Esteri
Magazine •
Il Nobel per la pace, una medaglia alle buone intenzioni e alla cattiva coscienza
A fronte di molte scelte grottesche e poche ispirate, la maggior parte dei vincitori ha fatto dimenticare il tempo in cui ricevere il premio significava ancora che da qualche parte qualcuno aveva smesso di spararsi
17 OTT 26

Quest’anno il premio è andato Navanethem “Navi” Pillay, premiata per aver presieduto una commissione che ha accusato Israele di genocidio a Gaza (LaPresse)
Più che per la pace, un premio alle buone intenzioni e alla cattiva coscienza. A fronte di molte scelte grottesche (il vietnamita Le Duc Tho, l’indigena Rigoberta Menchú, il terrorista Yasser Arafat, Barack Obama) e poche ispirate (Carl von Ossietzky, Norman Borlaug, Andrej Sacharov, Madre Teresa, Lech Walesa, Denis Mukwege e Nadia Mourad), la maggior parte dei vincitori ha fatto dimenticare il tempo in cui ricevere il premio significava ancora che da qualche parte qualcuno aveva smesso di spararsi. Come quando il Nobel per la Pace andò a un diplomatico americano di nome Ralph Bunche. C’era poco da discutere sul perché. Bunche, funzionario delle Nazioni Unite, contribuì agli accordi di armistizio del 1949 tra Israele ed Egitto, Libano, Giordania e Siria.
Nicholas Murray Butler, presidente della Columbia University e vincitore del Nobel nel 1931, nel 1910 scrisse che “supporre che uomini e donne nella cui istruzione intellettuale e morale e nella cui edificazione sono confluite le glorie della filosofia, dell’arte, della poesia e della religione del mondo… debbano saltarsi alla gola per devastare, per uccidere, nella speranza di stabilire in qualche modo in tal modo verità, diritto e giustizia, è supporre che l’universo stia in piedi sulla sua punta”. La Prima guerra mondiale, quattro anni dopo, rese un giudizio meno caritatevole sui benefici dell’istruzione morale e intellettuale (e del Nobel per la pace).
Butler divenne uno dei principali sostenitori del Patto Kellogg-Briand del 1928, che doveva mettere fuorilegge la guerra. Un bel monumento alla speranza, che valse al segretario di Stato americano Frank Kellogg il Nobel nel 1929 (Briand l’aveva già vinto nel 1926 per l’altrettanto funesto Patto di Locarno), e che fu immediatamente ratificato dal Giappone (che invase la Manciuria nel 1931), dall’Italia (che invase l’Abissinia nel 1935) e dalla Germania (che invase la Polonia nel 1939).
Niente Nobel a Franklin Roosevelt per aver sconfitto il nazismo; a Winston Churchill per aver rianimato la Gran Bretagna e l’Europa contro l’assalto di Hitler; a Charles de Gaulle, per aver tenuto viva la fiamma di una Francia libera; o a Douglas MacArthur, per aver trasformato il Giappone in un paese in pace con se stesso e i suoi vicini. Sebbene questi furono gli statisti che fecero più di chiunque altro per assicurare pace e libertà nel XX secolo.
I membri del Comitato del Nobel preferirono elargire onori alla pacifista del New England Emily Greene Balch (1946), al pioniere del disarmo Philip Noel-Baker (1959) e all’antinuclearista vincitore del Premio Lenin Seán MacBride (1974). Senza contare Linus Pauling, che fu il Nobel per la chimica nel 1954 e per la pace nel 1962. Pauling vinse anche il Premio Lenin per la Pace, già Premio Stalin per la Pace, e disse che significava di più per lui del Nobel.
La lotta contro il comunismo sovietico durò quanto il comunismo sovietico: dal 1917 al 1991. Ma il Comitato del Nobel onorò solo due partecipanti a questa lotta eroica: Sacharov nel 1975 e Walesa otto anni dopo (a meno di non voler annoverare Gorbachev fra gli antisovietici). Un po’ poco, considerando che la lotta contro l’apartheid in Sudafrica ne ha vinti tre di Nobel (l’arcivescovo Tutu, Mandela e de Klerk).
Roosevelt, Churchill e De Gaulle non lo vinsero. Solo due antisovietici insigniti. E si è attesa l’invasione dell’Ucraina per il dissenso russo
Il Comitato ha deciso di conferire il premio a Martti Ahtisaari, ex presidente della Finlandia, mediatore e scelta priva di elementi controversi, spingendo Sergei Kovalyov, storico dissidente dell’epoca sovietica, ad accusare il Comitato di non aver voluto irritare il Cremlino in una fase in cui l’Europa dipendeva dalle risorse energetiche russe. Al posto di Ahtisaari, infatti, il premio sarebbe dovuto andare a Lidia Yusupova, “la donna più coraggiosa d’Europa”.
“Il petrolio costa caro, è meglio essere gentili e non offendere i propri ‘amici’ anche se si tratta di amici spietati”, disse Kovalyov. Il Comitato attese l’invasione dell’Ucraina prima di dare il Nobel alla ong russa Memorial della signora Yusupova.
Il premio nasce dal testamento di Alfred Nobel, l’inventore della dinamite. Doveva andare a chi avesse “fatto di più o meglio per la fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti e per la tenuta e promozione di congressi di pace”. Ma da trent’anni il blasone va spesso a chi flirta con dittatori purché non siano troppo bianchi e cristiani, a terzomondisti di professione e a chi odia più i propri successi che i fallimenti altrui.
Da ElBaradei, che copre l’Iran nel suo programma atomico clandestino, alla Menchù, un’ottima storia terzomondista
Prendiamo Abiy Ahmed, Nobel del 2019. Primo ministro etiope, riceve il riconoscimento con l’Eritrea. Il comitato elogia la sua “iniziativa decisiva” per risolvere un conflitto ventennale. Pochi mesi dopo scoppia la guerra del Tigray: centinaia di migliaia di morti, crimini di guerra, carestia usata come arma (non come a Gaza), alleanza con il dittatore eritreo Isaias Afwerki (proprio colui con cui aveva fatto la pace). Abiy, che aveva parlato della guerra come “epitome dell’inferno” nel discorso a Oslo, si ritrova a comandare operazioni militari in divisa. Il Nobel, anziché frenarlo, sembra averlo incoraggiato: la medaglia diventa un lasciapassare morale. Oggi la regione è di nuovo in fiamme e il laureato è tra i più controversi della storia. Così come quando Ellen Johnson Sirleaf, presidente liberiana, riceve il premio nel 2011 e molti criticano la scelta perché la presidente ha sostenuto la guerriglia del dittatore Charles Taylor. O il Nobel al presidente colombiano Juan Manuel Santos, che ha sdoganato i terroristi delle Farc.
Si vis pacem, para bellum. A Oslo è il contrario: se vuoi la guerra, prepara la pace. Nel 1977 il Nobel andò ad Amnesty International, nobile creatura arrivata a giustificare l’uso del burqa nelle aule scolastiche contro il decreto Scuola. Peter Benenson fondò Amnesty nel 1961 con un articolo sull’Observer che ancora suona come un atto di fede laica: ogni giorno, da qualche parte, qualcuno è incarcerato, torturato o ucciso perché le sue opinioni risultano invise al potere.
Si vis pacem, para bellum. A Oslo deve essere vero il contrario: se vuoi la guerra, prepara la pace. Quanti premi a pacificatori in armi
Oggi per scrittori, giornalisti, politici e attori, Amnesty è una coscienza portatile: un marchio di qualità morale da esibire tra un festival e un’intervista, un salvacondotto che permette di parlare di diritti umani.
Nel 2007 il premio va ad Al Gore e al panel delle Nazioni Unite sul clima “per i loro sforzi nel costruire una maggiore conoscenza sui cambiamenti climatici indotti dall’uomo”. Gore, con il suo documentario catastrofico, diventa il profeta laico di un’apocalisse imminente (“fate la pace col pianeta”, ottimo slogan per il Nobel). Non importa che nessuna delle sciagure annunciate da Gore si sia avverata. L’occidente espii, gli altri crescano.
Mohamed ElBaradei il Nobel lo vince nel 2005 con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica “per gli sforzi volti a impedire che l’energia nucleare sia usata a fini militari”. Mentre l’Iran nascondeva i programmi atomici nelle montagne, arricchiva uranio al sessanta per cento e avanzava verso la soglia nucleare, ElBaradei insisteva che “i sospetti non sono prove conclusive”. Per venti anni, l’agenzia fu ingannata dagli iraniani, il cui programma nucleare apprendemmo da dissidenti e da Israele. Ma ElBaradei sembrò più interessato a proteggere Teheran da sanzioni economiche e attacchi militari che a fermarne il programma nucleare.
Nel 1992, il Nobel cade nell’anno del cinquecentenario di Colombo e la narrativa era pronta: l’indigena maya guatemalteca Rigoberta Menchú, che incarna la resistenza dei popoli oppressi contro la violenza di stato e i latifondisti di discendenza europea. Il premio è alla sua autobiografia, “Io, Rigoberta Menchú”, testo canonico nei campus occidentali. Poi arriva l’antropologo David Stoll, che intervista decine di testimoni e consulta archivi. Emergono discrepanze non marginali: la disputa fondiaria non era contro ricchi latifondisti, ma una faida intra-familiare maya; un fratello che lei descrive come morto di fame non esisteva o era vivo; altri episodi di violenza familiare sono rielaborati o attribuiti in modo fuorviante; la stessa Menchú aveva frequentato scuole religiose, contraddicendo l’immagine dell’analfabeta.
Concedere piccoli prestiti a imprenditori che operano con risorse limitatissime doveva essere, secondo il capitalismo, la cura per la povertà globale. La microfinanza, l’erogazione di prestiti in comunità non servite dalle banche tradizionali, avrebbe dovuto aiutare le persone povere nei paesi in via di sviluppo ad avviare attività economiche e a raggiungere, col tempo, una condizione di prosperità. Questo era l’obiettivo di Muhammad Yunus, pioniere di tale pratica in Bangladesh negli anni Settanta e Nobel per la pace. “In un mondo libero dalla povertà, l’unico luogo in cui sarà possibile vedere la povertà saranno i musei della povertà”, dichiarò Yunus a Oslo nel 2006, in occasione del conferimento del premio. Gli istituti di microfinanza hanno erogato, nel corso del tempo, centinaia di miliardi di dollari a persone indigenti in paesi che spaziano dall’Albania allo Zimbabwe. Due decenni dopo il Nobel assegnato a Yunus, ben poche di queste aspirazioni si sono concretizzate. Studi accademici hanno rilevato che la microfinanza non migliora le condizioni economiche. Gli economisti hanno anche riscontrato che un ricorso eccessivo al microcredito ha innescato crisi nel rimborso dei prestiti in diversi paesi come India e Cambogia.
Nel 2011, Tawakkol Karman è premiata come “madrina della primavera araba”, giornalista e attivista. Il presidente del comitato norvegese, Thorbjorn Jagland, è esplicito: includerla è un segnale che i Fratelli Musulmani “possono essere parte della soluzione”. Karman è figura di spicco di al Islah, partito yemenita affiliato alla Fratellanza. Il premio diventa una legittimazione dell’islamismo “moderato”.
Quando il premio va a dissidenti autentici contro i regimi totalitari (Liu Xiaobo, Narges Mohammadi, Ales Bialiatski), il Nobel merita rispetto. Quando va alla cattiva coscienza occidentale, a chi flirta con dittatori o ideologie ostili purché antiamericane o a chi costruisce icone su testi lacunosi, rivela più il comitato che i laureati. E il Comitato per il Nobel è composto da cinque persone, tutte norvegesi, tutte elette dal Parlamento di Oslo. “Difficile credere che il mondo abbia tanto a che fare con l’opinione di cinque norvegesi sconosciuti”, ha detto Ole Danbolt Mjos, storico presidente del Comitato.
“Difficile credere che il mondo abbia tanto a che fare con l’opinione di cinque norvegesi sconosciuti” (Ole Danbolt Mjos, capo del Comitato del Nobel)
Fino a Navanethem “Navi” Pillay, la giurista sudafricana, ex Alto Commissario Onu per i diritti umani, premiata per aver presieduto una commissione che ha accusato Israele di genocidio a Gaza, col figlio di un altro laureato dimenticato, Elie Wiesel, Elisha, che scrive il “de profundis del Nobel per la pace”. Ma poteva andare peggio: il blasone norvegese potevano darlo all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu infiltrata da Hamas, o a Greta Thunberg, presente in tutte le piazze e flottille.
Coraggioso fu il premio a Xiaobo, intellettuale, critico letterario, prigioniero politico cinese. Per più di sessant’anni, il comitato aveva trascurato gli eroi della libertà cinesi e poi finalmente ne onorò una. Ma onoreranno mai un cubano? Armando Valladares, l’ex prigioniero politico chiamato “il Solzhenitsyn cubano”, osserva: “Se la dittatura cubana fosse di destra invece che di sinistra, avremmo già vinto due o tre premi Nobel”.
Al tempo di Alfred Nobel si era soliti recitare una beatitudine: “Beati i pacificatori”. Davvero beati, specialmente quando la pace che fanno è degna del nome. Quanto all’ultimo Nobel per la pace, Gerry Kasparov ha scritto quel che c’era da scrivere: “Forse l’anno prossimo assegneranno il premio Nobel per la Chimica a un fabbricante di bombe di Hamas”.
Di più su questi argomenti
Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.

