lo spunto
Falcone, l'estraneo al partito dell'antimafia
Combattere Cosa nostra senza venir meno allo stato di diritto: la lezione inascoltata da prima di Capaci. Ora Travaglio prova a screditare il giudice, che fu delegittimato già in vita proprio dal Politburo dell'antimafia, per difendere Ranucci
24 AGO 26

Foto Ansa
Non vi è nulla di sorprendente nella sortita con la quale Marco Travaglio, per legittimare le frequentazioni “fraterne” e famigliari tra l’amico Ranucci e Lavitola, ha tirato dentro il povero Giovanni Falcone. Questi, per aver diretto l’ufficio Affari penali del ministero della Giustizia su chiamata del ministro Guardasigilli Martelli nel governo Andreotti, nella logica binaria di Travaglio deve intendersi alla stregua di un fraterno frequentatore del divo Giulio colluso con la mafia, né più né meno come Ranucci con Lavitola in osteria. Ha provveduto Maria Falcone a dire a Travaglio ciò che egli merita. A me interessa sottolineare la assoluta razionalità, la euclidea consequenzialità di questa sortita. Giovanni Falcone, simbolo ed interprete della più virtuosa lotta dello stato contro la criminalità mafiosa, non è mai stato amato dal plumbeo, minaccioso e soprattutto autoproclamato Politburo del P.U.A., Partito Unico dell’Antimafia. Certo, la sua storia personale e professionale, e il suo tremendo martirio, non consentono di espungerlo, come in tanti preferirebbero, dall’Olimpo dei veri eroi civili del contrasto alle mafie. Impossibile.
Tuttavia, come bene – e non a caso – ha voluto ricordare la sorella Maria, gli autonominatisi dirigenti del P.U.A., in sinergia con avversari di vario segno, lo hanno in ogni modo contrastato e perfino denigrato già in vita (“il magistrato più trombato d’Italia”, ironizzò con amarezza Maria Falcone). La colpa irredimibile, agli occhi del Politburo antimafia, fu proprio quella cui oggi Travaglio allude velenosamente per difendere Sigfrido, che valse già allora a Giovanni Falcone una astiosa e subdola delegittimazione. L’avv. Alfredo Galasso, uno dei primi e più attivi dirigenti del P.U.A., lo aggredì verbalmente in una memorabile puntata dedicata alla lotta alla mafia, condotta da Maurizio Costanzo e Michele Santoro ("Falcone farebbe bene ad andarsene dai palazzi, l’aria non gli fa proprio bene"), parole accolte dagli scroscianti applausi del popolo bue, mentre il galantuomo cercava di difendere la dignità del proprio lavoro al servizio dello stato, con uno sguardo smarrito e sgomento che ancora oggi, a rivedere quel video (fatelo, per favore), mette i brividi. Poco prima Leoluca Orlando lo aveva accusato di difendere Salvo Lima (ma lui almeno, dopo la strage, se ne scusò pubblicamente). Insomma, in una puntata dedicata alla lotta alla Mafia, Giovanni Falcone assunse paradossalmente il ruolo dell’imputato, messo all’indice da quegli inflessibili censori: una fotografia perfetta di quale aberrante anomalia seppe cogliere Leonardo Sciascia denunziando il “professionismo dell’antimafia”. Meno scomposto, ma non meno velenoso, Corrado Augias (12 gennaio 1992) gli rivolge in tv questa domanda: “Noi forse l’abbiamo un po' mitizzata… adesso che sta al ministero…non vorrei dire che ci ha un po' deluso negli ultimi tempi, ma sicuramente è cambiato: Lei ne è consapevole?”. Sei mesi dopo verrà trucidato con moglie e scorta a Capaci.
Fu solo quell’incarico al ministero la sua colpa? Macché. Quella davvero imperdonabile, agli occhi del Politburo antimafia e dei manettari di ogni risma, è che Giovanni Falcone seppe dimostrare che si può essere letali ed implacabili nemici della mafia, fino al prezzo della vita, senza venire meno ai princìpi liberali della Costituzione e dello stato di diritto. Le tracce sono inequivocabili, come ha ben ricordato il direttore di questo quotidiano solo qualche giorno fa: “La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”; “A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nell’assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili”. Non solo: fu sostenitore esplicito, sin dal varo della riforma Vassalli, della separazione delle carriere, verità che ovviamente il fronte del No ha istericamente provveduto a negare – e continua a negare, come ancora pochi giorni fa il presidente dell’Anm dott. Tango – con un impegno mistificatorio senza precedenti, contro le più insuperabili evidenze documentali, scritte e in voce. Tra le tante, Repubblica 3 ottobre 1991: “Il pm nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela con il giudice e non deve essere, come invece è oggi, una specie di para-giudice… Avendo formazione e carriere unificate … sono in realtà indistinguibili”, mentre invece essi devono essere “due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nelle carriere”. Quindi, di cosa dovremmo stupirci? Falcone è avvertito come un corpo estraneo, se non addirittura ostile, dal Politburo del P.U.A.
Per capirci, Falcone crea a costoro più disagi di quanti non ne possa provocare, chessò, un personaggio come Giorgio Bongiovanni, l’attivista antimafia spesso protagonista di eventi pubblici in compagnia del gotha del Politburo, sebbene egli svolga i suoi focosi interventi con le mani fasciate per coprire le stimmate a suo dire ricevute direttamente dalla Vergine Maria a Fatima nel 1989. Bongiovanni, d’altronde, ci informa di essere in quotidiano contatto con la Madonna e con Gesù, e soprattutto con i vertici di superiori civiltà extraterrestri (si chiamano, ci assicura, Setun Shenar, il fratello Ithacar, Adoniensis e Adonis). Forte di questo background, egli ci assicura che la mafia, alimentata da massonerie internazionali e servizi segreti deviati di ogni fatta, che assumono volti e fattezze di ogni sorta di “poteri forti”, sarà infine sconfitta dalla imminente, seconda venuta in terra di Cristo. E già che si trova, ci ammonisce circa la vera ragione della guerra in Ucraina, e cioè l’accumulo di armi inutilizzate per miliardi di dollari (“lo ha detto anche Gratteri”, precisa premuroso, e quindi ci sentiamo tutti in una botte di ferro), un traffico mondiale che accomuna Putin “per ragioni messianiche”, Trump “per ragioni affaristiche”, e soprattutto Zelensky “fantoccio di tutto il potere mondiale dell’anticristo, traffico di armi, di organi, lo schifo mondiale dell’anticristo” (fonte: intervista ad Arcoiris, 29 agosto 2025). Per poi concludere, ma tu guarda un po', che per l’intanto dovremmo “riprendere la partnership con la Russia, ricomprare il gas russo”. Un tipino con tutte le credenziali in regola, insomma. Ecco, queste sì che sono frequentazioni giuste, altro che la direzione Affari penali del ministero di Giustizia. Un po' pittoresche, d’accordo, ma nella sostanza ortodosse, lucide, appassionate, incrollabilmente dalla parte del Bene contro il Male. Antimafia in purezza, senza quelle ambiguità e debolezze garantiste e pseudo liberali sulle quali soleva deragliare, troppo spesso purtroppo, Giovanni Falcone, non certo a caso sodale governativo del Divo Giulio. Con tutto il rispetto per la sua memoria, s’intende.