Esteri
l'editoriale dell'elefantino •
Il Nobel per la Pace a Pillay e l’arma impropria del diritto internazionale
Se il Nobel diventa uno strumento etico nelle mani dei tagliagole. Il diritto, che non fa tacere le armi, può essere una formidabile mistificazione politica

Bisogna riconoscere l’imbarazzo. Per quanto il Nobel sia un premio che ha aspetti ambigui e possa essere considerato il sussiegoso gala dello stato etico luterano nel ballo benpensante delle monarchie scandinave, per noi amici dei “criminali di guerra” di Israele il fatto che quest’anno l’onorificenza sia stata attribuita a un tipo come Navi Pillay, sotto la didascalia della pace, è un po’ un pasticcio. Gideon Sa’ar, il ministro degli Esteri di Israele, ha evocato Joseph Goebbels che se la ride dall’inferno, e ne hanno tutto il diritto (Sa’ar nell’evocare, Goebbels nel ridere). Trump, in fervente attesa del ciak che manderà in streaming la fucilazione del pluriomicida di Fort Hood, ha rincarato la dose alla sua maniera. Inutile accanimento. Il presidente americano ha perso da tempo qualunque diritto alla credibilità. Ma questo avvocato e giurista sudafricano dall’età venerabile, venuta dall’inferno del razzismo e del suprematismo coloniale bianco, questa amica di Nelson Mandela, nemica dell’apartheid, persecutrice in giudizio degli stupratori seriali del Ruanda, nel suo percorso quasi secolare che va dalla provincia spossessata del Natal all’esercizio del diritto internazionale nel mondo non si manifesta come una qualunque attivista scappata di casa, una testimonial moralmente sfibrata della crociata antisionista e antisemita, non è una Francesca Albanese qualsiasi, non sembra una capace di offendere gli ostaggi ancora nelle mani dei carcerieri di Hamas. Certo, Hamas si è congratulata con la scelta dei norvegesi del Nobel. E si capisce perché.
La principale arma nella lotta, anzi nella guerra, contro Israele, oggi è l’accusa di genocidio ai danni del popolo palestinese. Arma efficace perché non è brandita solo dai miliziani di Hamas, dai mullah di Teheran, dal partito di Dio libanese, da jihadisti e terroristi sparsi sugli altri fronti. L’accusa di genocidio ha sfondato la porta d’ingresso della critica lecita, in nome del diritto internazionale, della buona coscienza, è brandita da una parte del dissenso ebraico, da tutto il movimento d’opinione occidentale che danna Netanyahu e lo demonizza, e si deve preparare alla sorpresa postelettorale: vinca o perda l’odiato Bibi, niente di sostanziale cambierà nella conduzione dello stato di Israele. Il Nobel a Pillay è il compimento di un cerchio, la fissazione di un punto fermo, la decretazione che è “coraggioso” condannare Israele, il suo esercito, la sua opinione popolare largamente maggioritaria, la sua classe dirigente tutta, per aver risposto con la guerra a un atto di sterminio civile, etnico, razziale di natura antisemita perpetrato da una organizzazione di assassini professionali al governo di Gaza, con l’appoggio ampio di parte della popolazione della striscia indottrinata dall’islam politico, in coordinazione con altri vari fronti mobilitati per l’annichilimento dello stato degli ebrei. Pillay, di cui all’impareggiabile Giulio Meotti sta di fare il ritratto sulfureo oltre che “eroico”, è la perfetta incarnazione, in questo senso, di un gigantesco mortale equivoco.
Chi conosce la storia, anche senza estrapolarne ed espellerne il vago senso morale che resiste alla spietata legge del realismo, sa che con le parole d’ordine del diritto non si fa deterrenza, non ci si difende dai malintenzionati e dai razzisti e dai fanatici, non si proteggono le condizioni di base della pace e della sicurezza a forza di norme prive di cogenza e non applicabili. Però il diritto, che non fa tacere le armi e non dissuade gli assassini, può essere a sua volta una formidabile mistificazione politica, un’arma intellettuale blindata per isolare e sconfiggere chi combatte una guerra giusta. Purtroppo, e qui era l’imbarazzo, la scelta caduta su Navi Pillay è andata in questa direzione, ha trovato l’attore conforme al copione, l’arma impropria che fa la sua parte in commedia: il diritto come strumento etico nelle mani dei tagliagole per colpire i giusti.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
