Monogami immaginari

Perché la famiglia fondata sul matrimonio monogamico è un’eccezione più che una regola. "Monogamia, storia di un’eccezione", pubblicato dal Mulino, 553 pp. del sociologo Marzio Barbagli lo racconta

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30 MAR 26
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I cigni hanno ispirato fantasie romantiche per i rituali di corteggiamento invernali celebrati sulla superficie argentea degli specchi d’acqua, dove scivolano uno verso l’altro formando un cuore perfetto con i lunghi colli flessuosi. Poi congiungono il petto candido immergendo la testa in acqua e tornano su per accarezzarsi le piume col becco. Rispettando la loro intimità non si descrive qui l’atto amoroso: dopo le coppie festeggiano cantando, si alzano sull’acqua e volano via insieme.
I cigni sono monogami, si scelgono molto giovani e possono restare insieme per la vita. Si conoscono storie di esemplari vedovi che non si riaccoppiano dopo la morte del partner. La maggior parte degli uccelli sono monogami. Talvolta per una sola stagione, il tempo di curare un nido e crescere i piccoli finché se la cavano da soli, talaltra per più stagioni: come i simpatici pinguini che, quando arrivano sulla spiaggia degli incontri, vanno in cerca del partner dell’anno prima. La monogamia è assai poco diffusa tra i mammiferi, ma gli esempi non mancano: i lupi e i castori, per esempio. A dirla tutta, però, in natura si distingue la monogamia come comportamento sociale – cioè la stabilità di coppia, l’intesa necessaria a curare nidi e tane per crescere cuccioli – dalla monogamia genetica. L’accoppiamento infatti avviene anche con altri partner e il comportamento sessuale non è regolato dalla fedeltà interna alla coppia, che però poi alleva i piccoli indistintamente, anche se nati da incontri promiscui.
Di che cosa parliamo quando si tratta di monogamia tra gli umani? Non necessariamente di un comportamento sessuale o amoroso, ma della norma sociale e/o religiosa che consente a un uomo di sposare una sola donna alla volta (e viceversa) e di attribuire così paternità legittima e diritti di successione. L’opposto è la poliginia (uomini con più mogli, la forma di matrimonio più diffusa nella storia e ancora largamente praticata). La poliandria (donne con più mariti in contemporanea) è una tale rarità che non la si prende neanche in considerazione. Tanto che la poliginia, anche tra gli studiosi, è comunemente detta poligamia, termine che in sé indica la possibilità di più coniugi sia per lui che per lei.
Quando intorno alla metà degli anni Settanta, l’antropologo inglese Jack Goody si accorse che la poliginia è stata la norma storicamente prevalente, mentre la monogamia è stata assai poco comune, la sua conclusione fece un certo rumore. Il professor Marzio Barbagli, tra i maggiori sociologi della famiglia, prende le mosse da qui – da questo rumore – per ridisegnare in un corposo saggio (Monogamia, storia di un’eccezione, pubblicato dal Mulino, 553 pp.) l’avventuroso percorso del matrimonio monogamico. Lo si può leggere come il faticoso affermarsi di un discrimine di civiltà (la poliginia, secondo Montesquieu si accompagna al dispotismo) e insieme come una caleidoscopica commedia degli equivoci. Basterebbe dire che la nostra oggi è certamente una monogamia seriale, fatta di più legami coniugali nell’arco di una stessa vita, cioè una sorta di poligamia vissuta nel tempo. Con l’ovvia, enorme differenza di un patto condiviso tra individui liberi, che si sono scelti, in cui la reversibilità del matrimonio vale entrambi. Cosa raramente vista prima. Istituti come il ripudio e il divorzio naturalmente sono esistiti anche in altre epoche, ma essenzialmente come diritti maritali applicati soprattutto in caso di sterilità o infedeltà della moglie.
La storia della poliginia coincide in buona parte con quella del patriarcato. Barbagli ricorda che si sono fatte molte ipotesi sulla prevalenza di questo modello familiare: squilibri demografici, necessità di forza lavoro e dunque di molti figli, tabù sessuali legati al ciclo mestruale e alla gravidanza, utilità di più donne nei lavori di casa e dei campi, mantenimento di quelle che altrimenti sarebbero rimaste sole e senza mezzi per vivere, dimostrazione di potere e ricchezza: più donne significa anche oggi maggior prestigio sociale… Tutte queste motivazioni hanno una loro ragione, nessuna – da sola – è mai risultata veramente convincente. Certo è che nel mondo antico la poliginia fu il modello vincente e che solo greci e romani si distinsero come monogami, sia pure con importanti eccezioni. Una tra tutte, Alessandro Magno: il re macedone, forse influenzato dai costumi persiani conosciuti in Oriente, ebbe tre mogli e usò il matrimonio per stringere alleanze con l’aristocrazia delle popolazioni sottomesse nelle sue campagne militari.
Di certo, erano poligami i grandi patriarchi dell’antico Testamento, nonostante il modello ideale – la coppia del giardino dell’Eden – fosse monogamico. Mosè infatti sposò una sola donna; Davide invece aveva otto mogli già prima di diventare re, suo figlio Salomone ebbe – si legge nel Libro dei Re – “seicento mogli principesse e trecento concubine. Le sue donne fecero deviare il suo cuore”. Le concubine facevano parte della famiglia, dovevano essere fedeli al marito, ma erano di rango inferiore, almeno finché non partorivano un figlio. Sara, che non poteva avere figli, offrì ad Abramo la sua schiava che, quando partorì, cominciò a guardarla con disprezzo. La monogamia nel mondo ebraico si affermò lentamente e i padri della Chiesa ebbero un bel da fare a spiegare la poligamia tramandata nella Bibbia. Secondo Tertulliano, scrive Barbagli, la poligamia dell’élite ebraica era dovuta “a una dispensa divina temporanea finalizzata a popolare il mondo ancora disabitato”.
Greci e romani, invece, si distinsero presto come monogami e consideravano il matrimonio tra due soli coniugi un costume da portare con orgoglio, come un segno di elezione che li distingueva dai barbari. Ma naturalmente praticavano il concubinaggio e approfittavano delle schiave. I figli bastardi (i nothoi per i greci) acquisivano diritti di successione solo in assenza di eredi legittimi. Circa seicento anni prima di Cristo, con le riforme di Solone, li persero del tutto. Quello di Medea, la maga barbara, è un mito risalito dalla notte dei tempi che nel quinto secolo prese la forma classica della tragedia euripidea. Come storia di una straniera che perde la testa e arriva a uccidere i figli perché sa che il suo uomo va a nozze con un’altra, futura madre di eredi legittimi, mentre lei resterà una concubina con figli privi di diritti.
Tra i romani, l’adulterio era una brutta storia soltanto per le mogli, un crimine che poteva costare la vita. Adulterio, concubinato e figli illegittimi sono stati l’altra faccia, quella meno presentabile, della monogamia. Fu soprattutto il cristianesimo a operare la rivoluzione culturale che nel matrimonio riconosceva un impegno alla reciproca fedeltà, mettendo uomini e donne sullo stesso piano. Entrambi gli sposi, dice Agostino, non possono disporre liberamente del proprio corpo. E non si può dimenticare quella pagina del Vangelo di Giovanni in cui scribi e farisei tentano di incastrare Gesù dimostrando che è un impostore: gli portano una donna sorpresa in flagrante adulterio, che sta per essere lapidata come stabiliva la legge mosaica, e aspettano di vedere cosa farà. Cristo sta disegnando chinato per terra e senza sollevare la testa li spiazza così: “Quello di voi che è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei”. Nel testo di Giovanni, Gesù parla alla donna con inusuale discrezione, le dice: “Va, e d’ora in poi non peccare più” solo quando i lapidatori si sono allontanati.
Succedeva un paio di millenni or sono, ma la lapidazione dell’adultera è ancora qui tra noi, attualità presente: esiste nella legislazione di molti paesi islamici, incluso l’Iran dove è stata reintrodotta nel 2013, praticamente l’altro ieri. E come il femminismo di cultura islamica non ha mai smesso di spiegare, il ritorno alla brutalità della sharia ha poco a che fare con la tradizione e molto, moltissimo con la modernità: è una reazione contro la libertà femminile che minaccia un potere secolare, e – prima ancora – l’ordine mentale che lo sostiene. Questo saggio conduce un esame comparativo, esteso nel tempo e sui diversi continenti inclusi fenomeni recenti, però gli manca una focalizzazione sulle teocrazie contemporanee, dove la poliginia reimposta non è una fotocopia del passato. Dà invece conto delle prime indagini sugli effetti delle grandi migrazioni e su come la poliginia si sia adattata alle leggi e al welfare degli stati occidentali, dove più o meno dalla fine degli anni Ottanta si tende a limitare i diritti di ricongiungimento e di copertura sanitaria per una sola delle mogli degli immigrati poligami. Eppure la poliginia resiste in modo informale e talvolta clandestino: si vanno a contrarre matrimoni plurimi nei paesi d’origine o si pratica, in Europa, la separazione tra rito religioso e riconoscimento civile.
Con la nascita dell’Islam nel VII secolo, la poliginia ha ricevuto la sua più importante codificazione sociale e religiosa, legittimando il piacere sessuale con più donne purché incluse nella famiglia secondo una precisa gerarchia: mogli, concubine, schiave. Al marito è prescritto di trattare le mogli equamente, di fornire a ciascuna un’abitazione indipendente, di dividere tra loro i suoi favori. Il numero delle mogli è dunque variabile e dipende dalle possibilità. L’Islam ha regolato forme di matrimonio già largamente esistenti e praticate nel vicino oriente e in nord Africa. Barbagli osserva che la vita di Maometto può dare un’idea delle pratiche familiari e sessuali nelle società pre-islamiche. Il profeta ebbe tre mogli: una ricca vedova che lo sostenne da giovane e fu la sua unica sposa per venticinque anni; dopo la morte di lei si risposò due volte: con una donna non vergine e poi con la famosa Aisha, che gli fu promessa quando lei aveva sei anni e giocava con le bambole. Il matrimonio fu consumato quando lei ne aveva dieci. In questa narrazione, colpisce la funzionalità dell’associazione tra l’uomo-giovane e la donna-matura e la legittimazione di quella uomo vecchio/bambina.
Con l’Illuminismo, il confronto tra le tipologie di matrimonio (una o più mogli) ridiventa un acceso confronto di civiltà. Però il barone di Montesquieu non fu solo un convinto sostenitore della monogamia, il filosofo che descrisse il nesso tra poliginia e dispotismo; fu anche l’autore delle Lettere Persiane, pungente satira dei costumi dei francesi nel finto epistolario tra due viaggiatori orientali. Qui si svela anche l’altra faccia del matrimonio monogamico, quella che l’ipocrisia non considera: la condizione delle prostitute, la vita nell’ombra delle amanti, il destino degli illegittimi. Ci vorrà più di un secolo per prenderne davvero coscienza. “La signora delle camelie” di Dumas figlio, che Verdi avrebbe trasformato ne “La traviata”, uscì come romanzo nel 1848. I viaggiatori persiani di Montesquieu avevano rilevato che gli aristocratici (monogami) francesi esibivano le loro amanti come si fa con svaghi di lusso. Lo straordinario successo del dramma di Dumas dimostra che un secolo dopo la percezione diffusa della figura della mantenuta era completamente diversa.
L’elaborazione delle contraddizioni interne al vincolo monogamico è un grande romanzo, pieno di colpi di scena. E non si può non rilevare la permeabilità e capacità di adattamento della monogamia ai mutamenti storici e sociali. Quella cristiana ha impiegato mille anni a diventare un sacramento indissolubile sancito come tale (Concilio di Firenze 1493). Fu un cambiamento “molto apprezzato dagli uomini di Chiesa”, osserva Barbagli, ma “incontrò molte resistenze nella società”. Tant’è che nel 1563, al Concilio di Trento, fu presa una risoluzione che proibiva tassativamente ai cristiani di avere più mogli. Segno che la tensione verso la poliginia non si era mai spenta, anche in ragione della fiammata protestante.
Nel Cinquecento l’attrito tra il matrimonio indissolubile e il desiderio maschile di riammogliarsi (di quello femminile poco si sa) aveva prodotto in Europa un ritorno alla poliginia. In diversi stati europei furono approvate leggi che consentivano di sciogliere il matrimonio e di risposarsi e alcuni riformatori ammisero la poligamia “per necessità”, in casi eccezionali. E si sa di un re – Enrico VIII, ma non fu il solo – che volendo divorziare dalla sua prima moglie entrò in violento conflitto col papato. Marzio Barbagli segnala il XVI secolo come frontiera del declino del matrimonio indissolubile e osserva acutamente che la monogamia seriale, quella che pratichiamo oggi, discende dall’affermazione del modello protestate.
La monogamia seriale continua a evolversi, la separazione tra sacramento religioso e matrimonio civile ha consentito l’introduzione del divorzio anche nei paesi cattolici. Lungo questa strada il matrimonio ha cominciato a includere altri tipi di famiglia, per esempio quelle formate da coppie dello stesso sesso. Ma la sfida del futuro in occidente sembra essere un’altra: l’aumento esponenziale delle convivenze more uxorio. Con buona pace del lago dei cigni, il matrimonio ha smesso di essere il principale rito di passaggio all’età adulta.