In Germania l'Afd vuole sottoporre la scienza al proprio programma di partito

Nel land Sachsen-Anhalt l'ultradestra, con l'obiettivo ufficiale di liberare la ricerca dall'ideologia, intende abolire i Gender Studies, ridurre le strutture per la parità e inserire una cattedra universitaria per il declino demografico tedesco. Ma queste proposte renderebbero gli atenei più gerarchici e più chiusi

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Foto Ansa

Uno dei miei luoghi del cuore è la Germania, dove ho vissuto e fatto ricerca per due anni. Per questo sono molto, molto preoccupato di quello che sta succedendo a causa dell’ascesa di AfD, Alternative für Deutschland. La Germania che ho conosciuto aveva nella ricerca una parte centrale della propria identità pubblica. Università, Max Planck, Helmholtz, Leibniz, Fraunhofer, Deutsche Forschungsgemeinschaft: tutte istituzioni diverse, con un’idea comune di fondo, cioè che la conoscenza scientifica richieda fondamenta stabili, procedure rigorose e autonomia totale dal potere politico – garantita in Germania dalla stessa Costituzione. In quelle istituzioni, la parola Wissenschaftsfreiheit è la bussola etica imprescindibile, un faro che serve da guida per affrontare anche le deviazioni di integrità che anche in Germania sono ovviamente presenti.
Le cose, però, come riportato da un editoriale pubblicato il 29 giugno su Nature, potrebbero cambiare. Gli scienziati tedeschi sono usciti allo scoperto per denunciare i piani dell’estrema destra che avrebbero come conseguenza il restringere la libertà accademica. Il contesto politico spiega il tono dell’allarme. L’AfD guida o contende la guida nei sondaggi nazionali, e in alcuni Länder orientali può arrivare al governo regionale. Secondo il trend PolitPro del 30 giugno 2026, il partito è al 27,9 per cento a livello federale, davanti alla CDU/CSU. In Sachsen-Anhalt, dove si voterà il 6 settembre, Infratest dimap lo ha rilevato al 41 per cento a maggio. In Mecklenburg-Vorpommern, al voto il 20 settembre, le rilevazioni recenti lo collocano intorno al 35 per cento. Il dato locale è importante perché in Germania l’università dipende in larga misura dai Länder. Un governo regionale non decide il contenuto di un articolo scientifico, ma può intervenire sulle leggi universitarie, sulle dotazioni, sugli accordi di sviluppo, sugli organi di governo degli atenei e sull’organizzazione della rappresentanza studentesca. La libertà accademica può essere compressa con strumenti ordinari, senza agire a livello federale. Basta cambiare gli incentivi, rendere alcuni temi meno finanziabili, modificare le procedure di nomina, esporre certi dipartimenti a una pressione politica costante. Il Bundestag stesso, nel discutere un Antrag dell’AfD sulla libertà scientifica e d’opinione nelle università, ricorda il ruolo centrale dei Länder nella materia.
Il caso più chiaro è il Sachsen-Anhalt. L’AfD ha approvato un programma regionale nel quale la sezione dedicata alla scienza descrive un presunto declino della ricerca tedesca. La causa viene collocata nella politicizzazione dell’università, fatta risalire alla stagione del Sessantotto, alle politiche di parità, al processo di Bologna - la grande riforma europea dell’università avviata nel 1999 con la Dichiarazione di Bologna, firmata inizialmente da 29 paesi. Nel programma compare anche l’idea che clima e Covid abbiano mostrato la difficoltà delle scienze naturali a produrre conoscenza libera da ideologia. Su questa base il partito promette una “depoliticizzazione” della scienza, a partire dalla revisione del sistema Bologna e un orientamento diverso dei finanziamenti. Ovviamente, l’AfD non si presenta come un partito che vuole sottoporre la scienza al proprio programma, ma come una forza che vuole liberarla dall’ideologia. Come insegnano gli USA, questa è la forma più efficace dell’intervento politico sulla ricerca: dichiarare ideologico ciò che disturba, dichiarare neutrale ciò che coincide con la propria piattaforma, poi usare fondi e norme per riorientare le istituzioni. 
Le proposte concrete mostrano la direzione. Il programma dell’AfD Sachsen-Anhalt prevede l’abolizione delle Gender Studies, la riduzione delle strutture per la parità, la fine della critica frontale al postcolonialismo, l’inizio di una ricerca climatica contrapposta a quella che il partito considera conformismo ideologico, una cattedra di “Bevölkerungswissenschaft” legata al tema del declino demografico tedesco, un rafforzamento della ricerca sull’Islam in chiave dichiaratamente critica. Traspare palesemente un criterio politico per classificare i saperi: alcune discipline vengono considerate degenerazioni ideologiche, altre diventano utili perché rispondono a priorità identitarie, con un meccanismo già visto – profittando delle ovvie degenerazioni di certe politiche universitarie per esempio sul gender, si intende indebolire la ricerca sul clima e riorientarla in chiave negazionista. Il CHE Centrum für Hochschulentwicklung ha analizzato il programma e le iniziative parlamentari dell’AfD in Sachsen-Anhalt. La conclusione è netta: quelle proposte renderebbero le università più gerarchiche, più ideologiche e più chiuse. Secondo il CHE, l’AfD vuole indebolire la partecipazione interna, ridurre strumenti moderni di governance, interferire sui contenuti della ricerca e dell’insegnamento, uscire dal sistema Bologna e relativizzare gli standard di qualità. La conseguenza indicata dal CHE è una restrizione dell’autonomia universitaria, della libertà scientifica e della capacità istituzionale degli atenei.
Un episodio già avvenuto chiarisce il metodo. In Sachsen-Anhalt l’AfD ha proposto di abolire le Studierendenschaften, cioè le rappresentanze studentesche organizzate come corporazioni di diritto pubblico. La proposta è stata respinta dal Landtag, ma il contenuto resta significativo. La motivazione politica era che quelle strutture sarebbero dominate da studenti di sinistra e graverebbero sugli atenei con burocrazia inutile. Il risultato pratico sarebbe stato togliere autonomia, risorse e voce istituzionale agli studenti. Intendiamoci bene: anche in Germania, esistono problemi reali nell’università contemporanea. La burocratizzazione pesa sulla ricerca. Il reclutamento accademico può premiare il conformismo. La dipendenza dai fondi competitivi espone i ricercatori a pressioni opportunistiche. Alcune aree disciplinari producono lavori deboli, come accade in ogni settore in cui il controllo di qualità viene sostituito da appartenenza, moda o carriera. Come sempre, però, da questi problemi discende una richiesta di verifica più seria, non il trasferimento del giudizio scientifico alla politica. Le storture si correggono con metodi, dati, critica competente e trasparenza, non decidendo in anticipo quali campi siano legittimi, sostituendo una valutazione più o meno difettosa con la sorveglianza esterna.
In germania, non per caso, la libertà della scienza è tutelata dall’articolo 5 del Grundgesetz, che stabilisce la libertà di arte, scienza, ricerca e insegnamento. Questa tutela costituzionale è una garanzia pubblica contro la cattura della conoscenza da parte del potere, un tema ben presente ai tedeschi, visti gli ovvi precedenti. Oltretutto, come in USA, si evidenzia già adesso una tendenza a restaurare una ridicola idea di “scienza tedesca” anche rendendo più difficile la permanenza e la collaborazione con ricercatori stranieri. Nature riporta proprio questa preoccupazione nelle istituzioni scientifiche tedesche: un paese che ha costruito una parte della propria forza sulla capacità di attrarre talenti rischia di perdere competitività ancora prima di perdere fondi – proprio come già abbiamo visto in USA. Vorrei ricordare che cosa accade alla scienza tedesca riguarda tutta l’Europa. Nel maggio 2026 le grandi organizzazioni europee del G6, tra cui CNR, CNRS, CSIC, Helmholtz, Leibniz e Max Planck, hanno chiesto di rafforzare la protezione europea della libertà accademica. Il loro comunicato collega esplicitamente questa libertà alla competitività scientifica e alla tenuta democratica. Il punto è semplice: l’Europa non può costruire sovranità tecnologica, attrarre scienziati e difendere la qualità della conoscenza se accetta che singoli governi ridefiniscano la ricerca secondo convenienza politica.
Il caso tedesco offre anche un avvertimento all’Italia. Come già molti esempi dimostrano, l’attacco alla scienza è sempre travestito da una richiesta di riequilibrio, una denuncia della politicizzazione, una promessa di restituire neutralità alle istituzioni. Poi alcune aree diventano sospette, alcuni risultati vengono trattati come propaganda e alcune competenze vengono delegittimate perché incompatibili con il racconto politico del momento – la scienza climatica è un esempio lampante. A quel punto la libertà accademica resta come parola vuota, perché perde forza nelle condizioni materiali in cui i ricercatori lavorano.
Per questo bisogna guardare con attenzione all’ascesa dell’AfD. La Germania ha anticorpi istituzionali forti, e proprio per questo il segnale è rilevante. Se in un sistema così solido diventa politicamente plausibile sottoporre università e ricerca a una gerarchia ideologica delle discipline, nessun paese europeo può sentirsi al riparo. La scienza ha molti difetti, anche gravi. Ha bisogno di controlli più severi, di valutazioni migliori (sottratte al mercato della pubblicazione scientifica), di correzioni più rapide quando sbaglia. Tutto questo appartiene alla fisiologia di una comunità scientifica adulta, che deve affrontare i propri problemi senza continuare a nasconderli corporativisticamente. La subordinazione della ricerca alla piattaforma di un partito appartiene invece a un’altra storia, che l’Europa dovrebbe riconoscere prima di doverla rivivere.