Droni e know-how. Così Kyiv è diventata un partner industriale per la Difesa europea. Errori da non fare

L’Ucraina non è soltanto il mercato finale dei prodotti occidentali: può contribuire alla loro evoluzione. Rinunciarvi per convenienza elettorale rischierebbe di rivelarsi una scelta costosa, anche per la nostra sicurezza
20 OTT 26
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Foto ANSA

L’Ucraina sta diventando una questione decisiva per il dibattito elettorale europeo, ma la politica continua a raccontarla attraverso una prospettiva sempre più superata: quella di un paese che riceve armi, consuma risorse occidentali e rappresenta un costo per i contribuenti. E’ una rappresentazione errata, che rischia di nascondere la trasformazione più importante prodotta da quasi cinque anni di guerra su vasta scala. L’Ucraina non è più soltanto un beneficiario degli aiuti europei.
L’Ucraina è diventata un contributore alla sicurezza del continente, un partner tecnologico e industriale capace di offrire competenze che le Forze armate e le industrie occidentali hanno interesse ad acquisire. Questa realtà dovrebbe essere al centro del dibattito politico in Italia e in Francia. Invece, proprio mentre si avvicinano nuovi appuntamenti elettorali, il sostegno militare a Kyiv viene utilizzato come strumento di competizione interna. In Italia la premier Giorgia Meloni continua a dichiarare il proprio sostegno all’Ucraina, ma la retorica non coincide con la consegna tempestiva di nuovi pacchetti. A sinistra, le divergenze sull’assistenza militare rischiano di compromettere la costruzione di un’alleanza di centrosinistra. In Francia, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, entrambi favoriti nei sondaggi, contestano la prosecuzione di diversi aspetti della strategia occidentale, pur partendo da posizioni differenti, e promettono di interrompere l’invio di armi all’Ucraina.
Eppure, mentre il dibattito politico continua a rappresentare l’assistenza militare come denaro che parte da Parigi o Roma e scompare in Ucraina, si sta sviluppando una realtà industriale molto più complessa. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispondendo alla domanda sulle prospettive di un’eventuale vittoria di Le Pen e di un possibile taglio degli aiuti, ha colto proprio questo punto quando ha detto che Le Pen non conosce adeguatamente i dettagli della cooperazione militare tra Francia e Ucraina. Kyiv non è più soltanto il paese che riceve armi occidentali, è diventata un partner che possiede conoscenze operative. Queste conoscenze hanno un valore militare e industriale, quello dell’esperienza ucraina, difficile da replicare attraverso esercitazioni e simulazioni.
L’invasione russa ha imposto uno sviluppo rapidissimo di droni, sistemi d’intercettazione, guerra elettronica, sensori e software. Gli apparati militari ucraini hanno dovuto adattarsi continuamente alle contromisure russe, modificando tecniche e sistemi in tempi spesso incompatibili con i normali cicli di sviluppo industriale occidentali. La conoscenza acquisita in questo processo non appartiene soltanto all’Ucraina, ma attraverso la cooperazione, può diventare una risorsa per la difesa europea. Infatti, le imprese occidentali hanno già cominciato a testare tecnologie, comprendere vulnerabilità e sviluppare soluzioni più efficaci. Le intese con l’industria ucraina, inoltre, favoriscono collaborazioni nella ricerca, nella manutenzione e nella produzione. Sul fronte italiano, le opportunità riguardano varie aziende che mirano alla cooperazione sui droni, sui sistemi senza pilota, sulla difesa aerea, sui veicoli e relativi componenti.
E’ questa reciprocità che la discussione sugli aiuti tende a ignorare. Quando l’Italia autorizza una fornitura militare, il costo non esaurisce necessariamente il bilancio dell’operazione, la collaborazione può aprire opportunità industriali, sviluppare competenze e contribuire a un sistema di sicurezza dal quale dipende anche l’Italia.
In Francia, la dimensione industriale è ancora più evidente. L’Ucraina ha annunciato un ordine iniziale di sedici caccia Rafale, mentre sono stati indicati programmi per quattro sistemi antiaerei Samp/T Ng, radar, missili e armamenti aeronautici. Le opportunità coinvolgono Dassault Aviation, Thales, Mbda e Safran, oltre al consorzio franco-italiano Eurosam. Sono stati inoltre avviati percorsi di cooperazione sulla produzione su licenza di sistemi come gli Aster 30 e gli Scalp, e iniziative di innovazione congiunta. Non tutti questi programmi si sono già tradotti in consegne o ricavi contabilizzati, ma mostrano come il rapporto con Kyiv possa sostenere attività industriali che vanno ben oltre la semplice donazione di materiale militare.
L’Ucraina, in questo quadro, non è soltanto il mercato finale dei prodotti occidentali, è anche un partner che può contribuire alla loro evoluzione. La cooperazione permette alle industrie francesi e italiane di comprendere quali tecnologie funzionino realmente, quali siano vulnerabili e quali debbano essere aggiornate. Le informazioni operative, se condivise attraverso accordi appropriati, possono ridurre i tempi di sviluppo e migliorare i sistemi destinati alle Forze armate europee. Quindi il valore generato non si misura soltanto nelle vendite a Kyiv, può riflettersi anche nella competitività internazionale delle imprese e nella preparazione militare dei paesi europei.
Secondo l’Ukraine Support Tracker del Kiel Institute, gli aiuti militari dell’Italia all’Ucraina ammontano a 3 miliardi di euro (circa lo 0,13 per cento del pil) dal 2022, mentre quelli della Francia a 6,2 miliardi (lo 0,21 per cento del pil). Dopo quasi cinque anni di guerra, il dibattito continua spesso a presentare questi interventi come una spesa unidirezionale, nonostante siano decisamente modesti rispetto alle sfide che la guerra russa in Ucraina pone alla sicurezza europea e a un ordine globale sempre più compromesso. Manca una riflessione sufficiente sul valore della cooperazione tecnologica e sul contributo ucraino alla difesa comune. Se Kyiv sviluppa tecnologie, mette a disposizione competenze operative e partecipa alla produzione, la domanda non è soltanto quanto costi sostenerla, ma quanto costerebbe all’Europa rinunciare a questa collaborazione. E rinunciarvi per convenienza elettorale rischierebbe di rivelarsi una scelta costosa, non solo per l’Ucraina, ma per la sicurezza di chi oggi discute se continuare a farlo.