No a i pappagalli dei pm

Claudio Cerasa

Sui giornali che hanno contribuito a raccontare per anni la balla della mafia a Roma ci saremmo aspettati di leggere ieri (no, non è vero, non ce lo aspettavamo affatto) editoriali mortificati, sinceri ma mortificati, attraverso i quali i direttori delle gazzette delle procure avrebbero potuto fare l’unica cosa possibile in questi casi: chiedere scusa per aver alimentato una bufala, la bufala della mafia a Roma; chiedere scusa per non aver informato per tempo i propri lettori che dire che la Capitale d’Italia era la nuova Corleone era un'enormità non suffragata da prove; chiedere scusa per non aver saputo leggere con laicità quello che le carte dell’indagine dicevano con chiarezza, ovvero che l'unica cupola che esiste a Roma non è quella della nuova Piovra ma è quella di San Pietro.

 

Mario Calabresi, in un editoriale pubblicato ieri su Repubblica, rimprovera il giudice del tribunale di Roma di aver commesso un errore per non aver capito “quali danni abbiano fatto decenni di sottovalutazione politica dei fenomeni mafiosi” e sceglie di non dare peso al fatto che i principali giornali hanno utilizzato per anni in modo disinvolto, diciamo più o meno a caso, il bollino della mafia senza controllare se quel bollino fosse vero oppure contraffatto.

 

Il problema, scrive Calabresi, non è che si è raccontato per anni quello che non esisteva ma è che quello che esiste (la mafia) non viene capito dai giudici tontoloni che in modo incomprensibile considerano la valutazione delle prove più importante di un tweet di Roberto Saviano.

 

Lo sconforto profondo ricavato dalla lettura dei giornali di ieri è stato improvvisamente sostituito da un sentimento diverso, quasi di ammirazione, quando alle 9.45 un grande cronista di Repubblica, Massimo Lugli, interviene in una trasmissione radiofonica, Radio Anch’io, e a un certo punto sbotta e dice la verità, non riferendosi al suo giornale ma al circo mediatico-giudiziario: “A Roma la cosca ce la siamo inventata”. Domanda: è giusto quello che dice il Foglio, ovvero che la sentenza di Mafia Capitale dimostra che i giornalisti non devono farsi ingolosire quando c’è un’inchiesta che arriva da una procura e devono imparare a non essere solo i pappagalli dei magistrati? Risposta liberatoria e fantastica di Lugli: “Sapete perché è così? Fatemelo dire. Perché lo sappiamo tutti. La procura ha un’esca a cui noi abbocchiamo sempre che si chiama ‘carte’. Se solo noi la finissimo di pubblicare le carte, e di fare i passacarte della procura…”. Suggeriamo a Repubblica, se trova anche un boxino tra una carta della procura e l’altra, di ricavare un piccolo spazio, piccolo piccolo, per pubblicare un editoriale di Massimo Lugli. Smack.

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