Sul fronte di Ucraina e Israele, dove l’identità è libertà

Israele lotta per il diritto di esistere, l’Ucraina per la libertà. Tutti e due sono convinti di farlo per una causa che va oltre i loro confini nazionali
31 OTT 26
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Soldati ucraini durante un funerale a Kharkiv, nel cimitero che ospita le salme dei militari caduti in guerra contro la Russia (foto di Hnat Holyk/Getty Images)

Gerusalemme, dalla nostra inviata. “Sono contento per come è andata, perché entrambe le parti meritavano di perdere”. Che alle elezioni israeliane perdessero tutti era un augurio che Natan Sharansky, dissidente nell’Unione sovietica, ministro in Israele, scacchista, intellettuale, si era fatto durante la campagna elettorale. “Lo dicevo per scherzo, ma alla fine è andata proprio così. E’ successo perché a volte si ha la presunzione di parlare a nome di tutto un popolo e invece stai parlando soltanto per la metà”. E tutti, dice Sharansky, hanno in effetti perso.
Quando si entra nello studio di Natan Sharansky, oltre ai suoi occhi, ce ne sono almeno altre due paia a osservare chi arriva. Gli occhi di Sharansky sono blu, di una pacatezza che nasconde per garbo e abitudine il tumulto di quest’uomo, un intellettuale che per le sue idee ha lottato, ha rischiato di morire, è finito in galera, anzi nel Gulag, per la difesa dell’ebraismo, della sua cultura, della libertà, contro l’annichilimento violento dell’Unione sovietica. La sua vita è stata scritta con una serie di gesti di resistenza, piccoli e letali, personali e storici, come accendere le candele per Chanuka in cella, cantare l’inno di Israele per far del male alle orecchie dei suoi aguzzini. Ha pagato per ogni parola. Gli altri occhi che emergono dalle pareti della stanza sono simili, non per colore, ma per la pacatezza, il guizzo della resistenza a oltranza, l’educazione di chi sa che per la libertà si muore. Sono compagni di vita, di lotta e di ideali: il fisico dissidente Andrei Sakharov, il cui ritratto emerge alle spalle di Sharansky, e il padre del sionismo, Theodor Herzl, nella foto celebre, affacciato sul lungo fiume a Basilea, a immaginare Israele, il paese in cui vive oggi Natan Sharansky, nato a Donetsk, in Ucraina, durante l’Unione sovietica. Gli occhi sorridono quando descrive la città ucraina ormai distrutta e sotto l’occupazione dell’esercito russo. “Era bellissima”, dice con fermezza al Foglio. Si concentra, sembra che alla sua Donetsk, com’era, come è stata, non pensi più da tempo, ma è contento di farlo ora. “Quando sono nato, all’inizio della mia vita, era molto sporca a causa di una certa mentalità e soprattutto delle industrie. L’aria era piena di inquinamento, uscivi con una camicia bianca e nel giro di un paio d’ore bianca non era più. Poi, negli anni Sessanta, sono stati fatti grandi sforzi per trasformarla, renderla più pulita, più abitabile. I rapporti fra ebrei, russi e ucraini non erano semplici, ma questa è un’altra storia, migliorata con il tempo. Negli anni Settanta, per esempio, la situazione era diventata più gestibile”. Questa è la storia, abusata e bistrattata, oggi al centro anche della menzogna su cui Vladimir Putin ha costruito la sua guerra di invasione. Sharansky ripete che Donetsk era bellissima, quasi avesse bisogno di convincere, di giustapporre un’immagine concreta di vita a quella del nulla e distruzione che emerge a singhiozzo da dentro ai territori che Mosca occupa. “E’ doloroso vedere cosa le sta succedendo. La storia della discriminazione dei russi è una bugia, è ovvio. Ai miei tempi tutti in città parlavano russo, in secondo luogo ucraino. Nei villaggi circostanti si parlava invece soprattutto ucraino e il russo era una lingua aggiuntiva”.
Natan Sharansky
Natan Sharansky
Era Ucraina, tutto nella zona era fortemente ucraino, poi vennero scoperte le miniere, divenne un centro industriale e iniziarono ad arrivare i lavoratori dalla Russia. “Il numero dei russi è aumentato nel tempo, ma mai Donetsk è stata percepita come una zona distaccata dall’Ucraina, era parte dell’intero corpo. Putin ha inventato tutto”. Ha inventato la discriminazione dei russi, l’inesistenza dell’identità ucraina – e per Sharansky la parola “identità” ha un significato profondo e salvifico che spiega nel corso della nostra conversazione – e la demonizzazione della sua democrazia. “In questi anni vedo quanto la democrazia ucraina stia crescendo. Gli ucraini sono sempre più occidentali”. Sharansky sostiene che forse non sia l’aggettivo giusto per descrivere la trasformazione degli ucraini e ora che negli Stati Uniti c’è un presidente che si sente più vicino al regime di Putin che alla battaglia di Kyiv, la categoria dell’“occidente” sembra avere bisogno di essere circostanziata in modo più accurato. “Mi sono sentito in imbarazzo guardando la scena dell’incontro dello Studio ovale. La politica di Donald Trump nei confronti dell’Ucraina è vergognosa. Il capo della Casa Bianca vuole elezioni in Ucraina perché a dirglielo è un regime che sta a Mosca. Quando parla con Zelensky usa la terminologia del gioco – ‘non hai le carte’ – e il presidente ucraino deve spiegargli che non sta giocando a nessun gioco ma sta lottando per il diritto dell’Ucraina di rimanere un paese libero”.
Quando Sharansky parla di Ucraina non lo fa soltanto perché viene da Donetsk, ma anche perché da ministro del Commercio israeliano firmò il primo accordo fra Gerusalemme e Kyiv. Ha seguito lo sviluppo del paese dopo la caduta dell’Unione sovietica, ha confrontato come si stata evolvendo la Russia e come l’Ucraina, “a differenza di Mosca, subito dopo aver ottenuto l’indipendenza, Kyiv ha deciso di affrontare il proprio passato. Lo ha fatto in modo preciso e realistico. Come molte altre nazioni coinvolte nell’Olocausto, l’Ucraina fatica a riconoscere le proprie responsabilità, il ruolo della popolazione, ma lo sta facendo in modo molto più coraggioso rispetto ad altri e a Kyiv oggi c’è meno antisemitismo rispetto a molte capitali europee. E’ una democrazia che si è formata con elezioni libere, con il susseguirsi di cinque presidenti arrivati criticando i predecessori soprattutto per la corruzione e che poi spesso hanno perso le elezioni successive a causa della corruzione stessa. La corruzione c’è, ma non è quella che invece tiene in piedi lo stato russo. La differenza è che in Ucraina si vota e i presidenti vengono mandati a casa. Il risultato di questo processo è l’elezione di Zelensky che, come i suoi predecessori, ha fatto una campagna elettorale contro la corruzione, ed è un presidente ebreo che non nasconde la sua ebraicità. E’ un segnale importante di come il paese abbia superato molti pregiudizi del passato”.
Nel luogo in cui avvenne il massacro di Babyn Yar a opera dei nazisti oggi c’è un memoriale in cui si recano istituzioni e visitatori comuni, è il luogo che commemora quello che Sharansky chiama l’Olocausto dei proiettili e in questi anni di guerra un missile “denazificatore” russo ha colpito molto molto vicino. “Per me Babyn Yar è un luogo importantissimo, sorge sulla più grande fossa comune dell’Olocausto e oggi è un simbolo profondo dello sforzo per preservare la memoria”. Il memoriale venne istituito dai sovietici, che però lo dedicarono vagamente ai “prigionieri di guerra”, quando l’Ucraina stava per diventare indipendente, mancava un mese, venne riconosciuto come il luogo in cui vennero sterminati cittadini ebrei.
Su una cosa Putin ha ragione; la guerra di oggi ha radici profonde. Non sono le stesse che il capo del Cremlino si affanna a spiegare con lunghe digressioni storiche, sono molto più recenti, risalgono alla difficoltà anche occidentale di immaginare un’Ucraina libera. Sharansky indica Sakharov alle sue spalle, ci porta dentro a una loro conversazione fra il Gulag e il confino: “Diversamente da tutti i sovietologi che fino all’ultimo momento pensavano che l’Unione sovietica sarebbe durata in eterno, noi abbiamo sempre saputo che sarebbe crollata e lo avevamo predetto con anni di anticipo. Avevamo visto che avrebbe iniziato a disgregarsi dai confini, dalla Polonia, dalla Germania, e poi il crollo sarebbe arrivato all’interno. C’era un punto fondamentale per questa caduta: sarebbe stata l’indipendenza di Kyiv il tonfo finale”. In prigionia i due ragionavano sulla fine del sistema che li voleva silenziosi e repressi, aspettavano, contavano. Sharansky è stato poi liberato a Berlino, in uno scambio sul ponte delle spie, Sakharov non è mai stato ai lavori forzati, ma entrambi vennero liberati nel 1986. Parlare della caduta del nemico era un modo per sopravvivere, per non impazzire, per dare un senso alla lotta. Ma i due, dal racconto di Sharansky, avevano compreso che “l’indipendenza dell’Ucraina avrebbe portato alla fine dell’Unione sovietica e pensavamo che sarebbe diventata un paese molto potente, come la Francia, Kyiv ha tutto. Ha industria e agricoltura, è un paese vasto”. E’ proprio nel momento in cui il mostro sovietico si stava accasciando che si sono create le cause profonde della guerra, in quell’impulso spaventato che Sharansky descrive come il tentativo di non creare un’Ucraina potente: “Innanzitutto il mondo libero ha costretto Kyiv a rinunciare alle armi nucleari. Ecco il primo sfilacciamento della sua potenza. Una volta ho avuto una conversazione con Bush padre che mi chiedeva come convincere l’Ucraina a non lasciare l’Unione sovietica, mi sono messo a ridere, era impossibile. Nessuno aveva capito che il contenimento di Kyiv a Mosca è diventato l’ambizione di conquistare il mondo”. Come sempre ci si è preoccupati per la Russia, errore che si continua a ripetere, e non per l’Ucraina. “Ho incontrato Putin nei primi anni della sua presidenza, il suo obiettivo dichiarato era di ripristinare l’onore, di farsi rispettare da Bush figlio, da Angela Merkel, dalle superpotenze e ha sentito di aver fallito. A un certo punto, però, ha compreso che i Bush e le Merkel vanno e vengono e lui sarebbe rimasto, potenzialmente, per sempre. Alla sua continuità si è dedicato dai primi giorni del suo primo mandato, ma è stato quello il momento in cui non ha più pensato ai suoi rapporti con i leader, destinati a cadere, cambiare, e ha cominciato invece a pensare a come restaurare l’impero. Non l’Unione sovietica, ma l’impero di Caterina e di Pietro”. Così sono arrivate le guerre in Cecenia, in Georgia e in Ucraina nei momenti in cui Putin ha capito che avrebbe potuto approfittare dei momenti di debolezza degli Stati Uniti. “Li ha annusati. Quando Obama ha mostrato che si sarebbe tenuto lontano dalla Siria, Putin è andato in Crimea. Quando Biden si è ritirato in modo rovinoso dall’Afghanistan, con le immagini della fuga dei soldati, del caos in mano ai talebani, Putin ha deciso di entrare in tutta l’Ucraina”. Sharansky racconta del suo lavoro nel gruppo di Helsinki, che portò agli accordi in cui l’Unione sovietica riconosceva i confini europei del Dopoguerra – quest’uomo minuto ha fatto di tutto, ha vissuto mille vite. “Sembrava che quel modello funzionasse e al di là delle idee diverse, pareva che tutti fossero convinti che mai più si sarebbe tentato di cambiare i confini dell’Europa con la forza. Ora Putin ha mandato il suo messaggio: se sono abbastanza forte, ho il diritto di cambiare tutto con le armi e di tornare alla giustizia storica dell’impero russo”. La minaccia è per tutti, è all’ordine europeo. “Per questo l’Ucraina ha ragione, come Israele, nel ritenere che la sua lotta sia per il bene del mondo libero. Zelensky non chiede armi per un interesse cinico, ma domanda il sostegno necessario perché sta combattendo per tutti, senza chiedere a nessuno di morire per Kyiv”.
Soldati israeliani pattugliano la zona vicino al confine con Gaza nel sud di Israele (foto di Amir Levy/Getty Images) 
Soldati israeliani pattugliano la zona vicino al confine con Gaza  nel sud di Israele  (foto di Amir Levy/Getty Images) 
Sakharov e Herzl, i due pilastri dell’ufficio di Sharansky. Israele e l’Ucraina le due battaglie, con sfumature molto diverse, del dissidente. “In Israele sentiamo che stiamo combattendo per la nostra sopravvivenza e contro il terrorismo che minaccia il mondo intero e, anche se il mondo intero è contro di noi, ciò non significa che abbia ragione. Gli israeliani sentono fortemente che questa è una guerra per il diritto di esistere anche se attorno a noi tutti dicono che non è così”. I due paesi lontanissimi si rincorrono, si somigliano. Zelensky, il 7 ottobre, fu uno dei primi leader a condannare il progrom di Hamas, lo definì “lo stesso male” di Bucha, di tutte le città ucraine in cui russi hanno massacrato i civili. Non c’è esclusività nel dolore, nel male. Ci sono cause che mutano, Israele lotta per il diritto di esistere, l’Ucraina per la libertà. Tutti e due sono convinti di farlo per una causa che va ben oltre i loro confini nazionali. “In Israele abbiamo una società molto polarizzata, ma non ci dividiamo sulle accuse di genocidio che ormai il mondo vede come un fatto, senza neppure interrogarsi sul senso della parola. Psicologicamente siamo schermati dalle critiche esterne e per la maggioranza degli israeliani la guerra va fatta, anche se fuori la condannano. Dopo che i terroristi sono entrati nei nostri confini, hanno ucciso, torturato e rapito, era naturale andare a scovarli, anche se si nascondono dietro a due milioni di persone. Per sopravvivere dobbiamo uccidere chi ha tentato di ucciderci ed era razionale chiedere alla popolazione palestinese di spostarsi, per non essere usata come scudo umano. Il fatto che il mondo guardi le immagini di Gaza distrutta e ci accusi di genocidio e di aver fatto morire di fame i palestinesi non può fermarci, in Israele le persone sanno che è una bugia e che contro di noi sono stati usati parametri che non vengono riservati a nessuno, neppure alle dittature. Alle Nazioni Unite e nell’Unione europea ci sono più risoluzioni sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele che di tutti i dittatori messi insieme”. Tutto è più antico dell’ultima guerra contro Hamas, già vent’anni fa Sharansky formulò la sua teoria delle 3d (demonizzazione, delegittimizzazione e doppio standard) per mostrare quando l’antisionismo si trasforma in antisemitismo. “Già prima della guerra non eravamo ben visti dai politici europei. Dopo gli attentati in Francia, un diplomatico francese mi disse: ‘se Israele non insistesse sul fatto di essere uno stato ebraico, ma accettasse di essere uno stato di tutti, allora l’Europa non avrebbe problemi con il terrorismo’. L’affermazione significa arrivare a credere che i problemi del terrorismo siano dovuti al nazionalismo israeliano”.
L’identità è un argomento centrale nel pensiero di Sharansky, che ritiene vada difesa, come ha fatto lui con coraggio e metodo sotto il regime sovietico per preservare la sua identità ebraica. Quando non c’è identità per cui essere disposti a lottare, si crea un vuoto, un abisso. “Ho identificato due grandi attacchi all’identità: uno da parte del marxismo e l’altro dell’Europa post identitaria”. Sharansky è molto europeo e quando parla delle delusioni avute dall’Europa non lo fa mai con livore, ma con un dolore a cui non può assuefarsi. “Il woke ancora non esisteva, ma l’Europa che si era lasciata alle spalle l’Olocausto aveva iniziato a percepire l’identità ebraica di Israele come un problema”. E’ la parola “identità” a cui l’Europa ha iniziato da tempo a essere allergica e quando ha visto Kyiv alzarsi e combattere per la difesa della sua di identità, dimostrando che l’Ucraina non era la Russia, che l’ucraino non era il russo, che la differenza fra i due popoli era tanto grande da spingere il paese a proteggere la propria con le armi, sembrava che l’Europa potesse capire finalmente che dietro all’identità c’è la libertà, c’è l’orgoglio delle idee, c’è la necessità fiera di sopravvivenza. Non è andata così, l’identità europea è rimasta un tabù, ma l’Europa si è messa al fianco di Kyiv, sorprendendo Putin. “Muovo sempre molte critiche agli europei, ma si sono dimostrati forti, l’esatto opposto degli Stati Uniti di Trump. Eravamo abituati al contrario, a diffidare della reazione europea e a confidare in quella americana, noi dissidenti ragionavamo così. Nessuno sperava nell’Europa. Ma con l’Ucraina è stata forte, Putin ha tentato di spaventarla, continua a farlo parlando di nucleare, e invece ha visto che Kyiv non soltanto era pronta a combattere per difendere la propria identità, ma che dietro aveva degli alleati solidi, proprio quelli su cui nessuno aveva scommesso”, sicuramente non Sharansky.
In Ucraina si sente spesso parlare di israelizzazione, l’idea di vivere accanto a un vicino che quasi ti circonda e che ti vuole distruggere sta preparando Kyiv a una difesa continua e all’idea della guerra eterna, come Israele. Israele viene studiato, seguito, stimato, anche se di recente, l’esercito ucraino ha dimostrato di saper fare cose più sorprendenti di Tsahal. Dietro a tanta corrispondenza, però, Israele è rimasto in disparte e Sharansky si è fatto portavoce della necessità di unire i fronti, che sono già uniti ideologicamente, ma non militarmente. L’ex ministro ritiene che oggi siano più uniti di quello che si pensi e lo ha capito anche da un colloquio avuto di recente con Zelensky: “Prima era molto frustrato, non si capacitava della distanza di Israele. Ora è cambiato”. Gerusalemme ha spesso detto di dover pensare alle sue di guerra, ha giustificato il rapporto con la Russia con la necessità di un contenimento dell’Iran. Era il mondo dell’altro ieri. “All’inizio della guerra mi sentivo in minoranza. Tutti credevano che sostenere l’Ucraina fosse impossibile, dovevamo pensare all’Iran, quindi alla Russia. Nel 2015 Israele non voleva una base russa in Siria, ma gli Stati Uniti avevano dato il controllo dei cieli del medio oriente a Mosca e per anni i russi hanno visto e controllato noi israeliani preparare operazioni, e non hanno fatto nulla per fermarci. Una volta ero intervenuto in radio, spiegando quanto fosse necessario aiutare l’Ucraina. Una signora, incontrandomi per strada, mi aggredì, urlando: ‘Solo perché tuo figlio non è sull’aereo che fa incursioni in Siria e il mio sì, sei pronto a rischiare la vita di mio figlio per la guerra in Ucraina, che non è la nostra’. Ora l’opinione è cambiata, anche la presenza dei tanti israeliani che vengono dalla Russia non funziona più come freno e scusa per giustificare il rapporto con Mosca, che è stata l’unica a ospitare una delegazione di Hamas dopo il 7 ottobre e ha fornito aiuto all’Iran durante la guerra”.
Sharansky ha trascorso nove anni ai lavori forzati, era accusato di tradimento e spionaggio, sottoposto a interrogatori lunghissimi, a isolamento, a intimidazioni. Era un refusenik, come si chiamavano in Unione sovietica i cittadini, soprattutto ebrei, a cui veniva negato il diritto di espatrio. Sharansky voleva andare in Israele, ma Mosca gli rispose che per i suoi studi in matematica era a conoscenza di segreti di stato, quindi non avrebbe potuto andarsene. Venne incarcerato, minacciato di essere mandato a morte. La prigionia fisica di una mente eccelsa si trasforma in ampliamento dello spazio mentale e nella sua testa, mentre era rinchiuso, vessato, isolato, Sharansky ha fatto di tutto. Ha giocato a scacchi senza scacchiera né pedine contro se stesso, “ho giocato migliaia di partite nella mia testa e il bello è che ho sempre vinto”, se l’ironia può graffiare, la sua taglia di netto. Recluso ha immaginato, ragionato. Gli scacchi erano tanto importanti per lui che spesso di preparava agli interrogatori immaginandoli come una partita, “devi prevedere le mosse dell’avversario, non essere impreparato e gli ufficiali del Kgb erano gente metodica, prevedibile”. Rideva molto della situazione, lugubre, ingrigita, prima del carcere di Lefortovo poi della colonia penale. Ogni tanto ha immaginato la scarcerazione, che poi avvenne e durante la quale si tolse l’ultima soddisfazione: gli ordinarono di camminare dritto, lui si mise a zigzagare lungo il ponte delle spie.
Sulla sua prigionia ha scritto un libro, pubblicato prima che l’Urss collassasse, “Fear no evil”, “Non temere alcun male”. La sua opera circola ancora nelle carceri russe, viene letta come un manuale di resistenza e quando l’oppositore più illustre di Vladimir Putin, Alexei Navalny, venne rinchiuso in una colonia penale, iniziò a leggerla anche lui. Decise di scrivere a Sharansky, “mi disse che la sua esperienza era sorprendentemente simile alla mia. Io gli ho risposto che quando iniziai a scrivere il libro, lo feci affinché potesse aiutare persone nelle stesse condizioni. Per questo ho deciso di descrivere nel dettaglio tutto, anche gli interrogatori. Quando venne pubblicato l’Unione sovietica era quasi crollata, io ero stato il primo prigioniero politico a essere rilasciato, poi iniziò un processo di scarcerazione molto più rapido. L’ho immaginato come un’autobiografia storica e improvvisamente oggi raggiunge lo scopo per cui è stato scritto. E’ triste, il mio sogno si è avverato: il mio libro è di aiuto. Con Navalny ci scherzavo su”. Mostra il testo delle lettere, le sue scritte con inchiostro nero, quelle di Navalny con inchiostro blu sulla carta della prigione. Navalny lo ringrazia. Lui lo abbraccia. “I vecchi tempi tornano”, la Russia non è mai guarita. Il tono è scherzoso, Sharansky fa i complimenti a Navalny per come ha smascherato il tentativo del Cremlino di avvelenarlo. Quando l’ex ministro israeliano parla dei servizi di sicurezza dell’Fsb, li chiama alla vecchia maniera, il Kgb, lo stesso che ha incarcerato lui: “Non conosco nessuno nella storia che sia sopravvissuto a un avvelenamento e che sia riuscito a costringere il Kgb a confessare davanti al mondo intero. E’ senza precedenti nella storia dell’umanità”. Quella caratteristica nota sprezzante di Navalny, a Sharansky piace. Racconta di averlo difeso quando tutti gli davano dell’idiota per la scelta di tornare in Russia e si sapeva che sarebbe stato arrestato. “Se il tuo obiettivo è la sopravvivenza, non ti spingerai a tanto, se il tuo obiettivo è influenzare il tuo popolo, incoraggiarlo a non avere paura, allora torni a casa con questo messaggio: io non ho paura, nemmeno voi dovete averne. Credo che Navalny fosse un alternativa molto più concreta a Putin rispetto a tanti oppositori che si definiscono democratici, molti sono miei buoni amici, ma non hanno legami con la gente in Russia, sono estranei. Navalny è riuscito davvero a dare l’impressione di fare parte della gente, ha mandato un messaggio più incisivo, diretto e intimo insieme. Non so se la Russia fosse pronta a ribellarsi, non lo hanno fatto nemmeno con la guerra in Ucraina.
La Russia è immobile, il libro del dissidente vale ancora oggi. I popoli che sopravvivono e che vincono sono quelli che, come l’Ucraina e Israele, anche quando tutti vorrebbero che procedessero su una linea retta, che facessero quello che gli altri si aspettano da loro, decidono invece di incedere zigzagando, come Sharansky sul ponte delle spie: nell’istante in cui si allontanava dai suoi carcerieri decise di mostrare la sua identità. Una camminata che è stata un manifesto della libertà.