Esteri
Il grande rientro •
Le voci degli israeliani tornati per un voto “fondamentale” anche per le comunità all’estero
Stanno tornando da Europa, Stati Uniti e persino dalla Thailandia, dove si sono rifugiati molti degli israeliani sopravvissuti all’attacco di Hamas del 7 ottobre: “Non possiamo solo lamentarci da lontano e restare a guardare"
24 OTT 26

Foto ANSA
Tel Aviv. “Non sono tornata solo per difendere la democrazia in Israele, ma anche per proteggere la diaspora dall’ondata di antisemitismo che sta colpendo duramente l’Europa”, racconta al Foglio Judith, non appena raggiunge l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.
Stanno tornando da Europa, Stati Uniti e persino dalla Thailandia, dove si sono rifugiati molti degli israeliani sopravvissuti all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Questa data rappresenta ormai uno spartiacque anche per coloro che vivono all’estero da decenni ma che quest’anno hanno deciso di tornare per votare, nonostante tutte la difficoltà: i giorni di ferie in mezzo alla settimana, poiché le elezioni sono di martedì; trovare a chi lasciare i propri figli, specie quando si vive all’estero e non si ha una famiglia di supporto; i costi proibitivi dei voli, i cui prezzi sono incrementati in modo esponenziale nel corso degli ultimi tre anni di conflitto. “Non c’era altra scelta – dice Mark, arrivato da New York – Queste elezioni decideranno le sorti di Israele: chi dovrà rispondere di quanto accaduto il 7 ottobre? Quale sarà il futuro di una democrazia il cui destino demografico è ormai nelle mani degli ultraortodossi? Riusciremo a trovare una via d’uscita a questa guerra senza fine? Pur avendo lasciato il paese principalmente a causa dell’insostenibile costo della vita e delle migliori condizioni lavorative offerte negli Stati Uniti, sento di avere la responsabilità di contribuire a definire il futuro di Israele. Prima di tutto, i miei cari vivono qui e le decisioni prese oggi influiranno direttamente sulla loro sicurezza e sulle loro opportunità economiche. Inoltre, le politiche governative si estendono ben oltre i confini nazionali: possono influenzare direttamente sostegno, protezione e impegno verso le comunità ebraiche di tutto il mondo, specie in un momento in cui l’antisemitismo ha raggiunto persino la roccaforte dell’ebraismo che era New York”.
Come conferma anche Yossi, per gli ebrei della Grande Mela, oggi la capitale internazionale dell’ebraismo è diventata irriconoscibile, con un sindaco che è riuscito a manipolare il trauma del 7 ottobre a favore di un elettorato che rappresenta quel movimento “nichilista” che sta prendendo il sopravvento nella maggior parte dei campus, sia americani che europei.
Molti israeliani arrivano da Londra. Ellie è la nipote di sopravvissuti alla Shoah: “I miei nonni hanno vissuto l’inferno, ma sono riusciti a ricominciare, a ricostruire le proprie vite e a contribuire alla nascita di questo paese. Ci siamo trasferiti all’estero proprio a ridosso delle precedenti elezioni, in parte perché ormai disillusi nei confronti della politica israeliana sempre più corrotta. Poi è arrivato il 7 ottobre che ha dimostrato che chi guidava il paese era incapace, inadeguato, pericoloso. E’ scioccante vedere come queste persone siano ancora aggrappate alle proprie poltrone, senza assumersi alcuna responsabilità per quanto accaduto”.
Sul suo stesso volo c’è Chemda, che ha acquistato il biglietto il giorno in cui è stata convocata la chiamata alle urne: “Queste elezioni sono decisive: Israele dovrebbe essere guidato da persone che hanno a cuore il paese e che propongono una visione pragmatica e concreta. Molti di noi hanno lasciato Israele proprio a causa del costante senso di incertezza in cui vivevamo. Per questo, l’esito di questo voto potrebbe incidere in modo decisivo anche sulla nostra decisione di tornare”.
Numerosi israeliani arrivano da Malpensa. Sostengono che questo voto sia cruciale sia per difendere la democrazia di Israele sia per proteggere la propria comunità all’estero, in un’Italia sempre più antisemita: “Non possiamo solo lamentarci da lontano e restare a guardare. Questa volta era necessario agire”, spiega Daniel, arrivato da Torino. Joseph, da Milano, sottolinea il ruolo di queste elezioni affinché venga promulgata la legge che rende obbligatorio il servizio militare anche per gli ultraortodossi. Anche per lui il 7 ottobre rappresenta il punto di non ritorno e ora l’esercito deve essere un dovere per tutti.
Alma non ha dubbi: “Sono tornata perché sento che il paese è alla deriva e che siamo a un bivio cruciale della storia. Per questo, in questo delicato momento, Israele ha bisogno che ognuno faccia la sua parte. Potrebbe trattarsi di una svolta storica: un governo del cambiamento sarebbe un toccasana non solo sul piano della politica interna, ma anche per riequilibrare le forze in medio oriente. E’ un’occasione unica che non possiamo perdere”.
