Oltre "Naza". Solo Israele accusa se stesso. Si chiama democrazia

 In medio oriente, solo nello stato ebraico esiste un cinema, una stampa d’inchiesta, un festival, una schiera di scrittori, che si permettono di essere odiati in casa propria. L’unica democrazia dove criticare e dissentire non è un crimine, ma un vanto

15 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:56
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Foto ANSA

Nella scena più controversa di “Naza”, una fonte anonima descrive un presunto sistema utilizzato da Israele per stimare i danni collaterali prima degli attacchi contro Hamas. L’intervistatore gli chiede quale fosse il numero massimo di vittime di cui ricordi l’approvazione per un singolo attacco. “C’era l’approvazione per 500”, afferma la fonte. L’abbiamo già sentita la sera del 17 ottobre 2023, quando ci fu un’esplosione nel parcheggio dell’ospedale Ahli di Gaza City. “Israele bombarda ospedale di Gaza, 500 morti”. La storia dell’ospedale fu accettata senza beneficio di inventario dai media mondiali e italiani. L’esplosione però era stata provocata da un missile lanciato da Gaza. Ma la gioia di accusare Israele o, meglio ancora, di poterlo accusare con la voce di israeliani, è troppo forte.
Contro “Naza”, il film dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor premiato a Venezia, il governo israeliano e l’Idf hanno reagito parlando di “menzogne”, spingendo alcuni ministri a evocare il “tradimento” e il ritiro della cittadinanza. Anche l’avversario di Netanyahu alle elezioni, l’ex generale Gadi Eisenkot, ha parlato del film: “E’ una guerra difficile e giusta contro un nemico crudele che ha massacrato, stuprato e rapito. La scelta di autori israeliani di salire su un palcoscenico internazionale e gettare un’ombra morale sui soldati è cecità morale”.
Ma al netto di accuse e falsità, “Naza” è la prova della grandezza di Israele. Bisogna riconoscere a questo strano “fascismo israeliano” la peculiarità di lasciare che i suoi critici lo chiamino quotidianamente fascista sui suoi stessi giornali.
“Synonyms” di Nadav Lapid, Orso d’Oro a Berlino, è un film che parla di un israeliano che fugge a Parigi nel tentativo di cancellare il proprio passato militare di cui si vergogna. “Foxtrot” di Samuel Maoz, Leone d’argento a Venezia, è una critica al servizio militare obbligatorio. “Valzer con Bashir” di Ari Folman è stato candidato all’Oscar e ha vinto un Golden Globe: racconta di un veterano israeliano tormentato nel tentativo di recuperare i ricordi rimossi legati al suo presunto coinvolgimento nel massacro di Sabra e Shatila. Senza dimenticare “The Gatekeepers”, il documentario insignito di numerosi riconoscimenti e di una candidatura all’Oscar, dove sei ex capi dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna di Israele) criticano l’occupazione.
E poi “Ajami” e “Beaufort”, altri due film israeliani candidati a miglior pellicola in lingua straniera, che raccontano l’inutilità della guerra attraverso gli occhi di alcuni soldati in un avamposto isolato, fino a “No Other Land”, diretto da un collettivo palestinese-israeliano (che include lo stesso regista di “Naza” Yuval Abraham) e che ha vinto l’Oscar come miglior documentario nel 2025.
Se “Fauda” è accusato di “propaganda” e di mostrare il 7 ottobre per quello che è stato, un pogrom, c’è questo lungo elenco israeliano di ferite esposte in pubblico. Un lusso che in medio oriente solo Israele può vantare. Solo in Israele esiste un cinema, una stampa d’inchiesta, un festival, una schiera di scrittori, che si permettono di essere odiati in casa propria.
L’esercito può smentire le fonti anonime; i ministri possono invocare il tradimento; lo spettatore può rifiutare una tesi ideologica. Ma solo in Israele il dissenso non è un crimine, ma un vanto della democrazia. Ora si immagini un regista palestinese a Gaza (molti “giornalisti” si è visto che erano uomini di Hamas) che raccolga le testimonianze di chi ha visto Hamas usare ospedali, scuole e strutture civili come scudo umano; che filmi la teologia del martirio islamico, il culto del 7 ottobre, i tunnel e i rastrellamenti di civili. Quel film non c’è: non perché manchino intelligenze o coraggio fra i palestinesi, ma perché manca lo spazio politico in cui la critica al terrore sia un diritto e non un atto suicida.
Hamas non produce “Naza”, ma solo silenzio, morte e propaganda. Così, se un israeliano che difende il proprio paese è sospettato di propaganda e chi lo accusa godrà invece del plauso e del prestigio mondiale, un palestinese che difende Hamas è acclamato come un “resistente” e chi la accusa è accusato di “collaborazionismo”. Il regista libanese Ziad Doueiri ha girato alcune scene di una sua pellicola in territorio israeliano. Tanto basta per essere arrestato di ritorno dalla mostra del cinema di Venezia, accusato di “collaborazionismo con Israele”. Il più brillante scrittore palestinese, Abbad Yahiya, si è visto requisire il romanzo “Crimine a Ramallah” in tutta la Cisgiordania. Libro “indecente” e “incompatibile con la morale”. L’editore è stato arrestato. Perché? Perché è uno spaccato della società palestinese clandestina, dall’omosessuale che teme per la propria vita al consumatore di alcolici.
Israele invece continua a partorire opere che lo smentiscono. Una contraddizione nobile e faticosa che non esiste dall’altra parte dei confini. E questo è il vero scandalo a cui nessun festival dedica venticinque minuti di applausi.