C’è vita nello Stretto di Hormuz

I flussi di petrolio nel Golfo raggiungono i livelli più alti dall’inizio della guerra, ma i prezzi non scendono. Cosa accade se il regime di Teheran perde il controllo della sua leva negoziale più forte e gli sforzi (costosi) per riassestare le esportazioni

29 SET 26
Ultimo aggiornamento: 18:31
Tradotto con IA
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Considerato l’elevato volume di traffico che sta attraversando lo Stretto di Hormuz, l’Iran sta perdendo la sua influenza sul bacino, ha affermato la società che monitora i traffici marittimi Kpler, dopo aver condiviso i dati dell’ultima settimana, in cui il flusso di petrolio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto avrebbe raggiunto il livello più alto dallo scorso febbraio, con una media di 13,1 milioni di barili al giorno, cioè “poco meno dell’80 per cento dei 17,1 milioni di barili che transitavano quotidianamente prima dello scoppio della guerra”. I dati delle diverse società di monitoraggio divergono a causa della difficoltà nel tracciare le petroliere con i transponder spenti, ma sempre più esperti del settore affermano che i volumi nell’ultimo mese, seppur non ancora tornati ai livelli prebellici, sono aumentati. Questo perché da mesi l’esercito americano sta scortando le petroliere lungo il corridoio meridionale che costeggia l’Oman, in quella che era stata descritta come un’“operazione segreta” – già allora si vociferava che Teheran avesse perso il controllo di questo tratto – e che, da quando è stata svelata, avrebbe incoraggiato la ripresa dei traffici di Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Anche la riapertura saudita dell’oleodotto Est-Ovest, attaccato lo scorso mese dagli houthi, ha contribuito a riassestare il mercato petrolifero globale. Eppure, nonostante i segnali positivi, i prezzi del carburante continuano a essere elevati e potrebbero aumentare ancora. 
Ieri la notizia del segnale di ripresa nello Stretto di Hormuz ha dato fiducia anche ai mercati, che hanno registrato un lieve calo dei prezzi del petrolio, ma un analista della piattaforma finanziaria Kcm Trade ha spiegato alla Reuters che è molto probabile che i prezzi rimarranno elevati ancora a lungo, perché gran parte dell’aumento dei volumi “si basa ancora su soluzioni alternative come i trasferimenti da nave a nave”, metodi meno efficienti e soprattutto più costosi, che i funzionari del Golfo hanno già specificato essere temporanei e non sostenibili a lungo termine. Un altro investitore ha detto al New York Times che il mercato è ancora ristretto e che, nonostante la ripresa delle esportazioni di petrolio dal Golfo, l’offerta globale sia ancora inferiore al fabbisogno mondiale: la produzione ha bisogno di tempo per aumentare e le raffinerie non hanno ripreso a pieno ritmo. Il regime iraniano, invece, non sarebbe ancora in grado di far transitare il suo petrolio greggio da quando gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco dei porti a luglio, e per questo nella proposta iraniana di riaprire Hormuz entro sette giorni, avanzata la scorsa settimana, c’è il sollevamento delle sanzioni e la riapertura del blocco navale statunitense.
Sempre secondo Kpler, le riserve di petrolio accumulate dall’Iran al di fuori della zona di blocco potrebbero esaurirsi entro metà ottobre, e questo metterebbe l’Iran in una condizione di debolezza negoziale, togliendogli la leva più forte nei colloqui con gli Stati Uniti e la possibilità di ottenere concessioni tenendo in ostaggio le forniture energetiche globali, ma rappresenterebbe anche un incentivo ad aumentare gli attacchi contro le petroliere, i porti e le infrastrutture energetiche degli stati del Golfo, usando l’unico mezzo che gli è rimasto per aumentare la pressione. Ieri l’agenzia britannica per le operazioni di commercio marittimo ha dichiarato che durante la notte è scoppiato un incendio, poi spento, a bordo di una petroliera che è stata colpita da “un proiettile non identificato” mentre attraversava lo Stretto di Hormuz.