Mancava un Nobel contro Israele. Quello a Pillay è un macabro premio per la pace dopo il 7 ottobre

Dalla conferenza di Durban alle accuse di genocidio, la giurista sudafricana premiata a Oslo ha fatto della denuncia dello stato ebraico una costante del suo impegno. Così il Nobel trasforma la pace in un processo a Israele

9 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 15:51
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Dopo i premi Nobel per la pace a Yasser Arafat, Mairead Corrigan Maguire (“Israele stato di apartheid”), Jodi Williams (“a Gaza genocidio di fame e di sete”), Jimmy Carter (“Palestina: pace, non apartheid”) e Tawakkol Karman (“pulizia etnica e genocidio a Gaza”), finalmente una personalità che non è contro Israele: Navi Pillay.
Il Comitato norvegese per il premio Nobel per la pace ha insignito la giurista sudafricana di origine tamil, che “ha dedicato la propria carriera alla difesa dei diritti umani, alla lotta contro le discriminazioni e al rafforzamento della giustizia internazionale”. Si premia l’idea che la pace cominci dalla colpa di un solo stato. “Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Goebbels sta applaudendo dall’inferno”, la nota del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. E’ talmente imparziale Pillay che, un anno prima del 7 ottobre, l’allora sindaco di Berlino, la socialdemocratica Franziska Giffey, le tolse la medaglia Otto Hahn per la pace.  A capo della “Commissione indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati e Gerusalemme est”, istituita dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, Pillay nel 2020 ha firmato una petizione che chiedeva sanzioni contro “l’Israele dell’apartheid” (accusa tanto più grave perché pronunciata da chi in Sudafrica ha vissuto la segregazione razziale sulla propria pelle). Un collega di commissione di Pillay è Miloon Kothari.
“Siamo sconfortati dai social che sono controllati in gran parte dalla lobby ebraica”, ha detto Kothari, che si è poi pentito dei commenti sugli ebrei ma è stato comunque difeso dal nuovo premio Nobel. Con la sua maggioranza automatica di stati autoritari, il Consiglio dei diritti umani ha prodotto più condanne contro Israele che contro il resto del mondo combinato.
Nel 2001 Pillay fu tra le animatrici della famigerata conferenza di Durban (la sua città sudafricana) contro il razzismo, che fu il battesimo della causa palestinese incastonata nella battaglia dei diritti umani contro Israele. Dopo gli interventi di Mugabe, Castro e Arafat che maledivano l’occidente “colonialista” e gli israeliani “razzisti”, numerosi stati tentarono di minimizzare o di eliminare ogni riferimento all’Olocausto e di ridefinire o ignorare l’antisemitismo. Al discorso di chiusura che venne pronunciato dal dittatore cubano, seguirono gli intramontabili slogan di “Palestina libera” accompagnati a quelli più lugubri di “morte agli ebrei”.
Nell’agosto 2009, Pillay pubblicò un rapporto in cui lodava Hamas per aver “rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui si impegnava a rispettare i diritti umani internazionali e il diritto umanitario”. Pillay è anche nota per aver messo in dubbio la legittimità dell’uccisione di Osama bin Laden. “Le Nazioni Unite condannano il terrorismo ma ci sono delle regole elementari che devono essere rispettate”, fu il commento di Pillay. Il capo di al Qaida sarebbe stato felice di comparire di fronte al tribunale dell’Aia. Non c’era bisogno che una funzionaria dell’Onu elogiasse il raid ad Abbottabad. Poteva tacere, come tacciono sui massacri del regime iraniano.
Un anno dopo, Pillay rifiutò di partecipare alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo. Intellettuale, studioso e prigioniero politico, Xiaobo non poté mai andare a Oslo: il regime cinese per lui, malato di cancro, aveva decretato la morte dietro alle sbarre.
In uno studio pubblicato nel 2011 durante il mandato di Pillay come Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, UN Watch ha esaminato l’operato della Pillay nei suoi anni alla guida dell’organismo: silenzio assoluto sugli abusi commessi a Cuba, in Corea del nord, Eritrea, Arabia Saudita, Sudan, Bielorussia, Siria e in altri 27 paesi classificati come “non liberi” da Freedom House. Nei primi due anni del suo mandato, Pillay ha rilasciato ventuno dichiarazioni riguardanti paesi del medio oriente e del Nord Africa: di queste, nove riguardavano Israele, fino a prova contraria l’unica democrazia della regione.
Durante la guerra di Gaza dell’estate del 2014, Pillay criticò gli Stati Uniti per non aver fornito alla popolazione di Gaza un sistema di difesa antimissile, come invece avevano gli israeliani con l’Iron Dome. Che Hamas fosse un’organizzazione terroristica che lanciava missili su Israele nascondendosi nei centri urbani palestinesi, l’indomita giurista questo non lo menzionò.
A “Durban II”, Pillay non si alzò per uscire in segno di protesta, come invece fecero gli ambasciatori europei, mentre Mahmoud Ahmadinejad invocava la fine dello stato ebraico. I filmati dell’Onu mostrano Pillay mentre osserva gli stati democratici abbandonare l’aula per protesta, nonostante lei e i suoi collaboratori avessero ricevuto in anticipo una copia del discorso in cui il leader iraniano negava l’Olocausto.
D’altronde, la sudafricana è stata insignita del Nobel per la pace due giorni dopo il terzo anniversario del 7 ottobre proprio per aver detto al mondo che Israele ha fatto un genocidio. E chi non ci crede? Colpevole fino a prova contraria.