Dabaiba conferma: Haftar e contractor spagnoli dietro alla cellula terroristica

Gli attacchi per uccidere il viceministro Zoubi e quelli in Sudan, la mediazione emiratina per mettere tutto a tacere, il ruolo del ceo della Repsol. Ecco le parole del premier libico, finora rimaste segrete, durante una riunione con i notabili di Misurata

26 SET 26
Immagine di Dabaiba conferma: Haftar e contractor spagnoli dietro alla cellula terroristica

La riunione del 23 settembre a Misurata fra Dabaiba e i notabili di Misurata

Due giorni fa a Misurata il premier libico Abdulhamid Dabaiba ha tenuto una riunione con i capi clan e i notabili della città. E’ stato in questa occasione che ha ammesso l’esistenza di una cellula terroristica a Tripoli, che ha accusato espressamente Saddam Haftar di esserne il regista, che ha citato il coinvolgimento di contractor spagnoli, che ha confermato l’esistenza di una trattativa con l’est della Libia per mettere tutto a tacere. Sei fonti diverse che hanno preso parte alla riunione hanno confermato il contenuto del discorso di Dabaiba, che finora era rimasto segreto. Le parole del premier libico confermano le informazioni già pubblicate dal Foglio martedì scorso riguardo alla matrice degli attacchi terroristici che da agosto scorso hanno preso di mira Zawiya, principale polo petrolifero del paese, e Tripoli. 
Dabaiba ha riferito che il diretto mandante degli attacchi terroristici contro le infrastrutture petrolifere di Zawiya, quelli contro le postazioni militari di Tripoli e – soprattutto – contro alcuni leader dell’ovest è Saddam Haftar. Fra i target, al Foglio risultano due nomi in particolare: il viceministro della Difesa di Tripoli, Abdulsalam Zoubi, e il membro del Consiglio presidenziale, Abdullah al Lafi. L’obiettivo di Saddam era di eliminare le ultime resistenze dell’ovest al progetto americano di unificazione della Libia, progetto che nei piani del suo ideatore, Massad Boulos, inviato speciale di Donald Trump per l’Africa, assegnerebbe la presidenza della Libia unificata proprio a Saddam. La capacità di Tripoli di sgominare la cellula ha però fatto saltare il piano, che si è trasformato in un boomerang per Haftar, la cui immagine di leader dell’unità libica potrebbe venire compromessa.
La questione apre poi un altro tema, quello del coinvolgimento di contractor occidentali nella pianificazione ed esecuzione di una serie di attentati terroristici. Sebbene da anni la comunità internazionale chieda che le forze militari straniere – in particolare russe e turche – lascino la Libia, Dabaiba ha confermato quanto rivelato dal Foglio pochi giorni fa: da un grande paese europeo come la Spagna è partito un team di mercenari e tecnici esperti di sistemi d’arma assoldati da Haftar per compiere attacchi terroristici nell’ovest della Libia. Come non bastasse, media libici riferiscono che la cellula si sia avvalsa anche della copertura offerta da un alto dirigente di un gigante mondiale del settore petrolifero, la spagnola Repsol.
Per capire dove nasce il coinvolgimento dei contractor spagnoli occorre tornare indietro di tre anni. Nel 2023, quando è ancora generale delle Forze armate della Libia orientale, Saddam Haftar acquista 44 droni e telecamere termiche da tre società spagnole – Shadow Lynx, Aeronáutica Dts e Duma Engineering – per una cifra di poco superiore a 14 milioni di euro. Alcuni dei velivoli partono da Madrid nel luglio del 2023 diretti a Valencia. Lì, sono caricati su un aereo per Barcellona e quindi ripartono per Bengasi, in Libia. Prima di arrivare a destinazione, fanno scalo a Malta per eludere il tracciamento. Solo una piccola parte invece non raggiunge la destinazione finale grazie all’intervento della Guardia Civil spagnola. Tutte queste informazioni, comprese quelle che seguono riguardo a questa transazione, le conosciamo proprio grazie alle indagini condotte all’epoca dalla gendarmeria spagnola, i cui dettagli sono finiti in alcuni articoli di stampa. A mediare l’accordo con Ahmed Gadalla, un uomo d’affari di Bengasi considerato molto vicino a Haftar e accusato di trafficare armi e gasolio dall’ultimo rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, è Yusef al Ubeidi, un giovane dalla doppia cittadinanza spagnola e libica che in Spagna si fa chiamare Saad Fonte. A novembre di quell’anno, nell’ambito dell’indagine, al Ubeidi è fermato e interrogato dalla Guardia Civil, che trova nel suo cellulare il contratto firmato tra la Shadow Lynx e la al Mored Oasis General Trading, la società che tutt’oggi è di proprietà di Gadalla con sede a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Passano pochi mesi e a febbraio del 2024 Haftar decide di chiudere il giacimento petrolifero di al Sharara, il più grande della Libia e dove la Spagna è più coinvolta, perché la Repsol ne controlla una quota importante. Quella di Saddam è una ritorsione contro Madrid, colpevole secondo lui di avere intercettato i suoi traffici di armi. L’interruzione dura solo pochi giorni, ma ad agosto ne viene decisa un’altra che durerà fino a ottobre. Il motivo scatenante è il fermo a cui è sottoposto lo stesso Saddam il 2 agosto di quell’anno all’aeroporto di Capodichino, a Napoli. Non è chiaro se la polizia italiana abbia agito per dare seguito a un mandato di arresto emanato dalla Spagna o per un semplice interrogatorio legato alle inchieste spagnole sul traffico d’armi. Quel che è certo è che appena Haftar viene rilasciato e fa rientro a Bengasi è furioso con il governo di Madrid e ordina una nuova e prolungata chiusura del campo petrolifero di al Sharara. Per Repsol le perdite sono enormi: nel 2024, la compagnia spagnola riduce la guidance relativa al flusso di cassa operativo a 6 miliardi di euro, rispetto alla previsione iniziale che era compresa tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro. Una riduzione causata in buona parte dal crollo della capacità di raffinazione petrolifera in Libia, che nell’ultimo quadrimestre del 2024 cala del 70 per cento.
Messo sotto ricatto, il governo spagnolo di Pedro Sánchez compie alcuni gesti distensivi nei confronti di Haftar. Si sussegue così una serie di strane coincidenze. Tanto per cominciare, una volta liberato dalla Guardia Civili, al Ubeidi riprende a fare da intermediario tra Haftar e la Spagna. Intanto, l’inchiesta della Guardia Civil sulla vendita dei droni si sgonfia fino a svuotarsi del tutto, perché le accuse di traffico d’armi decadono: da materiale bellico, i droni vengono derubricati a materiale per scopi civili, grazie alla clausola del “dual use”, aggirando l’embargo sulle armi dell’Onu. Infine, l’articolo di giornale dell’Independiente, che riferiva molti particolari dell’inchiesta della Guardia Civil e l’unico che menzionava la società al Mored riconducibile all’entourage di Haftar, inspiegabilmente scompare da internet. Nel frattempo, al Sharara torna in attività (nonostante alcune interruzioni saltuarie che perdurano fino a oggi, ma per motivi che non riguardano le relazioni tra Haftar e Sánchez).
La vicenda sembrava ormai appartenere al passato finché, qualche giorno fa, gli uomini del viceministro della Difesa di Tripoli, Abdulsalam Zoubi, sventano un attacco ad Ain al Zara, a sud della capitale, contro le proprie postazioni militari. Fonti del Foglio raccontano che l’offensiva viene respinta solo grazie all’aiuto di alcuni mercenari ucraini, che in segreto affiancano le forze di Tripoli. L’origine degli attacchi però resta un mistero. Si indaga, allora, e Zoubi arresta cinque uomini che fanno parte della cellula terroristica, due spagnoli e tre libici, alcuni appartenenti alla brigata Tariq bin Ziyad vicina a Haftar. E’ allora che per la prima volta viene indicato Saddam come mandante diretto dell’operazione attraverso il generale Younes Sharaf al Din. Nel corso della riunione a Misurata, Dabaiba avrebbe confermato che, durante una perquisizione in un appartamento di Tripoli, sarebbe stato rinvenuto un laptop contenente i documenti che dimostrano non solo le responsabilità di Saddam negli attacchi di Zawiya e di Tripoli, ma anche dei contractor spagnoli. Si scopre così il coinvolgimento di un altro uomo, anche lui spagnolo: Mikel Aguirre, alto dirigente della Repsol. Secondo quanto riferito da alcuni media libici, come il giornalista Taha Hadeed, Aguirre sarebbe servito alla cellula terroristica come copertura affinché i membri del gruppo potessero spacciarsi per tecnici e ingegneri al suo seguito, muovendosi in libertà anche fuori Tripoli. Il manager è ancora in fuga e ha tentato di sconfinare in Tunisia, senza riuscirci. La Repsol ha contattato il Foglio e ha tenuto a chiarire che l’informazione sul coinvolgimento di Aguirre nella vicenda “è completamente falsa”. Interrogata su dove fosse allora in questo momento il manager, la compagnia spagnola ha risposto che “non può rilasciare commenti riguardo al luogo in cui si trovino i propri direttori”.
Ahmed Khalifa, un giornalista libico, ha dichiarato che dai documenti trovati nel computer risulterebbe anche il coinvolgimento della cellula terroristica in alcune operazioni militari in Sudan. Una versione corroborata da altre fonti locali consultate dal Foglio e ammessa dallo stesso Dabaiba durante il suo incontro di tre giorni fa con i leader di Misurata. Dal momento in cui si è saputo dell’esistenza di questo computer, è iniziato un negoziato serrato e segreto fra Tripoli e Bengasi, con quest’ultima che preme affinché Dabaiba mantenga il riserbo sull’intera storia. Saddam e Zoubi si sono incontrati di persona negli Emirati Arabi Uniti per negoziare. L’incontro è durato ben due giorni, a dimostrazione di quanto la trattativa sia problematica. “L’intervento diretto degli Emirati Arabi Uniti per trovare un compromesso e mettere tutto a tacere è dovuto proprio al capitolo relativo al coinvolgimento della cellula terroristica in attacchi mirati in Sudan, dove Abu Dhabi è parte in causa”, spiega al Foglio una fonte libica informata. Secondo l’Onu, gli Emirati sostengono con armi e denaro le forze paramilitari sudanesi delle Rapid Support Forces, un’accusa che il paese del Golfo però smentisce. Mercoledì, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, lo stesso Boulos si è adoperato per tentare di mettere a tacere l’intera vicenda incontrando Mohamed Menfi, presidente del Consiglio presidenziale libico. Appena pochi giorni prima, Menfi aveva spedito una lettera alla Corte penale internazionale per chiedere l’avvio di un’indagine a Tripoli sul coinvolgimento di mercenari stranieri nella cellula terroristica.
Non è chiaro cosa accadrà adesso. Zoubi ha smentito l’esistenza di una trattativa e ha detto che una volta che gli interrogatori dei cinque arrestati si saranno conclusi renderà pubblico tutto il materiale. Le parole di Dabaiba a Misurata, però, confermano che invece un negoziato esiste e che il premier di Tripoli intende fare pagare caro il proprio silenzio, per esempio per ottenere la cosa più preziosa che Haftar possiede: tempo. Prendere tempo per Dabaiba sarebbe vitale per posticipare l’attuazione del piano Boulos e scongiurare un suo passo indietro dalla scena politica libica.