Esteri
L'INTERVENTO •
È un problema se in Germania il linguaggio antisemita diventa la normalità
Quando oltre il quaranta per cento degli elettori sostiene partiti esterni al centro politico, è difficilmente possibile escluderli dalle responsabilità di governo. Eppure si sta verificando una strisciante normalizzazione del linguaggio e dei comportamenti degli estremisti, tanto a destra quanto a sinistra. Ciò è evidente nel rovesciamento delle responsabilità seguito al 7 ottobre
8 OTT 26

(Foto Getty)
L’autunno del 2026 ha impresso alla Germania una nuova direzione politica. L’Alternative für Deutschland (AfD) si attesta al 30 per cento nei sondaggi. Un terzo degli elettori è disposto a votare per un partito che l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione classifica come organizzazione sospettata di estremismo di destra. A Berlino, la Linke ha vinto le elezioni, ed è strettamente legata a gruppi filopalestinesi che sostengono forme di antisemitismo rivolte contro Israele. Il centro politico è sottoposto a una pressione crescente, mentre gli estremi, sia a destra sia a sinistra, si rafforzano.
Un esempio: nel Land della Sassonia-Anhalt, l’AfD si appresta a nominare a breve il suo primo ministro-presidente con il sostegno dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), nata dalla Linke. E’ un segno dei tempi. Gli estremi stanno formando un’alleanza politicamente efficace. Sotto la pressione di dover formare governi, tuttavia, anche il centro politico è disposto ad accettare ciò che sul piano politico viene considerato incompatibile. “Niente antisemitismo”, si dice, eppure a Berlino sta prendendo forma una coalizione composta da Linke, Spd e Verdi. Katharina Dröge, capogruppo dei Verdi al Bundestag, considera possibile una simile alleanza anche a livello federale. Il ministro-presidente dell’Assia Boris Rhein (Cdu) vuole consentire all’AfD l’accesso ad alcune importanti cariche parlamentari. Tutto ciò sembra derivare logicamente da una prospettiva democratica. Quando oltre il quaranta per cento degli elettori sostiene partiti esterni al centro politico, è difficilmente possibile escluderli dalle responsabilità di governo. Eppure si sta verificando una strisciante normalizzazione del linguaggio e dei comportamenti degli estremisti, tanto a destra quanto a sinistra. Ciò è evidente nel rovesciamento delle responsabilità seguito al 7 ottobre.
La solidarietà umanitaria con il popolo di Gaza suscita qualcosa di più della semplice critica politica al governo israeliano. In questi ambienti, i terroristi di Hamas vengono descritti come combattenti per la liberazione e vittime di un regime oppressivo. Ancora e ancora emergono sfumature antisemite, come si è visto nella campagna di Bds. Affermare che all’interno dell’AfD e della Linke esistano soltanto posizioni antisemite isolate significa minimizzare la situazione. Perché sta diventando socialmente accettabile discutere le loro posizioni. Il loro linguaggio si sta facendo strada nel discorso quotidiano dei talk-show. Questa normalizzazione retorica ha conseguenze sulla cultura del dibattito politico.
Per gli ebrei in Germania, questo sviluppo è minaccioso. Tre anni dopo l’attacco terroristico di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, l’antisemitismo sta mettendo radici nella società mainstream. E’ vero che sia l’AfD sia la Linke dichiarano che l’antisemitismo non ha posto nei loro partiti. Tuttavia, le loro dichiarazioni pubbliche non trovano riscontro nelle politiche effettivamente perseguite. Per esempio, una percentuale elevata degli elettori dell’AfD concorda con stereotipi antisemiti. La posizione filoisraeliana dell’AfD svolge principalmente una funzione di politica interna. Viene utilizzata per tracciare una linea di demarcazione nei confronti dell’islam e per accentuare la posizione xenofoba del partito. Come nel caso della Linke a Berlino, quando vengono adottati slogan antisemiti non vengono tratte conseguenze ferme.
Questo sviluppo riflette un clima nel quale il consenso politico si sta sgretolando. La Repubblica federale di Germania fu fondata nel 1949 sulla convinzione che la dignità umana sia inviolabile. Le convinzioni cristiane ebbero un ruolo decisivo per molti dei padri fondatori. La convinzione che la Shoah non debba mai ripetersi divenne il fondamento dell’identità politica della Repubblica federale. La solidarietà con Israele è una questione di interesse nazionale, come hanno affermato Angela Merkel e altri. Eppure le sinagoghe in Germania continuano a essere sottoposte a protezione della polizia, rafforzata dopo il 7 ottobre. Il numero degli attacchi antisemiti è in aumento – perpetrati non solo da simpatizzanti radicalizzati di Hamas e dell’Isis, ma anche da esponenti dell’estrema destra.
Le Chiese in Germania hanno assunto una posizione inequivocabile su questo tema. Nella “Dichiarazione dei vescovi tedeschi sull’etnonazionalismo”, la Conferenza episcopale tedesca ha sottolineato che “l’etnonazionalismo è incompatibile con la concezione cristiana di Dio e dell’essere umano”. Per decenni, i vescovi non hanno espresso raccomandazioni di voto. Di fronte alla crescita dell’estremismo di destra, questa situazione sta cambiando. Nel giorno delle elezioni in Sassonia-Anhalt, il vescovo locale Gerhard Feige ha invitato a “resistere allo spirito malvagio del nazionalismo e della xenofobia”. Il vescovo di Erfurt Ulrich Neymeyr, responsabile dei rapporti con la comunità ebraica all’interno della Conferenza episcopale tedesca (DBK), vede nell’AfD una tendenza a “sminuire la cultura della memoria della Shoah”. Le conseguenze sono visibili in attacchi come quello contro la sinagoga di Halle, avvenuto sette anni fa: “Se si banalizza la Shoah, il passo verso la sua giustificazione diventa relativamente breve, e altrettanto breve è poi il passo verso la sua ripetizione”.
La società e le Chiese si trovano di fronte a questa sfida. Nell’autunno del 2026, la situazione raggiungerà un punto critico perché la condanna dell’antisemitismo – un tempo data per scontata – sta perdendo terreno. Per decenni, i cristiano-democratici sono stati il partito dominante nella Repubblica federale di Germania. Ma proprio mentre l’influenza formativa del cristianesimo è in declino, anche l’Unione (Cdu/Csu) ha perso il proprio ruolo di partito popolare. Le Chiese non hanno esercitato un’influenza riconoscibile sulle elezioni recenti. La loro capacità di tenere insieme la società si sta riducendo. Oggi meno della metà della popolazione appartiene a una Chiesa. Il numero delle persone che partecipano alle funzioni religiose è diventato trascurabile.
A ciò si accompagna un cambiamento nella cultura religiosa che ha ripercussioni politiche. Dove non esiste un legame vivo con l’ebraismo, la solidarietà viene meno. Essa trova spazio nelle liturgie ecclesiali, in particolare nelle letture dell’Antico Testamento. E’ qui che la memoria assume una forma concreta e diventa percepibile un senso di appartenenza comune con l’ebraismo. Quando questo legame si dissolve, viene meno il fondamento religioso di ciò a cui la Germania si è finora impegnata sul piano politico: che l’antisemitismo non debba avere alcun posto. Questo consenso era già in discussione prima del 7 ottobre, ma da allora lo è in misura crescente. Il processo di abituarsi all’impensabile sta avanzando.
Gregor Maria Hoff, docente di Teologia fondamentale e Teologia ecumenica all’Università di Salisburgo