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Quanto ci costa lo strapotere di Erdogan

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Il presidente turco si è fatto una nuova vita da mediatore globale e da alleato ostile ma necessario. Dalla Nato al grano fino all’ossessione curda

Con la guerra di Putin in Ucraina è cominciata una nuova vita per Recep Tayyip Erdogan, il padrone della Turchia che da quasi vent’anni decide il destino del suo paese e un po’ anche il nostro visto che con lui condividiamo confini e alleanze. A Bali, al G19 come lo ha definito Kyiv sottolineando l’isolamento assoluto e brutale della Russia, l’abbiamo vista bene, questa nuova vita di Erdogan, invitato di qui e di là, accolto con una stretta di mano calorosa persino dal principe saudita bin Salman, quello che ha ordinato l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi dentro al consolato saudita a Istanbul, cioè sotto ai suoi occhi. Erdogan ha visto Joe Biden in un vertice non previsto cosicché ha potuto sottolineare l’urgenza e la necessità dell’incontro – urgenza del presidente americano, naturalmente – e suggellare il suo nuovo ruolo di mediatore, di interlocutore esperto e informato, di ponte tra l’occidente e il resto del mondo, che è poi quello che da sempre vuole il presidente turco: essere indispensabile. Per questo ci era rimasto particolarmente male quando Donald Trump, un altro leader dalle ambizioni infinite, nel 2019 gli inviò una lettera in cui diceva, testuale: non fare il cretino. Era appena partita una incursione militare turca nel nord della Siria, l’America aveva il timore che diventasse un’invasione visto che aveva appena ritirato i propri soldati e così l’allora presidente minacciò Erdogan dicendogli: se vai avanti con le operazioni ti faccio crollare l’economia, “don’t be a fool”, appunto. Il presidente turco rispose piccato che aveva cestinato la lettera, ma poi dovette essere cauto sul serio perché, come spesso accade ai dittatori, le loro aspirazioni non hanno nulla a che fare con la sostenibilità economica dei paesi che governano. Ma ci rimase comunque male, e ora che invece si sente di poter infierire sugli alleati occidentali perché alcune cose dipendono effettivamente da lui – l’allargamento della Nato, l’accordo sul trasporto del grano ucraino, e l’afflusso dei migranti verso il territorio europeo – non perde occasione per ribadire il suo potere. Un esempio, molto vicino: durante la conferenza stampa di rito a Bali, Erdogan ha detto che la Grecia dovrebbe “ricordarsi qual è il suo posto” e sapere che “potremmo arrivare di notte, all’improvviso”, che è una minaccia nemmeno troppo fantasiosa se si pensa che secondo i dati del ministero della Difesa greco, quest’anno sono state registrate 8.880 violazioni dello spazio aereo greco da parte di aerei e droni turchi, rispetto ai 2.744 del 2021 e appena poche centinaia negli anni precedenti. Ma Erdogan pensa di poter dire tutto, perché sa che oggi il costo politico e diplomatico di metterlo a tacere o anche solo contenerlo è invero altissimo. 

   

Tutti insieme poco appassionatamente. Il tono ostile con la Grecia è soltanto uno dei motivi che rendono parecchio scomoda la convivenza con Erdogan dentro la Nato. Da anni si discute della sua presenza nell’Alleanza, decisiva dal punto di vista militare e geografico ma politicamente instabile e controversa: anzi, si potrebbe dire che c’entrano anche i valori democratici e quindi l’identità stessa della Nato in relazione ai suoi partner. E’ grossomodo il dibattito che c’è stato anche nei confronti dell’Unione europea, che però è andato nella direzione opposta: il partito che sostiene che la Turchia, questa Turchia erdoganiana, c’entra poco con i valori dell’Ue ha avuto il sopravvento, tanto che ancora oggi la procedura di adesione esiste ma soltanto in modo formale. Con la Nato l’integrazione c’è eccome, ma quando il presidente francese Emmanuel Macron disse che l’Alleanza era in uno stato comatoso (la realtà di questi giorni lo ha smentito ma c’è voluta una guerra) ce l’aveva proprio con la Turchia, che muovendosi in modo autonomo e poco collaborativo stava mettendo a rischio l’interesse comune di questa unione difensiva. Oggi se possibile la dipendenza della Nato da Erdogan è ancora più forte e non dal punto di vista militare: l’allargamento alla Svezia e alla Finlandia è ostaggio del volere del presidente turco che, da abile negoziatore, ha capito di poter sfruttare questo ampliamento a proprio vantaggio, mettendo condizioni che soddisfano esigenze interne – farsi consegnare quelli che lui considera oppositori – ed esterne – garantirsi un assenso tacito su tutte le manovre che vuole fare nella sua  regione. Turchia e, guarda un po’, Ungheria sono gli unici paesi che non hanno ancora ratificato le richieste di ingresso della Svezia e della Finlandia. Nelle ultime ore, dopo l’incidente  al confine tra la Polonia e l’Ucraina con due morti sul territorio polacco, Erdogan ha violato il patto di solidarietà anche comunicativo della Nato dicendo in autonomia: “Devo rispettare la dichiarazione della Russia in cui dice che l’incidente non ha nulla a che fare con lei”. Il presidente turco sostiene che questo metodo è l’unico che può convincere Putin a negoziare (cosa che come è evidente non ha granché intenzione di fare) ma non perde occasione per svilire i suoi alleati, contando sulla non-reazione. A Bali Joe Biden ha convocato un piccolo vertice d’emergenza della Nato dopo i missili in Polonia, ma Erdogan non si è presentato. Perché?, gli hanno chiesto. E lui: “Non siamo obbligati a partecipare a incontri inutili”.


L’accordo sul grano a scadenza. Una delle ragioni per cui a Erdogan è stato concesso tanto margine di manovra è l’unico successo, se così si può dire, diplomatico raggiunto in quasi nove mesi di guerra: l’accordo sul grano ucraino da esportare nel resto del mondo. E’ un accordo patrocinato dall’Onu, gestito dalla Turchia e firmato in documenti separati e dando garanzie separate da Russia e Ucraina. L’accordo scade alla fine della settimana e deve essere rinnovato perché, anche se è spesso stato usato come ennesima arma di ricatto da Putin, ha consentito di sbloccare le risorse alimentari necessarie alla sussistenza di buona parte dei paesi più poveri dell’area mediterranea e africana. Gli ucraini si lamentano che i russi fanno controlli volutamente lunghissimi che rallentano il flusso dei carichi, i russi vanno dicendo soprattutto ai paesi africani che gli europei si prendono il grosso di questo export forzoso sperando così di trovare nuovi alleati e dicono che il rinnovo deve contenere un sollevamento sulle sanzioni sull’ammoniaca che serve per fare ed esportare i fertilizzanti. Le premesse non sembrano dunque rassicuranti, ma questo accordo oltre all’utilità ha anche un valore simbolico molto forte: è l’unico canale di dialogo in cui si è ottenuto qualcosa. Quando Erdogan dice, come ha fatto a Bali, che “non vede problemi” per il rinnovo, i diplomatici europei un po’ si allarmano: sanno che non possono far crollare questo patto, ma sanno anche che Erdogan non apparecchierà un rinnovo gratis. 


L’attentato e le elezioni. A guidare le scelte di politica estera di Erdogan sono per lo più le esigenze di politica interna, se non addirittura le sue esigenze personali. Entro il giugno del 2023, l’anno del centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, il presidente dovrà affrontare elezioni dall’esito incerto e per questo la sua politica internazionale ha perso ogni visione strategica di lungo termine. Il consenso  è basso a causa della grave crisi economico-finanziaria che registra un’inflazione al consumo di oltre l’86 per cento, una valuta nazionale avvizzita, un disavanzo delle partite correnti aggravato e un’opposizione più unita e più agguerrita rispetto al passato. In Turchia sta anche crescendo il risentimento verso i circa quattro milioni di migranti siriani ospitati, che hanno già rappresentato una delle cause della scorsa sconfitta elettorale del partito di governo, l’Akp, nei maggiori centri urbani. Per colmare questo distacco, che ha ovviamente un riflesso anche sull’Ue che  spende sei miliardi di euro perché Erdogan badi a quella rotta di migrazione, il presidente turco cerca di attrarre capitali e investimenti da ogni paese, a partire da quelli più vicini, riappacificandosi anche con i suoi storici nemici. All’interno suona le corde dell’ideologia nazionalista e della sopravvivenza della nazione che, secondo lui, sarebbe minacciata dal separatismo curdo. Vincere le prossime elezioni significa non soltanto mantenere un potere ventennale, ma anche scrivere una nuova Costituzione e consegnare alla storia del passato la repubblica kemalista.


Dopo l’attentato. L’attacco nel centro di Istanbul che ha sconvolto la Turchia è ancora tutto da decifrare. Molti temono che questo attentato, in cui sono morte sei persone e ci sono stati circa 80 feriti, sia il preludio di una nuova ondata di attentati, come è già avvenuto in passato in prossimità di scadenze elettorali. Ankara accusa l’organizzazione curda armata Pkk, che si batte dal 1984 per l’autonomia del sud-est anatolico, di aver compiuto l’attentato, ma sia dal quartier generale di Qandil nel nord dell’Iraq sia dal comando di Kobane in Siria delle Unità di protezione del popolo (Ypg), l’ala armata dell’organizzazione Pyd, sono arrivate ferme smentite. La polizia turca ha arrestato 50 persone, inclusa una donna sospettata di aver piazzato la bomba, una cittadina siriana, nata ad Aleppo nel 1999, di nome Ahlam Albashir, che viveva e lavorava in Turchia da oltre un anno e che avrebbe confessato di essere stata incaricata di compiere l’attentato dopo essere stata addestrata nel servizio di intelligence del Pkk in un campo in Siria. Le indagini sono appena iniziate ed è presto per formulare una ipotesi credibile sulla matrice dell’attentato, ma c’è una  novità interessante: è emerso che la scheda sim dell’attentatrice siriana è intestata al presidente del Partito del movimento nazionalista (Mhp) di un distretto di Sirnak, una città del sud-est anatolico a maggioranza curda. La polizia lo ha interrogato – si chiama Mehmet Emin Ilhanİ – e lui si è difeso dicendo di non aver mai acquistato quella scheda e ipotizzando il fatto che qualcuno abbia utilizzato una fotocopia del suo documento di identità per l’acquisto. Il Mhp è un partito ultranazionalista, è fortemente anticurdo ed è un prezioso alleato dell’Akp di Erdogan. Non pochi osservatori in Turchia interpretano questa rivelazione come un elemento a sostegno della teoria secondo la quale  l’attentato di Istanbul sarebbe la conseguenza di una faida dentro gli apparati dello stato.


La struttura di potere di Erdogan presenta tutti gli ingredienti di una autocrazia: il familismo, la corruzione, la repressione dei giornalisti e dei “nemici del popolo” che sono soltanto i nemici del leader, l’economia in perenne bilico, l’antisemitismo, le minacce all’occidente e una politica demografica orientata politicamente: Erdogan non vuole assumere chi ha meno di tre figli, di recente ha sgridato un suo collaboratore e la moglie perché avevano un figlio solo dicendo che le famiglie affiliate al Pkk, appunto, hanno in media dai cinque ai dieci figli, e bisogna recuperare. C’è chi sostiene che il rapporto privilegiato che Erdogan ha con Putin – e non con Volodymyr Zelensky – dipenda proprio da questa comunanza: tra dittatori ci si intende, insomma, ma soltanto finché gli interessi non divergono troppo. E finché il costo dello strapotere del presidente turco è alto sì, ma non fuori controllo.

   

(ha collaborato Mariano Giustino) 

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