Il voto in Israele che parla russo

Vale il 15 per cento, è mutato nel tempo sospinto da quella che viene chiamata “l’aliyah di Putin”. Il corteggiamento di Lieberman non basta più, non è più questione di accento, ma di programmi e rapporti con Mosca

23 OTT 26
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Foto di Micol Flammini

Sderot, dalla nostra inviata. Avigdor Lieberman non ha mai perso il ghigno di chi pretende di pesare molto anche quando il valore è poco. La dote del capo di Israel Beitenu nella politica israeliana si misura in sgambetti, li ha fatti a tutti. E’ un pendolo che, mentre oscilla da destra a sinistra, sfascia e, anche questa volta, ha iniziato a incrinare ogni equilibrio prima ancora che il gioco elettorale sia concluso. La sua dote si misura anche in attese, quelle trascorse a non scegliere, come quando se ne andò a Minsk lasciando Israele appeso mentre lui decideva se stare con la maggioranza o con l’opposizione. Lieberman è di destra, nazionalista, laico e, qualche anno fa, Haaretz gli dedicò una vignetta ritraendolo con zanne di lupo intento a triturare alleati e palestinesi. Ha provato a triturare anche Benjamin Netanyahu, ma è una missione ardua, zanna contro zanna, e dopo aver chiuso a un’alleanza con il premier per una serie di motivi, fra i primi la leva obbligatoria per gli ultraortodossi di cui il leader di Israel Beitenu ha fatto una bandiera, ha iniziato a infastidire Gadi Eisenkot, accusandolo ora di fare un governo con gli arabi, ora di farlo con Netanyahu. In questa campagna elettorale Eisenkot ha scelto la linea della non-risposta ed essendo taciturno e un pessimo oratore ha ignorato gli sgambetti.
Il peso specifico di Lieberman è costituito da promesse, intransigenza e da un accento particolare sul quale girano versioni disparate. 
Il leader di Israel Beitenu è nato a Chisinau quando la Moldavia era parte dell’Unione sovietica, parla russo e nel suo ebraico si sente la provenienza. Nessuno sa se sia vezzo, opportunismo politico, nostalgia linguistica o un dato di fatto. C’è chi dice che stia molto attento a non perdere l’accento perché il voto russofono vale molto, è un 15 per cento a cui anche Netanyahu bada al punto di aver messo un madrelingua russo a guidare una parte della campagna elettorale. Lieberman e Bibi sono abituati a contendersi il voto di lingua russa, lo strattonano da anni, ma oggi è più variegato: ci sono i ragazzi nati in Israele da figli di immigrati e ci sono i nuovi arrivati dalla guerra. “Io voto per Bibi”, dice sicuro Yosef nato a Mosca, “bellissima, ma non ci vivrei più”, ma se Mosca fosse in Israele sarebbe ben contento. “Bibi è intelligente, Lieberman mi ha stancato”. Il russo è una lingua che per le strade di Israele si sente più dell’arabo, in alcuni locali a volte la conversazione viene iniziata subito in russo.
Dopo l’invasione di Vladimir Putin contro l’Ucraina è arrivata una nuova ondata migratoria, chiamata “l’aliyah di Putin”, perché è stato proprio il capo del Cremlino a spingerla con la sua guerra. E i nuovi elettori, che possono anche valere due o tre seggi, sono diversi dalla popolazione russofona che finora era stata attratta da Netanyahu: non apprezzano il suo governo, la diplomazia con la Russia, le telefonate a Putin, il rapporto con i partiti religiosi. Sono tutti da conquistare questi nuovi russofoni sbarcati in Israele che invece di Lieberman apprezzano la laicità e anche qualche promessa elettorale. “E’ l’unico a parlare della nostra integrazione, degli aiuti di cui abbiamo bisogno. Sono cose che contano”, dice Igor, tassista, dopo aver avviato la conversazione in russo senza neppure porsi il dubbio che da queste parti non sia una lingua franca né ufficiale. La sorpresa è al centro ed è lì che il ghigno di Lieberman non entra e il corteggiamento di Netanyahu resta fuori ed è la parte di lingua russa che i due non si sono premurati di capire. Non si fa corteggiare con l’accento, non è nostalgica, guarda altrove.