Spiegare l’Afd con le imprese e i governi immobili non con l’Europa cattiva

La causa del populismo non è delle istituzioni e delle politiche europee, ma piuttosto nell’incapacità dei governi e del mondo imprenditoriale di adottare politiche di innovazione e di rafforzamento del tessuto sociale per aiutare i più deboli

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Scorrono in questi giorni fiumi di inchiostro per spiegare il successo del partito neo-nazista Alternative für Deutschland alle elezioni del Land tedesco della Sassonia-Anhalt. L’aspetto più interessante, anche se non sorprendente, del dibattito in corso, è la facilità con cui le responsabilità vengono scaricate su altri, seguendo uno schema populista diventato ormai contagioso. Come spesso avviene, il capro espiatorio preferito dalla classe politica, oltre che da quella imprenditoriale, è oramai l’Europa. Il ragionamento è semplice. La Sassonia-Anhalt è una delle regioni che hanno maggiormente sofferto della deindustrializzazione che colpisce il continente. E’ in queste regioni abbandonate che si sviluppa il sentimento antidemocratico e che viene rigettata la classe dirigente tradizionale. La responsabilità principale di tutto ciò dell’Europa e delle sue famigerate politiche, a cominciare dal Green Deal. Il settore automobilistico viene spesso citato come esempio dell’eccesso di regole europee e della mancanza di protezione rispetto alla spietata concorrenza cinese. In sintesi, al cuore della questione democratica europea vi è l’incapacità di proteggere le imprese. Secondo questa tesi, la democrazia va difesa attraverso la reindustrializzazione dell’Europa.
La tesi è affascinante. Non è peraltro dissimile da quella sostenuta dal movimento Maga, che fa della deindustrializzazione del Midwest la causa di tutti i mali della democrazia americana. La tesi è però sbagliata, da molti punti di vista. Innanzitutto, non è vero che l’industria sia il baluardo della democrazia. In Germania, come mostra un recente articolo del Financial Times, i partiti populisti sono forti nelle regioni ad alta concentrazione industriale dell’Est, ma meno nei Land occidentali. In altri paesi, ad esempio in Francia o nei Paesi Bassi, questi movimenti anti-democratici sono presenti soprattutto nelle regioni rurali e nelle piccole città. Il fenomeno è dunque molto più complesso e non dipende dalla prevalenza di un determinato settore quanto dall’arretratezza del tessuto economico e sociale, che rende difficile l’adattamento ai cambiamenti tecnologici. Un problema che non sparirà con la diffusione dell’intelligenza artificiale. Difendere l’industria a tutti i costi non è dunque una soluzione. Rischia al contrario di aggravare il problema. Anche perché il disagio provocato dal calo dei redditi e dell’occupazione manifatturiera, in particolare nel settore automobilistico, non nasce dai vincoli europei ma dall’incapacità delle imprese di stare al passo con la concorrenza. Le automobili cinesi sono meno care, ma anche di migliore qualità, soprattutto nelle gamme più accessibili. La competitività cinese nasce dagli ingenti investimenti effettuati per ammodernare i processi produttivi, ormai ampiamente robotizzati, e dalla massiccia riduzione di occupazione. Negli ultimi vent’anni, la manifattura cinese ha perso circa 18 milioni di posti di lavoro.
Pensare, in questo contesto, di rimanere competitivi mantenendo costante il numero di occupati e sussidiando le vecchie tecnologie è stato, e rimane, una illusione delle classi politiche e imprenditoriali europee. Senza una politica industriale e energetica che incentiva l’innovazione, le aziende europee continueranno a produrre, con impianti antiquati, beni la cui domanda è in graduale contrazione. E qui veniamo al punto cruciale. In Europa, le politiche industriali sono una prerogativa dei governi nazionali. Queste politiche sono state principalmente orientate a salvare le aziende in difficoltà – spesso su richiesta delle aziende stesse – piuttosto che a incentivare l’innovazione e la crescita dimensionale, come è avvenuto invece in Cina. Gli aiuti di Stato, pur limitati dalle norme comunitaria, vengono gestiti guardando al passato, invece di essere utilizzati per favorire la competitività.
Le politiche sociali, anch’esse di competenza nazionale, tendono a privilegiare la difesa dei posti di lavoro, anche nei settori che non hanno prospettive, invece di investire in capitale umano per usare le nuove tecnologie. La politica commerciale è invece di competenza comunitaria, ma per molti anni le imprese, in particolare quelle tedesche e italiane, si sono opposte all’introduzione di dazi selettivi nei confronti della Cina, preferendo continuare a esportare e ad investire in quel paese, fin quando era possibile, anche a costo di trasferirvi tecnologia. Ora che la tecnologia cinese è diventata migliore, gli imprenditori europei chiedono di essere protetti. La causa del populismo non è delle istituzioni e delle politiche europee ma piuttosto nell’incapacità dei governi e del mondo imprenditoriale di adottare politiche di innovazione e di rafforzamento del tessuto sociale per aiutare i più deboli. Certo, è più facile dare la colpa di tutti i misfatti all’Europa. Finora era lo sport preferito dei populisti. Ora è diventato anche quello delle élite.