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Raffinerie russe in crisi. Il bluff di Putin ai danni di Trump
Manipolare Trump e alimentare la rottura con Zelensky. Prima che una tonnellata di gasolio attraversi l’Atlantico, Mosca ha già incassato la sua vittoria

Foto di Epa via LaPresse
Con i milioni di tonnellate di gasolio, Vladimir Putin ha promesso a Donald Trump qualcosa che la Russia non sarà in grado di consegnare. Il bluff è evidente: le raffinerie russe sono sotto pressione, gli attacchi ucraini hanno ridotto la capacità produttiva e Mosca è stata persino costretta a importare carburanti dall’estero. Eppure Trump ha presentato l’intesa con il Cremlino come una svolta per abbassare i prezzi alla pompa negli Stati Uniti. Putin ha ottenuto così il risultato che gli interessava davvero: manipolare il presidente americano, sfruttarne la ricerca di ripresa della popolarità e alimentare la rottura con Volodymyr Zelensky. Prima ancora che una tonnellata di gasolio attraversi l’Atlantico, Mosca ha già incassato la sua vittoria.
Secondo il presidente americano, la Russia fornirebbe immediatamente circa 300 mila tonnellate di gasolio al mercato statunitense e globale prima delle elezioni di mid-term di novembre, a cui seguirebbero altre consegne. Tradotte in barili, le quantità equivalgono a poco più di 2 milioni subito, e poi oltre 30 milioni. Putin, nella sua dichiarazione pubblica, è stato assai più prudente: ha confermato la disponibilità russa a fornire petrolio e prodotti raffinati, senza tuttavia indicare quantità, scadenze o modalità di consegna. La differenza è significativa: Trump ha annunciato un accordo dettagliato, mentre il presidente russo non ha confermato pubblicamente i termini più impegnativi.
Per comprendere la scala della promessa basta confrontarla con quella del G7 di inizio ottobre. I paesi del gruppo hanno concordato, attraverso l’Agenzia internazionale dell’energia, un rilascio coordinato di 100 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati nell’arco di quattro mesi, con una quota significativa di diesel da rendere disponibile nei primi venti giorni. Un volume decisamente più elevato di quello annunciato con la Russia. Eppure, neanche l’accordo con il G7 è riuscito a rallentare i prezzi dell’energia.
Da mesi l’Ucraina colpisce gli impianti di raffinazione e le infrastrutture energetiche russe. La capacità produttiva è sotto pressione, le esportazioni di prodotti petroliferi sono diminuite e Mosca ha introdotto restrizioni alle vendite all’estero per contenere le carenze interne. I dati del Centre for Research on Energy and Clean Air mostrano quanto sia grave la situazione. Ad agosto, i ricavi dalle esportazioni via mare russe di prodotti petroliferi sono scesi del 32 per cento rispetto al mese precedente, al livello più basso dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Nel frattempo, gli acquisti russi di carburanti dall’estero sono saliti a 172 mila tonnellate, oltre sette volte il precedente massimo mensile dall’inizio dell’invasione. Un paese che era tra i maggiori esportatori mondiali di prodotti raffinati è stato costretto a comprare carburanti dalla Corea del Sud e a riacquistare in India benzina prodotta con il proprio greggio. Il quadro è incompatibile con l’immagine di un fornitore capace di riversare rapidamente sul mercato mondiale milioni di tonnellate aggiuntive.
Peraltro, se una parte delle forniture russe venisse dirottata verso gli Stati Uniti, i clienti attuali di Mosca dovrebbero rivolgersi ad altri produttori. Il diesel cambierebbe destinazione, senza aumentare necessariamente l’offerta mondiale. Il risultato potrebbe essere una redistribuzione dei flussi commerciali, non una riduzione duratura dei prezzi.
Putin, però, non ha bisogno di consegnare subito il gasolio per ottenere un risultato. L’annuncio ha già permesso al Cremlino di presentarsi come interlocutore indispensabile per risolvere la crisi energetica e di ottenere un allentamento temporaneo delle restrizioni americane sulle importazioni di carburanti russi. E’ un vantaggio per Mosca, che cerca di mantenere gli introiti energetici con cui finanzia la guerra contro l’Ucraina. Il gasolio promesso con ogni probabilità non arriverà nei volumi e nei tempi annunciati da Trump: la crisi delle raffinerie russe rende irrealistica questa prospettiva. Il bluff, però, ha già funzionato sul piano politico. Trump ha venduto agli americani una vittoria energetica prima che esistano prove delle consegne e ha trasformato Putin in un interlocutore da premiare, mentre tratta Zelensky come un ostacolo. Se il carburante non arriverà, gli Stati Uniti si ritroveranno con prezzi ancora elevati e un rapporto con Kyiv più compromesso. La disinformatia di scuola Kgb ha attecchito fin dentro la Casa Bianca. Putin non poteva sperare in un risultato migliore.