Le proteste continuano, ma rimangono segnali positivi. La Francia non è poi così allo sbando

La produzione industriale appare stagnante, ma in alcuni settori ci sono margini di crescita che potrebbero beneficiare anche di un allungamento dell’orario di lavoro. E l’irruzione degli studenti universitari sulla scena politica pone l’esigenza di risposte a tutte le forze politiche
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Nizza. La Francia offre oggi un’immagine convulsa. L’intensificarsi delle proteste nei licei viene amplificato da una cronaca particolarmente attenta alle violenze. Ci si aspettava un autunno caldo a causa degli aumenti sulla benzina, e invece sono stati i liceali a farsi carico delle proteste. Giovedì scorso circa 300.000 persone hanno sfilato per le strade, in cortei organizzati dai sindacati che hanno fatto in modo di evitare la partecipazione dei facinorosi, ma anche di dissuadere le forze dell’ordine da interventi troppo duri. Con una mossa intelligente, il primo ministro Sébastien Lecornu ha invitato i presidi dei licei a organizzare momenti di dibattito democratico, offrendo anche agli studenti, frustrati dalle chiusure e dalle manganellate, la possibilità di esprimersi. Nel frattempo si addensano le nubi sull’economia, con tassi sul debito pubblico che hanno recentemente toccato la soglia del 5 per cento. Tutto questo avviene mentre il governo di minoranza guidato da Lecornu fatica già a trovare la quadra sulla legge di bilancio 2026, che rischia il fuoco incrociato della campagna per le presidenziali. Tra l’altro, il quadro in vista delle presidenziali continua a essere cannibalizzato dai candidati estremisti, Le Pen e Mélenchon.
Nel campo centrista c’è grande marasma, con una primaria socialista che sembra più un motore di divisione che di unità, mentre nel centrodestra nessuno dei contendenti – Attal, Retailleau o Philippe – sembra voler cedere il passo in una logica unitaria. Se mettiamo insieme questi fattori, viene fuori un ritratto assai preoccupante.
Ma la sola osservazione delle dinamiche di crisi non basta a contestualizzare il tutto. La Francia ha una spesa sociale eccessiva, che alcuni giudicano fuori controllo. Il sistema sanitario e quello pensionistico offrono garanzie molto solide. In parole povere, i francesi lavorano meno degli altri e sono più protetti in caso di malattia o disoccupazione. La produzione industriale appare stagnante, con alcuni settori in difficoltà, come l’automotive, mentre quelli tecnologici sono in crescita. L’economia francese non è così allo sbando, e in alcuni settori ci sono ulteriori margini di crescita che potrebbero beneficiare anche di un allungamento dell’orario di lavoro. Del resto, il governo Bayrou era quasi riuscito a far sedere le parti sociali intorno a un tavolo per riformare il sistema pensionistico: si può ripartire da lì per raggiungere un compromesso che possa rimettere la Francia sui binari.
Il tessuto sociale francese mostra anche una notevole capacità di resilienza. Qualche giorno fa circa un milione di persone si sono radunate intorno al Santo Padre: la visita di Leone in Francia è stata un momento di grande fervore spirituale, con folle accomunate dalla ricerca di senso di fronte a una modernità spesso brutale. Sono due tipi di Francia diverse quella dei cattolici radunati per ricevere l’eucaristia e quella dei ragazzi che gridano “Macron dimissioni” per le strade delle città? Non necessariamente: la componente cattolica giovanile condivide le critiche ormai tradizionali a un liceo che si barcamena tra problemi materiali, come l’inadeguatezza delle aule con il caldo, la carenza di docenti per le supplenze, una riforma della maturità di difficile gestione e l’annosa questione dell’accesso all’università tramite la piattaforma Parcoursup, un sistema algoritmico che ormai da anni crea una situazione di fortissimo stress in studenti e famiglie.
Sul piano politico, la France insoumise vuole presentarsi come la paladina delle lotte giovanili, assumendo anche una posizione critica verso le forze dell’ordine, un’operazione che corrisponde alla natura movimentista del partito di Mélenchon, ma che comporta un rischio, se il partito dovesse essere associato alle violenze. Il Rassemblement national di Marine Le Pen, che sta provando con difficoltà a voltare pagina dopo le dichiarazioni antisemite di Bardella, è un partito tradizionalmente favorevole all’ordine. Ultimamente però si è presentato anche come il partito dei delusi dal sistema, e quindi non può prendere troppe distanze dalle rivendicazioni.
Esiste ovviamente il pericolo di un’accelerazione della crisi, con una convergenza delle lotte, a partire dagli studenti universitari, che potrebbero bloccare ulteriormente alcune parti del paese. D’altro canto, l’irruzione di questa generazione sulla scena politica crea una pressione nel contesto elettorale, è un fattore tutt’altro che negativo. Non è detto che giovi a un candidato, ma certamente pone l’esigenza di risposte anche concrete a tutte le forze politiche: è una richiesta democratica.