Di Maio e Bonafede hanno un problema “professionale” con Lanzalone. Storia di due email

Annalisa Chirico

Roma. Toh, “spunta” pure il nome di Luigi Di Maio. L’inchiesta livornese su Aamps, l’azienda locale dei rifiuti, si rivela un buco nell’acqua, tutti archiviati. Eppure per il M5S rischia di diventare un boomerang e il silenzio del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non aiuta. Una fake news in buonafede (si perdoni il calembour) può capitare anche ai più puri ma se sei un ministro della repubblica qualche problema si pone.

  

Fino ad oggi, a dispetto delle reiterate richieste di chiarimento da parte della stampa e del Pd, il movimento della “trasparenza” si è trincerato dietro un imbarazzante no-comment. Il guardasigilli, forse troppo impegnato nella stesura dello “spazza-corrotti”, non trova il tempo per spiegare una palese incongruenza tra le parole e i fatti. Succede che lo scorso 2 agosto in Senato il titolare di via Arenula dichiara: “Negli ultimi sei anni non ho avuto alcun rapporto professionale con l’avvocato Luca Lanzalone”. Il professionista, ora agli arresti per l’inchiesta sullo stadio della Roma, è l’uomo al quale il sindaco di Livorno Filippo Nogarin assegna due consulenze, del valore complessivo di circa 125mila euro, per seguire la procedura di concordato relativa ad Aamps. Scorrendo le pagine della richiesta di archiviazione firmata dal pm Massimo Mannucci e dal procuratore capo Ettore Squillace Grieco, si legge che dalle indagini “è emerso che lo studio Lanzalone&Partners costituisce dalla fine di dicembre 2015 un punto di riferimento per il comune di Livorno in particolare in vista della revoca del cda del gennaio successivo, formalizzato con una mail rinviando a un secondo momento le modalità del compenso. La sussistenza di una collaborazione non occasionale già in essere viene evidenziata in una mail dell’avvocato Alfonso Bonafede indirizzata anche a Nogarin, Lemmetti (assessore al Bilancio, ndr), Lanzalone e l’avvocato Francesco Costantini, datata proprio 7 gennaio”.

 

Che cosa ci sarà mai scritto in questa email? Dai fautori del diritto di conoscere sempre e comunque, della trasparenza assoluta eretta a dogma infallibile, ci aspetteremmo l’immediata pubblicazione della benedetta corrispondenza, per stornare ogni sospetto. Invece niente. Il Fatto quotidiano, per bocca del suo direttore, derubrica la faccenda a “ridicola accusa”, eppure dalle carte delle indagini trapela che l’email spedita dall’attuale ministro serve a fissare un incontro per il 18 gennaio presso lo studio legale Bonafede a Firenze “per fare un primo punto della situazione, alla luce di queste prime settimane di collaborazione, con gli avvocati dello Studio Lanzalone&Partners”. In altre parole, l’allora deputato del M5S organizza riunioni di “raccordo”, per così dire, non presso una sede istituzionale ma nei suoi uffici legali fiorentini. Come se non bastasse, dalle stesse carte emerge una seconda email, risalente al 3 febbraio 2016: il mittente, stavolta, è Lanzalone che tra i destinatari, per conoscenza, inserisce Bonafede e Luigi Di Maio per confermare la propria disponibilità ad assistere l’amministrazione livornese, i suoi rappresentanti e le partecipate. Purtroppo, anche in questo caso, l’elemento di conoscenza non proviene dai protagonisti della vicenda ma da uno scoop giornalistico del Tirreno.

 

Tocca prendere atto che, ad oggi, i fautori dello #intercettatecitutti, #indagatecitutti, #albandolaprivacy, fanno orecchie da mercante. Il sindaco Nogarin fa sapere che “la mail non è un atto pubblico ma una comunicazione privata”, insomma esiste ma non si può conoscere. Il deputato dem Andrea Romano, che è anche capogruppo in consiglio comunale, presenta una richiesta di accesso agli atti: “Perché non garantire il libero accesso dell’opinione pubblica alla corrispondenza intrattenuta tra Bonafede e Lanzalone sul caso Aamps? Trascorsi i trenta giorni previsti dalla legge, denunceremo Nogarin per omissione di atti di ufficio”.

 

Chissà come andrà a finire.

 

Ricapitoliamo: c’è un ministro che dichiara al Senato di non aver intrattenuto “rapporti professionali” con un avvocato attualmente agli arresti; esistono almeno due email che confermano il coinvolgimento attivo dello stesso ministro, all’epoca deputato con studio legale ben avviato, che raccontano una storia diversa. Forse sarebbe il caso, tra un Daspo e un corrotto, di trovare il tempo per un comunicato stampa, una diretta Facebook, un tweet chiarificatore. Adesso che spunta anche il nome del vicepremier Di Maio, il già imbarazzante silenzio diventa insostenibile. “I cittadini hanno il diritto di sapere”, cit.

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