Greggio, armi, cocaina. In Libia Haftar ricatta il governo Sánchez

Mentre la Guardia Civil fa sequestri a ripetizione, l'ultimo di un carico monstre di cocaina da 30 tonnellate, il governo spagnolo silenzia tutto quello che potrebbe infastidire Bengasi. Il ricatto del petrolio di Sharara

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14 MAY 26
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La Arconian e il suo cairco di cocaina al porto di Las Palmas durante le perquisizioni

Se c’è qualcuno su cui il vicecomandante generale libico Saddam Haftar ama fare pressioni è il premier spagnolo Pedro Sánchez. Nulla di personale, si tratta solo di affari. Ma sono ormai tante, troppe le occasioni in cui la Guardia Civil mette in difficoltà il rampollo del generale Khalifa Haftar, leader in pectore della Cirenaica. Negli ultimi anni, la Spagna ha sequestrato diverse forniture di droni, navi militari, accessori a duplice uso diretti in Libia. Ora anche un carico di droga. Non uno qualunque, ma uno dei più grandi al mondo: 30 tonnellate di cocaina intercettate al largo delle Canarie dalla Guardia Civil e dirette al porto di libico di Bengasi. Quello del 5 maggio scorso è diventato così il sequestro di stupefacenti più importante nella storia della Spagna, per un valore commerciale record di quasi 2 miliardi di euro. 
La Arconian, il cargo battente bandiera delle Isole Comore, era salpata il 22 aprile dalla Sierra Leone e su segnalazione dell’intelligence olandese e americana è stata fermata mentre navigava nell’Atlantico. Stipata in un doppio fondo, la cocaina è stata sequestrata al Porto de Luz y de Las Palmas, mentre i 23 membri dell’equipaggio sono stati arrestati. Tra questi, cinque olandesi e un surinamese erano armati con tre mitragliatrici, due pistole e una grande quantità di munizioni. Secondo la stampa olandese, dietro al contrabbando ci sarebbe Jos Leijdekkers, noto come “Bolle Jos” o “Chubby Jos”, un narcotrafficante di 33 anni, tra i più ricercati nei Paesi Bassi. Ma quello che ha reso il sequestro dell’Arconian una grana politica internazionale è la destinazione: la Libia.
Una volta fermata la nave, il governo spagnolo si è dato un gran da fare per chiarire pubblicamente che la cocaina, in realtà, non era diretta a Bengasi. “Non avrebbe senso”, è arrivata a concludere una fonte anonima citata da diversi quotidiani spagnoli. “La cocaina doveva essere presa in carico da molte imbarcazioni più piccole in Spagna che dovevano smerciarla nei porti europei”. Lo stesso Fernando Grande-Marlaska, ministro dell’Interno di Madrid, ha detto in conferenza stampa che la nave appartiene alla mafia marocchino-olandese specializzata nel contrabbando di sostanze illecite verso l’Europa e che il carico sarebbe stato distribuito ad altre imbarcazioni in mare e non a Bengasi. A quel punto sono state le istituzioni libiche a rilanciare il fatto che loro, con la droga, non avevano nulla a che fare. La procura generale di Tripoli ha ufficialmente avviato delle indagini, che però sono state chiuse in tempi record, nel giro di meno di 24 ore, accontentandosi della dichiarazione spagnola che smentiva lo scarico della cocaina in Libia. L’Autorità doganale della Libia orientale, controllata da Haftar, ha quindi diffuso una nota in cui dichiarava di avere ricevuto dalla propria controparte spagnola la conferma che Bengasi non era coinvolta e che tanto bastava per mettere a tacere le polemiche. Una fretta forsennata di chiudere il caso, che però resta tutt’altro che risolto.
Un rapporto del 2019 commissionato dall’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction dimostrava che i porti della Cirenaica di Bengasi e Tobruk sono l’epicentro dello smercio di cocaina e di altri stupefacenti nel Nord Africa. Tra le pratiche usate c’era anche quella di usare “navi madre” da cui diversi pescherecci caricavano parte delle sostanze per distribuirle tra i porti europei. “Non era l’entroterra libico la destinazione della Arconian. Le bastava restare alla fonda al largo di Bengasi per scaricare la cocaina”, dice al Foglio una fonte informata. “Haftar esercita un controllo totale sulla terraferma, ma anche nelle acque territoriali della Cirenaica”.
A tradire un certo risentimento nell’intercettazione del carico di cocaina, nonostante tutte le rassicurazioni offerte da Madrid, è stato il Parlamento di Tobruk che sostiene Haftar. Una lettera diretta al governo spagnolo e firmata da Yousef Ibrahim al Aqouri, presidente della commissione Affari esteri, ha minacciato di rompere le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Il capro espiatorio è l’ambasciatore spagnolo in Libia, Javier Soria Quintana, accusato dai libici di “scarsa trasparenza” e di non aver interagito con le istituzioni libiche “con il dovuto livello di professionalità”. “Di certo non è Quintana il vero problema per i libici, ma il sequestro di droga. Che poi è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che Bengasi interpreta come atti ostili”, dice al Foglio una fonte diplomatica. Quintana e la Spagna sono stati messi da parte da Haftar. Parlando col giornale spagnolo la Razon, una fonte libica ha detto che Madrid è tagliata fuori dagli investimenti nell’est della Libia e che di recente “l’ambasciatore spagnolo non ha ricevuto alcun invito a partecipare a incontri ufficiali con le Forze armate libiche o con il Parlamento, a causa delle azioni intraprese dalla Guardia Civil”.
Un po’ come succede con Italia, Malta e Grecia per i migranti e l’energia, anche la Spagna soffre i ricatti di Saddam Haftar che, come ritorsione per i presunti sabotaggi subiti da Madrid, ha già ordinato in passato la chiusura del campo di estrazione petrolifera di Sharara, il più grande del paese e dove la spagnola Repsol ha un ruolo di primo piano nel consorzio Akakus. Madrid importa dal giacimento libico fino al 13 per cento del proprio consumo nazionale di greggio, circa 300 mila barili al giorno, di cui il 20 per cento rappresenta la quota di Repsol. Nell’agosto del 2024, Haftar ordinò la chiusura di Sharara per vendicarsi dell’arresto di poche ore in cui era incorso durante un suo viaggio in Italia. La nostra polizia fermò il generale libico a Napoli sulla base di un mandato di arresto emesso dalla Guardia Civil, in quanto accusato di traffico di armi. Una volta rilasciato – con una dinamica mai chiarita del tutto – Saddam ordinò immediatamente di chiudere i rubinetti petroliferi alla Spagna, con danni ingenti per la Repsol.
La solerzia con cui la Guardia Civil ha intralciato gli affari di Bengasi negli ultimi anni con sequestri a ripetizione ha finito col mettere in imbarazzo il governo spagnolo, innescando una crisi diplomatica che Sánchez fa fatica a gestire. Tutto parte dalle armi. Ad agosto del 2025 la Guardia Civil ha requisito dieci motovedette importate dagli Emirati Arabi Uniti e dirette a Bengasi in violazione dell’embargo delle armi imposto dall’Onu. I mezzi, intercettati in collaborazione con la missione europea Irini, erano a bordo della nave cargo Lila Mumbai proveniente da Port Rashid. I mezzi sono stati sequestrati al porto spagnolo di Algericas: si tratta di due pattugliatori veloci Grandweld Tbz, sei motovedette veloci con affusti per cannoni e due mezzi da sbarco veloci da 17 metri. Uno sgarbo notevole per Haftar, preceduto però da un altro, ancora più grave.
Nel 2023, sempre la Guardia Civil blocca la fornitura di 44 droni, visori notturni e altri accessori diretti in Cirenaica a beneficio di Saddam per un totale di 14 milioni di euro. I dettagli dell’inchiesta, pubblicati dal giornale spagnolo l’Independiente, svelavano una rete di contrabbando che avrebbe dovuto portare persino all’apertura di una fabbrica di droni a Bengasi con il coinvolgimento di diverse società spagnole. Il grosso dell’investimento ricadeva sulla Shadow Lynx, una società di Valencia specializzata nel settore della Difesa, mentre l’intermediario con Haftar era Josep Saad Fonte, il cui vero nome è Yusef al Ubeidi. Poco più che un ragazzo e con passaporto spagnolo, sembra che al Ubeidi facesse da rappresentante di Saddam Haftar. Una volta arrestato in Spagna, nel suo cellulare la Guardia Civil trova registrazioni e video che dimostrano il traffico di armi in collaborazione con José Luis Rodrigo, titolare della Shadow Lynx. “Incredibile, sarà la migliore fabbrica dell’Africa”, dice il ceo della società spagnola al telefono con al Ubeidi. Agli inquirenti, l’intermediario di Haftar racconta che un ruolo centrale nell’operazione sarebbe stato ricoperto da Ahmed Gadalla, l’imprenditore di Bengasi attivo negli Emirati Arabi Uniti, protagonista di un’inchiesta del Foglio e di recente accusato dal Gruppo di esperti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di trafficare armi e gasolio da Dubai alla Cirenaica. The Sentry, un’organizzazione investigativa con sede negli Stati Uniti fondata da John Prendergast e George Clooney, ha da poco pubblicato un lungo e approfondito rapporto sul ruolo ricoperto da Gadalla, “il risolutore” di Haftar per i trasferimenti transnazionali di armi su larga scala e non solo. Il rapporto svela come nel traffico di droni spagnoli Gadalla avrebbe agito a sua volta per conto di Saddam Haftar. Il contratto per la vendita dei velivoli era firmato dalla Shadow Lynx e dalla Almored Oasis General Trading LLC, una società di servizi con sede a Dubai che fa parte del cosiddetto gruppo Alushibe ed è di fatto controllata da Ahmed Gadalla. Nonostante la mole di informazioni raccolte dagli spagnoli, dopo l’arresto di Haftar in Italia, la chiusura di Sharara e a distanza di oltre un anno l’articolo dell’Independiente, inspiegabilmente, viene messo offline. Contattato dal Foglio lo scorso gennaio, l’autore dell’inchiesta, Carlos Frias, ha detto che il suo ex giornale avrebbe rimosso l’articolo semplicemente “perché gli inquirenti non starebbero più seguendo quel filone di indagine”. Una motivazione poco comprensibile ma intanto, quel che è certo, è che sebbene l’inchiesta spagnola sul traffico di armi vada avanti, sia al Ubeidi sia la Shadow Lynx sarebbero scomparsi dal rapporto finale sottoposto alla procura.
Il rapporto di The Sentry spiega che Gadalla spaziava con le sue attività illecite dal traffico di armi a quello di gasolio e non solo. L’imprenditore libico, dice l’indagine, ha interessi nel settore bancario nella Libia orientale, controllando istituti importanti come la Banca per il commercio e lo sviluppo, la Wahda Bank e la Banca commerciale nazionale. Con questa rete di influenze non è riuscito soltanto “a ottenere lettere di credito e profitti illeciti”, dice The Sentry, ma “ha venduto centinaia di milioni di dinari stampati in Russia sul mercato nero, in cambio di dollari, con la garanzia che le banche di Bengasi avrebbero accettato quelle banconote, una pratica che ha ulteriormente indebolito il dinaro libico”.
Secondo Wolfram Lacher, ricercatore al German Institute for International and Security Affairs di Berlino, la figura di Gadalla è centrale nello schema di Haftar, ma non essenziale: “Lui in sé non è importante. E’ una figura di facciata e Saddam Haftar potrebbe facilmente sostituirlo con qualcun altro – spiega al Foglio – Il ruolo di persone come lui è quello di prendere le distanze dal principale (Saddam Haftar) e dalle transazioni corrotte o criminali. Il rapporto del Gruppo di esperti dell’Onu dimostra che questo meccanismo funziona: tutti i dati sulla proprietà delle aziende, le transazioni e così via possono essere attribuiti direttamente solo a Gadalla, non a Haftar. Il meccanismo esatto con cui Saddam controlla Ahmed Gadalla non può essere stabilito con prove concrete, ma solo attraverso la vicinanza e la plausibilità. Quindi, anche se qualcuno dovesse essere sanzionato sulla base di tali rapporti (cosa che in questo caso ritengo improbabile), si tratterebbe della figura di facciata, non di Saddam in persona”.
Ed è proprio questa la speranza che, in fondo, coltiva il governo spagnolo di Pedro Sánchez: spegnere le indagini aperte dalla Guardia Civil ed evitare una crisi diplomatica con la Libia, che metterebbe a repentaglio le forniture energetiche. Il ricatto di Haftar, per ora, sembra funzionare.