Esteri
IN GERMANIA •
Vediamo che ne è dell’AfD quando fa un bagno nella realtà del governo
Per il partito di Alice Weidel è arrivato il momento di governare al posto di quelli che ha sempre attaccato. I problemi della Sassonia, però, sono meno spettacolari di una polemica su Bruxelles o di una dichiarazione su Putin
8 SET 26

(Foto Ansa)
No, non hanno vinto i nazisti in Germania! Questi si riuniscono nei partiti Die Heimat (la Patria) e Der III. Weg (la Terza via), non certo nell’AfD che, in fondo, è un partito di destra guidato da Alice Weidel, una donna lesbica.
Le elezioni di cui tutti i quotidiani parlano in toni drammatici si sono svolte in un Land di poco più di 2 milioni di abitanti, ma la Germania ne ha 83 milioni. Vero è che l’altissima affluenza ha deciso di consegnare all’AfD il risultato più importante della sua storia regionale: 43,8 per cento, 39 seggi su 83, tre in meno della maggioranza assoluta. La Cdu si è fermata al 17,2 per cento e non ha conquistato nemmeno un collegio diretto. L’AfD ne ha vinti 38 su 41. È una vittoria senza precedenti, ma anche un curioso paradosso: il partito che ha costruito una parte decisiva del proprio successo accusando gli altri di non saper governare ora potrebbe dover spiegare come si governa davvero. E non sarà facile.
Il primo ostacolo è aritmetico. L’AfD non può governare da sola e finora Cdu, Spd, Verdi e Linke hanno escluso una collaborazione. Il Bsw (estrema sinistra) ha invece lasciato aperta la porta. Il candidato Thomas Schulze ha detto di vedere “punti di contatto” con l’AfD soprattutto sulla Russia e sull’energia a basso costo, pur sottolineando differenze importanti sull’economia e sull’istruzione. Ma cosa sarebbe davvero chiamata a fare, quella maggioranza, la mattina dopo aver giurato? Non potrebbe decidere né sull’allontanamento della Germania da Bruxelles (cavallo di battaglia dell’AfD), né sull’avvicinamento a Vladimir Putin (punto di contatto tra AfD e Bsw).
Le domande del nuovo governo del Land non riguarderebbero la geopolitica tedesca, ma resterebbero entro i confini del Land stesso: come si reclutano gli insegnanti mancanti? E gli infermieri negli ospedali? Come si convince un professore universitario a restare ad Halle invece di trasferirsi ad Amburgo, Brema o Monaco? Nulla di ideologico, ma devastante per delle forze politiche abituate a trasformare quasi ogni problema in una questione di identità nazionale.
Prendiamo la scuola. La campagna dell’AfD ha promesso una forte revisione della politica scolastica: maggiore enfasi sull’identità nazionale, modifiche ai programmi, ridimensionamento dell’inclusione, più spazio alle famiglie e una linea assai più dura sulle politiche di integrazione. Sono proposte che possono essere discusse politicamente e, in parte, perseguite attraverso le competenze del Land. Ma resta la domanda preliminare: con quali insegnanti?
La Germania orientale ha un problema demografico che non si risolve con uno slogan. Per anni la Sassonia-Anhalt ha formato meno giovani di quanti ne avrebbe poi avuti bisogno nel mercato del lavoro. La conseguenza è visibile nelle scuole, negli ospedali, nelle imprese e negli uffici pubblici. E qui arriva la prima contraddizione dell’AfD. Una politica che vuole ridurre drasticamente l’immigrazione e rendere più difficile l’integrazione deve contemporaneamente spiegare come farà a trovare le persone necessarie a garantire i servizi pubblici. La Sassonia-Anhalt lo sa talmente bene che il governo uscente aveva messo in campo programmi specifici per attirare lavoratori stranieri nella sanità e nell’assistenza. Chi lavora in ospedale in Germania lo sa: non si tratta di scelte dettate da vocazione multiculturale, ma dalla matematica. Una popolazione anziana produce più domanda di cure proprio mentre una popolazione che invecchia produce meno lavoratori disponibili a soddisfarla. Si può naturalmente sostenere che la Germania debba formare più infermieri e più medici tedeschi. È una posizione legittima e, anzi, necessaria. Ma nel frattempo i pazienti continuano ad arrivare negli ospedali. I turni continuano a dover essere coperti. E i giovani tedeschi non diventano infermieri per decreto ministeriale: semplicemente scelgono professioni meglio remunerate e più attraenti.
La stessa contraddizione emerge nelle università, forse ancora più chiaramente. Halle è una città universitaria, sede della Martin Luther University Halle-Wittenberg, di numerosi istituti di ricerca e della Leopoldina, l’Accademia nazionale delle scienze tedesca. La discussione sull’autonomia accademica non è dunque un dettaglio. Nei mesi precedenti al voto, proprio a Halle si è discusso pubblicamente della vulnerabilità delle università di fronte a pressioni politiche e delle proposte dell’AfD sulla ricerca: dalla cancellazione di alcuni settori considerati ideologicamente indesiderabili fino all’intervento politico nei consigli universitari e nelle procedure di nomina. Ma l’università tedesca è differente da quella italiana: in Germania non esistono “concorsi”. Un bravo professore può semplicemente decidere di non arrivare, oppure di andarsene in un’altra università. Un gruppo di ricerca può spostare i propri progetti. Pertanto se è vero che un governo regionale può decidere di trasformare l’università secondo le proprie idee, è altrettanto vero che non sarà per nulla semplice convincere i migliori docenti a restare o addirittura a venirci a lavorare.
Lo stesso vale per l’economia. L’AfD ha costruito una parte del proprio consenso denunciando la burocrazia, il declino industriale, il costo dell’energia e gli effetti delle politiche climatiche. Sono problemi reali, ma le imprese della Sassonia-Anhalt hanno bisogno di lavoratori tanto quanto hanno bisogno di energia a prezzi sostenibili. E, piaccia o meno, hanno bisogno di lavoratori stranieri. Perché il problema non si risolve dicendo che bisogna riportare a casa i tedeschi emigrati. Le persone tornano dove trovano salari, servizi, scuole, università e prospettive professionali. Non tornano semplicemente perché una campagna elettorale promette loro che il Land è diventato più tedesco. Gli infermieri tedeschi che lavorano a Zurigo, ben difficilmente tornerebbero in Germania!
E dunque? La destra tedesca ha prosperato sulla distanza tra il linguaggio della politica nazionale e l’esperienza quotidiana dei cittadini. Ha detto che le istituzioni non funzionano, che la politica è lontana dalla gente, che lo stato non protegge più i suoi cittadini. Adesso, almeno in Sassonia-Anhalt, ha davanti la possibilità di dimostrare che cosa farebbe al posto degli altri.
Un paradosso perfetto: una coalizione nata in parte dalla contestazione dell’establishment potrebbe trovarsi costretta a difendere pezzi dell’apparato pubblico che la propria retorica elettorale ha contribuito a delegittimare. Oppure potrebbe fallire. In ogni caso sarebbe un bagno di realtà che gli altri partiti tedeschi dovrebbero permettere, senza inseguire un possibile governo di minoranza. Perché se l’AfD non riuscisse a entrare al governo in un Land di 2 milioni di persone, sarebbe di fatto legittimato a ribadire che tutto ciò che non funziona è colpa degli altri. Influenzando così la politica nazionale. Se invece riuscisse a governare, dovrebbe rispondere delle scuole che non funzionano, degli ospedali che non trovano personale, delle imprese che non trovano tecnici, delle università che perdono ricercatori, delle amministrazioni che non riescono a smaltire le pratiche.
È qui che la Sassonia-Anhalt potrebbe diventare un laboratorio politico nazionale: trovarsi a gestire decisioni molto meno spettacolari di una polemica su Bruxelles o di una dichiarazione su Putin. Ed è probabilmente qui, più che nelle dichiarazioni sulla Russia o nelle guerre culturali, che comincia la vera prova di governo dell’AfD. Lasciamola tentare. E fallire.