Israele boccia gli estremisti. Coalizioni, sacrifici, una certezza

Netanyahu, Eisenkot e i piani di Trump. Gli israeliani fanno una scelta sulla loro destra

29 OTT 26
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Foto Ap via LaPresse

Tel Aviv, dalla nostra inviata. Il giorno dopo il voto, la città che fino alla chiusura delle urne scoppiava di energia e festeggiamenti pare deserta. Tutti sono tornati al lavoro, i manifesti delle intenzioni di voto si vedono appena, molti sono ormai stropicciati, gettati per terra, scrostati dai muri. Nessuno per strada indossa più la maglietta per mostrare chi voterà. Anche gli adesivi non si vedono più, tutto è stratificato nelle strade di questa città e il voto appartiene al mondo di ieri. Ormai è fatta e Tel Aviv ha riassorbito le elezioni, torna alle sue giornate consuete in attesa che si sappia a chi toccherà il primo tentativo di formare un governo. I delusi nella città sono molti, ma il risultato elettorale in realtà può portare a diverse soluzioni e, fino a questo momento, l’unica non praticabile per una ragione numerica sembra essere la riedizione di questa maggioranza. Tutti hanno perso seggi, anche il Likud di Netanyahu, ma i suoi quattro partiti alleati, fra destra religiosa e ultraortodossi, o sono rimasti fermi a quattro anni fa o hanno peggiorato il loro risultato. Il centro è diventato più grande, si è spezzettato. 
La radicalizzazione che era stata predetta non è arrivata, la formazione del governo sarà una questione che risolveranno partiti di centrodestra, oppure coalizioni fantasiose e azzardate o coraggiose. L’attuale governo però è finito e nel prossimo manifesto elettorale dell’attuale ministro della Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, probabilmente fra i volti dei nemici da cui guardarsi verrà inserito anche quello del premier Benjamin Netanyahu, che ha trascorso la campagna elettorale a dire che tutto sarebbe rimasto com’era, pur sapendo che non sarebbe stato possibile. Ben-Gvir lo aveva compreso in anticipo, aveva invitato a votare il suo partito e non il Likud, che avrebbe potuto tradire. A votare per lui sono rimasti i fedelissimi, sono arrivati pochi nuovi elettori, qualche vecchio ha invece cambiato idea. Anche gli ultraortodossi, nonostante la loro forza demografica sia stata agitata nelle ultime settimane come un pericolo politico, hanno combinato poco nelle urne, soprattutto Shas, espressione dei sefarditi, che è stato risucchiato, in parte, dal premier. Netanyahu è abituato a governare con chi vuole, con chi accetta, e ci sono ragioni per credere che il primo a cui farà la proposta di unirsi in coalizione, qualora il presidente Isaac Herzog dovesse affidare a lui l’incarico, sarà Gadi Eisenkot, l’arcinemico della campagna elettorale, che pure nel passato aveva nominato capo di stato maggiore. Ieri Herzog ha detto: “Una cosa deve essere compresa, e l’ho detto anche prima delle elezioni: dobbiamo fare tutto il possibile per evitare un altro turno di elezioni. Mi aspetto che tutti coloro che verranno da me, lo facciano con la mente aperta”. Herzog conosce Netanyahu, sa che non ha problemi a governare con chiunque, il richiamo è soprattutto per l’opposizione, per i “mai” pronunciati da Gadi Eisenkot in campagna elettorale, per i divieti di Naftali Bennett, per i paletti di Avigdor Lieberman. Ogni sforzo delle istituzioni fa pressione per un governo di unità nazionale che tenga fuori gli estremisti, soprattutto Ben-Gvir, sottovalutando il pericolo che pone Smotrich. Il desiderio non è soltanto di Herzog ma anche dell’Amministrazione americana.
Ieri il capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha detto che il suo sostegno a Netanyahu, espresso per ben due volte, è stato determinante. I sondaggi non corroborano questa sua affermazione, ma il presidente americano ha fatto sapere che “getterà un occhio”, quindi osserverà quello che avviene in Israele e probabilmente dirà la sua. Netanyahu ha un debito nei confronti di Trump, sostiene che con il presidente americano abbia un lavoro da finire, la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran. Ma in medio oriente, gli Stati Uniti, hanno anche altri progetti per i quali hanno valutato che i partiti estremisti sono un ostacolo. Per esempio, per l’implementazione del piano per Gaza, ma anche per il futuro degli Accordi di Abramo. Secondo Ynet, il desiderio americano per il governo di Israele sarebbe arrivare a una turnazione fra tre primi ministri: Netanyahu, Eisenkot e Bennett. Un volto per ogni stagione del medio oriente, per ogni grado del lavoro da portare a termine. Nessuno dei tre è contrario alla guerra contro Teheran, due dei tre sono volti più utili per future negoziazioni degli Accordi di Abramo, quando a Netanyahu verrà chiesto di farsi da parte. Il leader del Likud ha però alle sue spalle una lunga carriera di “no” agli americani, anche a Trump. Le sue alternative ora sono poche: o Eisenkot o nulla. L’ex capo di stato maggiore inizia in questo momento la sua carriera da politico, dopo una campagna elettorale fatta da generale in pensione. Dovrà iniziare a fare i suoi calcoli, a capire la differenza fra il campo di battaglia e le furberie alla Knesset. Dal voto non ha ottenuto quello che sperava ma adesso deve capire come non farsi divorare dal premier e nello stesso tempo evitare delle nuove elezioni in cui sarebbe il suo blocco a non essere favorito. Eisenkot potrebbe tentare la strada del governo di minoranza, ma la vita del suo esecutivo sarebbe breve, come accaduto in passato. In questo momento è l’uomo più strattonato di Israele, c’è chi gli chiede di governare con il premier che avrebbe dovuto sconfiggere alle urne e chi invece di lanciarsi in un governo con l’appoggio esterno dei partiti arabi con i loro diciannove seggi. II grande rimprovero che in molti muovono al blocco del cambiamento è di non avere il coraggio di aprire agli arabi, la sorpresa di questa elezione che si è chiusa con uno stallo tutto al centro che si supererà soltanto con un sacrificio politico. Israele cerca coalizioni fantasiose, flessibili. Ha riaffermato il suo desiderio di una politica normale.