L’inferno della duchessa Wallis Simpson

Gli ultimi anni della duchessa di Windsor, sola dopo la morte di Edoardo VIII e stritolata dagli artigli della sua avvocata Suzanne Blum, in una villa a Parigi. Due megere e una storia di possesso e avidità, ora raccontata in un film

18 MAG 26
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Foto LaPresse

I capelli corvini e le labbra rosse a fessura che le davano un aspetto grifagno, le gambette nevrili un po’ stecchi da merlo, l’ossessione bling bling per le pietre preziose, l’espressione sprezzante che celava origini ben poco nobili, la reputazione peccaminosa… stiamo parlando di uno dei personaggi più antipatici della storia del jet set: Wallis Simpson, defunta ormai quarant’anni fa. Ma ora, “l’orribile divorziata americana”, minaccia per la monarchia e la Chiesa britannica, sta per tornare al centro della scena. Scena non più mondana bensì cinematografica. E quale attrice, nota per aver interpretato riccone odiose, si è buttata a pesce sulla biografia della duchessa di Windsor per interpretarne gli ultimi anni di vita, il viale del tramonto in cui scivolò dopo la morte di Edoardo VIII nel 1972? Va da sé, è Joan Collins, l’indimenticata Alexis, la manipolatrice perfida e arrogante di Dynasty. Una parte talmente da stronza, quella di Alexis, che venne rifiutata sia da Sofia Loren sia da Elizabeth Taylor. E che invece rilanciò definitivamente la carriera dell’attrice britannica. Sulla scena, accanto alla oggi novantaduenne Joan Collins, vedremo Isabella Rossellini che interpreta un’altra perfida manipolatrice, ossia l’avvocata Suzanne Blum, che si impossessò del corpo malato e della mente infragilita di Wallis, oltre che dei suoi beni, e la tenne reclusa nel villone del XVI arrondissement di proprietà della municipalità di Parigi dove, dal 1953, i Windsor avevano trascorso la loro vita fastosa. Per inciso, la magione ottocentesca dotata di grande parco, dove in precedenza aveva vissuto anche Charles de Gaulle, e che ai Windsor era stata concessa a un canone simbolico, dopo la morte della novantenne duchessa venne affittata da Mohamed Al-Fayed, che vi spese quasi 15 milioni di dollari per il restauro e voleva destinarla al figlio Dodi, fidanzato con Diana. Proprio alla villa ex Windsor erano diretti i due innamorati la notte del fatale incidente nella galleria dell’Alma.
Suzanne Blum, coetanea della Simpson, era un’avvocata ebrea alsaziana di gran successo. Specifichiamo che era ebrea perché, come molti di voi certamente già sapranno, il côté culturale delle frequentazioni di Wallis Simpson e del marito, che nel ‘36 aveva abdicato per sposarla (al di là dello scandalo, fu una vera fortuna per il Regno Unito e per l’intera Europa), era fatto di nazisti veri e propri e di aristocratici britannici profondamente antisemiti. Passare per propria scelta gli anni della vedovanza sotto schiaffo di una scaltra avvocata ebrea fu un po’ nemesi e un po’ contrappasso. Ma intanto, prima di ammirare Collins e Rossellini nell’interpretazione delle due megere, possiamo anticiparvi che la storia degli ultimi anni della duchessa di Windsor e soprattutto della sua prigionia nella villa ottocentesca è raccontata nello splendido romanzo d’inchiesta La duchessa di Caroline Blackwood (nome intero: Lady Caroline Maureen Hamilton Temple Blackwood), la cui vita a sua volta meriterebbe un film, e chissà che qualcuno non si decida a farlo. Tutto inizia quando nel 1980 un caporedattore del Sunday Times incarica Blackwood di scrivere un articolo sulla duchessa. Lei e lord Snowdon, neodivorziato dalla principessa Margaret, sorella della regina e affermato fotografo di celebrity, dovrebbero ingegnarsi a fissare un appuntamento per intervistarla e fotografarla a Parigi nella grande villa ai margini del Bois de Boulogne, dove l’ottantaquattrenne vedova risiede. Da anni è caduta nel dimenticatoio, e nessuno più ne parla. Per incontrarla bisogna per forza passare dalla sua procuratrice legale e portavoce Maître Blum, che esercita un controllo totale sul patrimonio dei Windsor. Blackwood ha 46 anni, è bellissima, è un’aristocratica angloirlandese bohémienne - sua madre è una Guinness - e insomma viene incaricata di scovare la duchessa e intervistarla anche perché, per via delle origini, ha uso di mondo, e per giunta ha un grande talento per la scrittura, che esercita con un tono sbrigativo e brillante incrementato da humor nero. Al suo attivo ha già due romanzi, molti articoli e una straordinaria carriera sentimentale. E’ infatti moglie divorziata di Lucian Freud, è stata poi fidanzata con Robert Silvers, fondatore di The New York Review of Books, si è sposata una seconda volta con il pianista e compositore Israel Citkowitz, e una terza con il poeta americano Robert Lowell. Questi tre mariti le hanno dato quattro figli. Quando riceve l’incarico per l’intervista alla duchessa di Windsor, Blackwood è già vedova del terzo marito e si sta concentrando sulla carriera di giornalista e scrittrice. “Ero curiosa di vedere la leggendaria, bellissima casa francese dei Windsor. Inoltre, sarebbe stato interessante fotografare lord Snowdon mentre fotografava la duchessa: un divorziato reale che ne immortalava un’altra, un’immagine storica, testimonianza di un evento quasi irreale, degno di Alice nel paese delle meraviglie”.
Tutto inizia quando nel 1980 un caporedattore del Sunday Times incarica Blackwood di scrivere un articolo sulla duchessa
Il libro è un reportage di tono investigativo avvincente e pieno di ironia: ripercorrendo la storia della duchessa, racconta l’intervista che non si fece mai e descrive con dettagli gustosissimi i decrepiti aristocratici filonazisti che Blackwood va a incontrare, cercando di aggirare la barriera ordita dall’avvocata che tiene nascosta la vedova. Soprattutto, man mano si concentra sulla figura di Blum, che diviene la vera protagonista del reportage. Con la “pelle di cera” a causa del numero di lifting, piccola e impettita, gli occhi “come due fessure sottili che le conferivano un aspetto asiatico” e “le mani raggrinzite da vecchia strega”, Blum era autrice di gialli di successo ed era stata un’avvocata di gran fama. In tribunale, aveva rappresentato Rita Hayworth, Charlie Chaplin, Darryl Zanuck, Walt Disney e molte altre celebrità dell’epoca. Ma ora quel mondo era finito e sotto i suoi artigli era rimasta intrappolata la povera Wallis inferma, reclusa nella villa. Quando Blackwood riesce finalmente a incontrare l’avvocata a Parigi, questa ne fa un ritratto angelico e regale, e nega che bevesse. “Mi venne in mente una fotografia di Wallis Windsor scattata quando era già anziana: ballava il twist sulla pista da ballo di un night club, da sola, ubriaca e triste”, scrive Blackwood. E ancora: “Maître Blum era come un vecchio ragno crudele seduto nel suo appartamento caverna, intento a tessere la tela delle sue fantasie sulla duchessa di Windsor”. Avidità o amore lesbico irrealizzato? E’ il dubbio che percorre tutta la storia delle due vecchie.
Ma ora quel mondo era finito e sotto i suoi artigli era rimasta intrappolata la povera Wallis inferma, reclusa nella villa
Ecco poi passare in rassegna gli storici amici di Wallis Simpson, tutti lord boriosi, tipo i Tomkins, i Dudley, i Monkton e soprattutto gli efferati Mosley, questi ultimi famosi ammiratori di Hitler che, incarcerati per filonazismo durante la guerra, una volta liberi si rifugiarono a Parigi frequentando quotidianamente i Windsor. Lady Diana Mosley era tra l’altro una delle celebri sorelle Mitford. Quando Caroline va trovarlo, Sir Oswald Mosley è soporifero e lei fatica a concentrarsi: ha ormai perso il “fascino magnetico con cui un tempo aveva plagiato i suoi seguaci e li aveva convinti a stanare gli ebrei nell’East End di Londra”. Non basta: “Accoglieva ogni brutta notizia sullo stato catastrofico dell’economia inglese con estremo piacere, perché la considerava la prova che aveva sempre avuto ragione: se la Gran Bretagna si fosse alleata con Hitler, tutto sarebbe andato bene”. Secondo Mosley il problema dell’Inghilterra era che non esistevano più le grandi regine dei salotti. “Ascoltando i suoi lunghi monologhi pensai che la presunzione stesse lasciando il posto alla demenza”, conclude Blackwood. Dal canto loro i Windsor erano stati ospiti di Hitler a Berchtesgaden, nel 1937, e il duca era stimatissimo da Ribbentrop. Dopo la sconfitta della Germania, per evitare ulteriori imbarazzi alla monarchia inglese Churchill fece distruggere documenti e registri del Ministero degli Esteri tedesco, che evidentemente contenevano molti riferimenti a Edoardo VIII. Nel libro si parla anche dell’amante gay della duchessa, Jimmy Donahue. Una relazione extraconiugale iniziata nel 1950 e che durò circa quattro anni. Personaggio dissoluto ed estremamente mondano, probabilmente meno noioso di Edoardo VIII, pare che “andasse in giro per gli ambienti omosessuali di New York dicendo che ‘nessuno fa i pompini come la duchessa’, per poi rovinare quell’elogio aggiungendo che ‘dormire con lei è come dormire con il vecchio marinaio di Coleridge’”.
Secondo Mosley il problema dell’Inghilterra era che non esistevano più le grandi regine dei salotti
Il libro, di fatto, è un tour tra sopravvissuti all’età e all’alcol, di cui tutti abusano: gin, vodka, whisky a ogni ora e ogni occasione. Un catalogo di voci gracchianti, di sordità conclamate, di disabilità fisiche, di rantolii e nodosità artrosiche in splendidi salotti polverosi, tra domestici claudicanti sottopagati e irredimibili nostalgie. Nessuno di questi rottami è più riuscito a vedere la duchessa e per giunta mettono in guardia Caroline Blackwood perché corre voce che Maître Blum abbia la denuncia facile e qualsiasi cosa venga scritta può essere impugnata per diffamazione. L’avvocata, secondo la descrizione di una vecchia zia di Caroline, aveva saputo sfruttare a proprio favore la paranoia di Wallis che tutti ce l’avessero con lei. “Le girava intorno come un avvoltoio, nell’ombra, in attesa della morte del duca”. Blackwood va in pellegrinaggio davanti alla villa, con il giardino inselvaggito e una sola finestra con le persiane aperte: “La duchessa ha un maggiordomo e quattro cameriere. In passato ne aveva trentadue. Non ci sono più i giardinieri e nemmeno lo chef”, le aveva detto Blum. “Tra quelle mura la duchessa un tempo aveva organizzato le sue famose cene: le decorazioni floreali sui tavoli venivano vaporizzate con Diorissimo per aumentarne la fragranza, i domestici indossavano l’uniforme reale e gli ospiti sottostavano alle sue eccentriche regole. Tutti concordavano sul fatto che fosse poco elegante servire un pomodoro che contenesse anche un solo seme, le candele non dovevano mai essere all’altezza degli occhi e di sera non bisognava indossare i gioielli d’oro ma solo di platino”. Cecil Beaton aveva definito la duchessa una “bella brutta”, cosa di cui lei era consapevole e cui cercava di reagire indossando vestiti appariscenti e stravaganti, sempre ovviamente dei più grandi sarti, oltre a gioielli clamorosi. Dopo dieci anni di prigionia sotto il controllo di Blum, la duchessa di Windsor morì nel 1986. Aveva novant’anni. Venne seppellita accanto al duca nel cimitero reale di Frogmore. Il sindaco di Parigi, Jacques Chirac, trovandosi sulle spalle dopo decenni il villone ormai fatiscente e non sapendo che farne, chiese a Mohammed Al-Fayed, proprietario del Ritz di Place Vendôme e dei magazzini Harrods di Londra, di accollarsi il restauro della residenza dei duchi in cambio dei primi anni d’affitto. Un anno dopo, nel 1987, a Ginevra Sotheby’s mise all’asta i gioielli della duchessa. La cifra ricavata, molto maggiore del previsto, raggiunse i 50 milioni di dollari (la base d’asta era di 7,5 milioni), parte dei quali andò in beneficenza al Louis Pasteur Institute di Parigi, come stabilito da Wallis Windsor. All’asta partecipò anche Joan Collins, che in tempi migliori aveva anche avuto occasione di incontrare i duchi. Il libro di Caroline Blackwood, La duchessa venne pubblicato solo nel 1995, quindici anni dopo essere stato scritto, dato che finalmente era defunta pure la terribile Maître Blum, da cui chiunque, autrice, editore, intervistati si aspettava sfiancanti azioni legali. Caroline Blackwood aveva nel frattempo patito problemi di alcolismo. Dopo aver scritto altri romanzi e biografie assai brillanti, come quella di Francis Bacon di cui era stata amica, morirà di cancro nel ‘96, a sessantaquattro anni, in una camera del Mayfair Hotel di Park Avenue, a New York. Feltrinelli Gramma ha appena iniziato a ripubblicare le sue opere, cominciando da Il destino di Mary Rose. La duchessa uscirà in autunno.
Dopo dieci anni di prigionia sotto il controllo di Blum, la duchessa di Windsor morì nel 1986. Aveva novant’anni
Una pagina del diario del futuro re Carlo, pagina citata dallo storico Christopher Wilson, racconta la visita che nel 1972, con la regina Elisabetta e il padre fecero ai Windsor, a Parigi. “L’intera faccenda sembrava così tragica - l’esistenza, le persone e l’atmosfera - che provai sollievo quando riuscii a fuggire dopo 45 minuti”. C’è anche una foto, che li ritrae tutti sulla gradinata di accesso alla villa: il principe Filippo, Wallis Simpson con le sue gambette e un abito nero contornato di volant, la regina Elisabetta e il principe Carlo. Edoardo VIII morirà pochi giorni più tardi, per un cancro alla gola. Vedremo in autunno il film, che Joan Collins è riuscita a realizzare proprio dopo una cena organizzata da Carlo, poco prima di diventare re. Accanto a lei aveva trovato seduto il produttore John Gore, cui ha raccontato la sceneggiatura che aveva commissionato, incentrata sugli ultimi anni della duchessa di Windsor. Poche ore dopo averla letta, il produttore ha dato il via al progetto. La sceneggiatura è di Louise Fennel, la stessa di Cime tempestose, e la regia di Mike Newell, il regista di Quattro matrimoni e un funerale.