triste capitolo della storia italiana (per il vademecum di imprecisioni scritte), per non parlare del danno. Le nuove tecniche messe a punto dalla genetica sono strumenti fortemente innovativi e soprattutto garantiscono sostenibilità, sicuro fanno risparmiare sugli agrofarmaci. Realizzare piante che si difendono da sole, che resistono alla siccità, che sia adattano meglio ai cambiamenti climatici è un obiettivo necessario e un modo per arrivarci è lavorare sulla genetica della pianta. L’abbiamo sempre fatto, ora sappiamo farlo meglio, con più precisione e maggiore sicurezza. Ma siccome Petrini al tempo disse che le piante mal sopportano le modifiche genetiche, tutti noi, sociologi, antropologi ecc., magari evoluzionisti convinti, siamo diventati creazionisti, sostenitori dello status di una volta e dell’immodificabilità delle cose. Che peccato per i nostri ricercatori pubblici spesso pagati meno degli operai, persone che nei campi ci andavano davvero e cercavano di capire di cosa avessero bisogno gli agricoltori. Ma con i messaggi lanciati in questi anni da Slow Food abbiamo fatto fuori una generazione di scienziati e non ci siamo concentrati sulle cose che andavano esaminate. E cioè, per quanto riguarda la genetica, il nodo dei brevetti, altro paradosso, chi scopre una tecnica nuova ha diritto di essere pagato, ma se poi questa scoperta diventa una barriera per le successive scoperte, allora il mercato si restringe. Ma ci sono nelle soluzioni, non solo per la questione genetica, ma per molto altro, purtroppo, desiderosi di andare a mangiare nei ristoranti con l’insegna il cibo com’era una volta, spinti a comprare il prodotto tipico il cui acquisto salva il mondo, sicuro che le piante mal sopportano le modifiche genetiche, non ci siamo occupati di come va il mondo oggi, agricoltura in primis: sono i paradossi che Slow Food ha messo in piedi. Un grande demerito. I meriti, quelli, ne parlano tutti, sociologi, antropologi, economisti, intellettuali, ecc.