Esteri
L'editoriale del direttore •
Sberle all’Europa degli europeisti a metà
Ursula von der Leyen ricorda perché l’Unione europea è minacciata anche degli europeisti timidi, egoisti e senza coraggio
17 SET 26

Foto Ansa
Il discorso sullo stato dell’Unione è uno di quei passaggi rituali in cui ogni presidente della Commissione europea sa che dovrà eseguire uno spartito preciso composto da note ricorrenti e da sinfonie prevedibili. La musica la conoscete: l’Europa sta crescendo, i suoi nemici sono pericolosi, l’euroscetticismo va combattuto, il nazionalismo va arginato e le democrazie vanno difese da tutti i loro nemici. Tutto giusto e tutto perfetto, a cominciare, come ha fatto ieri Ursula von der Leyen, dal voler ricordare quanto il sostegno all’Ucraina sia oggi il vero spartiacque per capire chi ha a cuore il futuro dell’Europa e chi no e a cominciare dal rivendicare la necessità da parte dell’Unione europea di aprirsi, aprirsi, aprirsi e sfruttare l’aggressività trumpiana verso i suoi alleati per trasformare l’Unione europea in un polo attrattivo per chiunque abbia a cuore la difesa della libertà (vale per i trattati di libero scambio, che l’Europa ha intensificato, e vale anche per i partenariati speciali, come quello annunciato ieri con il Canada, che diventerà il primo membro associato dell’Ue).
Il discorso di ieri di von der Leyen contiene però un elemento inedito e interessante che riguarda una critica più importante della solita e giusta tirata d’orecchi ai populisti irresponsabili e ai cavalli di troia del putinismo. Von der Leyen ieri ha ricordato che tra coloro che hanno una notevole responsabilità nell’aver reso l’Europa meno attrattiva, meno efficiente, meno dinamica rispetto a quello che potrebbe essere ci sono gli europeisti a metà. La presidente della Commissione non li chiama così, ma il profilo è chiaro. “Vogliamo lasciarci frenare dalle divisioni e dalle dipendenze?”, si domanda. Vogliamo ammettere una buona volta che “nessun paese può farcela da solo”, che qui “continuiamo a frammentare i capitali, le reti, il potere d’acquisto”, che tutte le istituzioni devono “agire con maggior rapidità?”, che “la dottrina, le istituzioni e il processo decisionale dell’Unione non si sono evoluti al ritmo della nuova realtà” e che “è giunto il momento che intervengano gli stati membri”? Il messaggio è fin troppo chiaro. Non si può essere europeisti in astratto e poi non esserlo quando l’integrazione tocca interessi nazionali. Non si può combattere contro la burocrazia a Bruxelles e poi ricreare una parte di quella burocrazia a livello nazionale. Non si può pensare di difendere l’Europa dalle minacce russe senza capire che le incursioni nei nostri cieli sono parte di una strategia unica che spinge l’Europa a fare un salto di qualità nella protezione dei suoi confini.
Per far funzionare l’Europa, è la sintesi del discorso di von der Leyen, “è giunto il momento che intervengano gli stati membri”. E per far intervenire gli stati membri, potremmo aggiungere noi, occorre capire che l’Europa funziona (a) quando riesce ad avere anche due velocità e avere due velocità significa accettare che l’Europa possa decidere senza essere ostaggio dell’unanimità, come succede per esempio quando si parla di commercio e (b) quando sceglie di non fermarsi a metà nella sua difesa della libertà (non si può essere felici per l’accordo speciale con il Canada e poi non aver completato il processo di ratifica degli accordi di libero scambio con il Canada, ovvero il Ceta, e vale anche per te, cara Italia). I populisti sono pericolosi, i nazionalisti sono minacciosi, i putiniani sono rovinosi ma nel futuro dell’Europa una minaccia ulteriore a breve termine è quella rappresentata dagli europeisti a metà, che pur potendo cambiare l’Europa scelgono di non farlo, mossi dalla convinzione farlocca che il populismo lo si combatte a metà, senza sfidarlo in campo aperto, senza superare le gelosie nazionali e senza mettere da parte l’idea pericolosa di considerare l’Europa utile solo quando si presenta in formato bancomat.
