Da Maurizio Mosca a Bracardi, ecco a chi si ispira Di Maio sulla giustizia

Luciano Capone

Roma. A sentire il vicepremier Luigi Di Maio di reddito di cittadinanza viene in mente, si parva licet, quel fenomeno del giornalismo e dell’avanspettacolo sportivo di Maurizio Mosca che, dopo una telefonata di un telespettatore molesto che l’accusava di essere “stato visto in piazza Aspromonte comprando 500 mila lire di cocaina”, passati i 5 minuti di un intervallo pubblicitario, annunciava solennemente: “Quel signore di prima, che ha lanciato un’accusa grave e gratuita nei miei confronti, è stato già arrestato! Abbiamo i telefoni controllati, abbiamo già mandato la polizia a casa di questo signore, che è stato già arrestato. Dovrà rendere conto di quello che ha detto, provare, documentare… intanto adesso è in galera!”.

  

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Ecco, più o meno    questo è il succo del dialogo – molto più amichevole rispetto a quello di Mosca con l’anonimo disturbatore – tra Peter Gomez e Di Maio alla festa del Fatto quotidiano a Marina di Pietrasanta: “Come farete a scoprire coloro che chiederanno il reddito di cittadinanza e hanno un lavoro in nero?”, chiede il giornalista. “Chi froderà per avere il reddito rischierà fino a sei anni di galera – risponde il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico – Gli strumenti per controllare ci sono, però vanno usati meglio”. Ecco però che Gomez incalza: “Ma come pensate di beccare un ragazzo che lavora di sera in pizzeria? E poi i tempi della giustizia li conosciamo…”. Nessun problema: “Non aspetteremo i tempi della giustizia – risponde Di Maio – faremo come abbiamo già fatto con Autostrade”. E qui, evidentemente tranquillizzato dalla soluzione in stile Maurizio Mosca, si fermano le obiezioni di Gomez al vicepremier.

 

Non si capisce bene di quale reato sarebbero colpevoli i camerieri che percepirebbero indebitamente il reddito di cittadinanza per meritarsi fino a 6 anni di carcere. L’indebita percezione di erogazioni a danno dello stato è punita fino a 3 anni, la truffa ai danni dello stato è punita fino a 5 anni, forse in questo caso siamo di fronte all’errore determinato dall’altrui inganno (art. 48 cp) che in questo caso – l’errore – sarebbe la falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art. 479 cp), che è appunto punito da 1 a 6 anni. Ma probabilmente non siamo di fronte a nulla di tutto ciò, perché un governo che non aspetta i tempi della giustizia, evidentemente, non avrà perso tempo a leggere il codice penale.

 

In questo, come in tantissimi altri casi per cui sono invocate pene prima delle sentenze, l’indirizzo del governo verso ciò che va purificato segue l’indirizzo della crociata contro gli albigesi: “Uccideteli tutti! Poi Dio riconoscerà i suoi”, si diceva allora. “Arrestateli tutti! Poi la giustizia farà il suo corso”, si dice adesso. Che qualcosa non stesse cambiando per il verso giusto con il nuovo governo del cambiamento bisognava capirlo già dal giorno della fiducia, quando il presidente autonominatosi “avvocato del popolo” Giuseppe Conte disse al Parlamento che il governo avrebbe agito rispettando il principio costituzionale della “presunzione della colpevolezza”. Solo un lapsus, colpevolezza al posto di innocenza, e Freud ha insegnato cosa può esserci in un semplice lapsus.

 

Ora si dice: “Non aspetteremo i tempi della giustizia”. E’ la massima di governo,    che ha acquistato piena cittadinanza, accolta così morbidamente che ormai non solo non suscita lo scandalo di nessuno, ma neppure un sopracciglio alzato. Domanda: ma come risolvete quel problema (l’immigrazione clandestina, i furti, gli stupri, la corruzione, le autostrade, le frodi o qualsiasi altra cosa a piacere)? “Non aspetteremo i tempi della giustizia”, è la risposta. Sempre quella. E’ un mantra che ha sostituito una formula molto in voga nei decenni passati, che era: “Bisogna garantire la certezza della pena”. Dicevano tutti così, da destra a sinistra. Al fondo, intimamente in chi lo diceva, o come sottinteso per chi l’ascoltava, c’era comunque l’idea che bisognasse mettere più gente in galera. Certezza della pena, si diceva, non a caso, e non “certezza del diritto”. Però, con questa formula, almeno la forma era salva. Se era stata stabilita una pena – che i politici volevano “certa”, qualsiasi cosa questo aggettivo volesse dire – si presupponeva che ci fosse stato un processo, che si presumeva giusto, e un giudizio, che si ipotizzava equo. Con il “non aspetteremo i tempi della giustizia” di Luigi Di Maio e del suo governo del cambiamento, tutto questo ragionamento implicito salta. Si passa dal diritto dei brocardi a quello di Bracardi, il personaggio che – ai tempi in cui Maurizio Mosca arrestava i telespettatori – cantava: “In galera!”.

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