Arrestati i comunisti russi che non partecipano alla farsa dell'opposizione a Putin

La repressione colpisce anche il Partito comunista, sempre più sospettato di ospitare un dissenso interno sulla guerra e sul potere di Putin. Tra brogli denunciati, arresti e liste elettorali pilotate, il Cremlino sembra non aver più bisogno neppure di un avversario di facciata
31 OTT 26
Immagine di Arrestati i comunisti russi che non partecipano alla farsa dell'opposizione a Putin

Vladimir Putin - foto LaPresse

Le elezioni per la Duma di stato dello scorso settembre hanno segnato l’inizio di una nuova fase del regime autoritario di Vladimir Putin. Il partito del presidente, Russia Unita, ha ottenuto 349 seggi su 450, il 78 per cento del totale. Il dato è rilevante in sé, perché rappresenta un record nella storia della Federazione russa, ben oltre la soglia della maggioranza costituzionale dei due terzi. Allo stesso tempo, il dato conta anche per le forze politiche che ne sono uscite ridimensionate, ossia i partiti della cosiddetta opposizione sistemica. Il termine designa quelle formazioni che, pur avendo un’agenda e un bacino elettorale propri, non mettono in discussione i presupposti su cui si fonda il regime, ma anzi ne sostengono l’indirizzo politico generale, onde contribuire a rafforzare l’immagine di una società coesa intorno ad alcuni valori nazionali, specie in tempo di guerra. Non deve stupire che tra questi partiti ci sia anche il Partito comunista della Federazione russa (Kprf). Come ha ricordato in un articolo sulla rivista Il Mulino lo storico Giovanni Cadioli, il partito comunista, ancora oggi guidato da Gennady Zyuganov, che nel 1993 lo fondò sulle ceneri dell’Urss, mescola la patina un po’ fané del marxismo-leninismo storico con forti elementi di nazionalismo panrusso, il che ben si concilia con la piattaforma post ideologica del putinismo. Senonché, il prezzo pagato per questa sottomissione al Cremlino rischia di essere ogni anno più alto.
Rispetto alla legislatura 2021-2026, i comunisti, pur restando secondi, hanno perso venti seggi, passando da 57 ai 37 attuali. Subito dopo lo scrutinio, Zyuganov ha espresso tutta la sua frustrazione alla tv di stato, affermando che, secondo i rilevamenti interni del partito, il reale sostegno popolare per il Kprf si attestava tra il 18 e il 30 per cento dei voti e non certo sotto il 14. Allo stesso tempo, ha denunciato (ma certo non in giudizio!) diffuse irregolarità nei seggi, dove molti osservatori sarebbero stati esclusi dallo scrutinio, e ha messo in dubbio l’integrità del sistema di voto elettronico. Si tratta di uno sfogo comprensibile. L’amministrazione presidenziale e i servizi speciali, che sempre più concorrono a predeterminare a tavolino gli esiti elettorali, ritengono da tempo che il partito comunista non sia più un interlocutore affidabile, ma rischi anzi di trasformarsi in un fattore di destabilizzazione, al pari di altre forze di opposizione già sterilizzate in passato. Di qui il tentativo di favorire l’emersione dei nazional-liberali di Ldpr come alternativa più accomodante e, allo stesso tempo, di affossare il Kprf con liste-civetta come i Comunisti di Russia.
Del resto, che la pressione su Zyuganov e i suoi fosse aumentata lo testimoniano alcuni eventi a livello regionale che hanno anticipato il voto di settembre. All’inizio di febbraio, le forze di sicurezza avevano condotto perquisizioni nelle sedi del partito comunista della Repubblica dell’Altai, arrestando diversi deputati regionali comunisti con l’accusa di malversazione. Lo stesso è accaduto a Omsk a maggio, mentre il caso più clamoroso ha riguardato il popolare politico comunista di Saratov, Nikolay Bondarenko, estromesso dalle liste per la Duma dopo che il tribunale locale lo aveva sanzionato in fretta e furia per un vecchio post contenente una foto di Alexey Navalny.
L’inaffidabilità percepita dei comunisti sembra legarsi alla progressiva emersione di un’ala pacifista, popolare soprattutto tra i più giovani, che si teme possa ribaltare la guida dell’82enne Zyuganov. Quanto accaduto lo scorso 4 ottobre nel centro di Mosca parrebbe suggerire che una tale evoluzione non sia poi così destituita di fondamento. Nel corso di una manifestazione nostalgica, convocata per commemorare la crisi costituzionale del 1993, molti giovani contrari alla guerra hanno scandito slogan contro lo zar e i brogli.
La polizia ha subito sciolto la riunione, arrestando una settantina di persone. Tolleranza zero, dunque. Esattamente come avvenuto qualche giorno prima a Izhevsk in Udmurtia, quando un attivista comunista era stato arrestato per aver tentato di promuovere manifestazioni di protesta contro le frodi elettorali. Hanno poi fatto seguito arresti di esponenti di primo piano del partito. Il 21 ottobre, a Mosca, è toccato a Oleg Mikhailov, segretario comunista della Repubblica dei Komi ed ex deputato della Duma, mentre l’altro ieri è stata la volta di Gennady Stepakhno, già vicepresidente della Duma regionale di Murmansk. Nel quadro di una repressione ormai galoppante, anche la parabola dei partiti dell’opposizione sistemica sembra discendente. Nello stato totale non serve più inscenare il pluralismo.