A Maria Falcone andrebbe dato un premio non solo
per aver ricordato al giornale di Marco Travaglio la differenza tra speculazioni e verità: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti ma lavorava per lo stato italiano” (della sberla data da Maria Falcone a Marco Travaglio, fatto non irrilevante, ieri sul giornale di Travaglio, che fino a prova contraria si chiama il Fatto, nessuna notizia, nessun riferimento, nessun commento, ma siamo certi che oggi Travaglio recupererà). Un premio, Maria Falcone, lo meriterebbe prima di tutto per altro: per aver ricordato che il partito della gogna che oggi si alimenta di allusioni, di moralismo, di falsità è lo stesso che anni fa contribuì a delegittimare Giovanni Falcone, prima della sua morte, con quel “cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti, e dolorosamente anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi”. Maria Falcone fa riferimento ad alcuni fatti precisi. Ricorda, probabilmente, quando nel 1988 il Csm preferì Antonino Meli a Falcone alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo. Ricorda, probabilmente, quando il pool antimafia, di Falcone, venne progressivamente smantellato e quando alcune indagini furono sottratte a Falcone. Ricorda quando, tra il 1989 e il 1991, arrivarono le accuse del “corvo” e quelle di Leoluca Orlando sui presunti “cassetti” di Falcone con prove contro politici mafiosi. Ricorda quando Falcone fu accusato di insabbiare indagini, di essere troppo prudente e poi quando, andando al ministero con Martelli, fu accusato di essersi avvicinato al potere. Ricorda quando nel 1991 Falcone dovette difendersi davanti al Csm da queste accuse. Ricorda quando nel 1992 una parte del Csm si oppose anche alla sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Ricorda quando alcuni suoi colleghi gli rimproverarono di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia (Pellegriti e Calderone) che, secondo i critici di Falcone, avrebbero potuto aiutare a combattere con più efficacia Cosa Nostra. A quelle accuse infamanti, costruite su illazioni, false verità, sospetti trasformati in condanne, Falcone rispose punto per punto, il 15 ottobre 1991, non molti mesi prima di essere ucciso a Capaci. I documenti di quell’audizione sono stati desecretati nel maggio del 2017 e raccontano un tratto del pensiero di Giovanni Falcone sistematicamente rimosso da tutti coloro che anni dopo ne ricorderanno la storia celebrandola ma rimuovendone il pensiero. Fu in quel contesto che Falcone ricordò quello che un Travaglio e un Ranucci non potrebbero mai accettare: compito dei magistrati, disse Falcone, è ricordarsi che “la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”.