Dal “prima noi” al “soltanto noi”. Perché la destra vince grazie all’immigrazione

Le destre assumono il punto di vista più congeniale alla maggioranza degli elettori, quello del cittadino come membro di una comunità politica. L'errore della sinistra e il richiamo ai diritti
11 SET 26
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In Sassonia-Anhalt, quasi un elettore su due ha votato per l’Alternative für Deutschland. L’AfD ha vinto le elezioni regionali con il 44 per cento, più del doppio di cinque anni fa. Al centro del suo programma vi è il contrasto dell’immigrazione, con la proposta di abolire il diritto costituzionale d’asilo e una politica di “remigrazione” che va ben oltre il rimpatrio degli irregolari: più trattenimenti ed espulsioni coercitive, il ritorno degli ucraini e di tutti i titolari di protezione provenienti da paesi ritenuti ormai sicuri, la riduzione delle prestazioni sociali per indurre alla partenza e il respingimento dei richiedenti asilo alle frontiere interne, trasformando la deroga temporanea a Schengen in un sistema permanente di controllo. In definitiva, il completo rovesciamento della politica di accoglienza voluta da Angela Merkel nel 2015. Sarebbe semplicistico ricondurre un risultato di queste proporzioni a una sola causa: hanno pesato anche la crisi economica, la debolezza del governo federale e la sfiducia verso i partiti tradizionali. Ma negare la centralità della tematica migratoria sarebbe un errore. Di qui la domanda ineludibile: perché, su questo terreno, continua a vincere la destra, oggi anche nella sua versione radicale, salvo che in paesi come la Danimarca, dove la sinistra si è convertita al rigore?
La risposta più diffusa è che la destra vince perché alimenta paure, come quella della sostituzione etnica, od offre soluzioni facili ma irrealistiche, come la chiusura delle frontiere. Questa spiegazione coglie certamente una parte della verità. Ma le destre vincono anche per una ragione più profonda: perché assumono il punto di vista più congeniale alla maggioranza degli elettori, quello del cittadino come membro di una comunità politica.
Slogan come “Prima gli italiani” e “America First” esprimono in forma rozza una domanda reale: quali obblighi abbiamo verso chi appartiene alla nostra comunità, e quali verso chi ne è fuori? E’ il conflitto tra due prospettive diverse. Quella morale considera ciò che è giusto per tutti, per ogni persona, indipendentemente dalla sua appartenenza. Quella etico-politica considera ciò che è bene per noi, in quanto membri di una comunità. La destra assolutizza la seconda: il “prima noi” tende a diventare “soltanto noi”. Ma buona parte della sinistra commette l’errore opposto: tratta come moralmente sospetta ogni priorità accordata ai cittadini, trascurando che democrazia, welfare, fiscalità e solidarietà politica presuppongono una comunità delimitata.
Anche per questo non basta opporre alle politiche restrittive la formula – in voga tra i giuristi – del rights-based approach (“approccio basato sui diritti”). I diritti stabiliscono ciò che non può essere fatto a nessuno: vietano le detenzioni arbitrarie, i respingimenti quando vi sia il rischio di persecuzioni o trattamenti inumani, le decisioni prive di garanzie e rimedi effettivi. Ma i diritti non dicono quanti migranti ammettere, attraverso quali canali, con quali criteri, né quale equilibrio stabilire tra accoglienza, integrazione, coesione sociale e capacità amministrativa. Il rispetto dei diritti fondamentali è il limite di ogni politica migratoria, non una politica migratoria completa. Entro quel limite sono possibili politiche più aperte o più restrittive, che devono essere decise democraticamente, anche – secondo la lezione di Jürgen Habermas – sulla base di ragioni etico-politiche e pragmatiche.
Pensare che il richiamo ai diritti possa sostituire queste decisioni rivela una visione “pangiuridica” fallace: non si può affidare al diritto il compito di risolvere un conflitto che è anzitutto politico. Altrimenti, si reitera il vizio di prospettiva che favorisce le destre: la sottovalutazione del punto di vista del cittadino-membro-della-comunità, delle sue aspettative di sicurezza e della sua percezione del controllo delle frontiere come vero banco di prova della capacità democratica di autogoverno. Le due prospettive richiamate sono diverse ma non inconciliabili. Manca, però, una sintesi che riconosca entrambe le esigenze: una comunità politica può dare priorità al bene dei propri membri, ma non può farlo negando ai migranti il rispetto dovuto a ogni persona. La solidarietà politica ha bisogno di confini, ma i confini non sospendono la morale e il senso di umanità. Finché la sinistra offrirà un universalismo senza una visione credibile dell’appartenenza, la destra – pur offrendo soltanto appartenenza – continuerà ad avere un vantaggio decisivo. Non perché abbia la soluzione migliore, ma perché è rimasta quasi sola a prendere sul serio una parte essenziale del problema.