Esteri
il colloquio •
L’infamia della barbarie russa. Intervista al capo della Chiesa greco-cattolica di Kyiv
I droni del Cremlino a sorvolare i bambini che tornano a scuola, la paura e la forza di un popolo. “L’Europa non capisce che l’Ucraina sta difendendo la tranquilla vita degli occidentali”, ci dice l'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk

Si sentono suonare le sirene d’allarme mentre Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc e capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, si collega con il Foglio per questa conversazione. Sono i giorni del rientro a scuola e Vladimir Putin ha pensato che il modo migliore per ricordare agli invasi che la guerra c’è e continuerà finché lui vorrà sia quello di mandare i droni a guardare dall’alto i ragazzini che corrono verso le aule scolastiche. Un cupo memento mori. La guerra contro l’Ucraina già da mesi ha superato come durata la Prima guerra mondiale. Nell’immaginario collettivo, quel conflitto d’un secolo fa è passato alla storia come “l’inutile strage”, definizione perfetta che il Papa d’allora, Benedetto XV, coniò guardando i milioni di morti nelle trincee, trucidati o gasati per conquistare qualche pezzo di terreno che irrimediabilmente andava perso il giorno dopo. Eppure, sembra ormai che sia – per dirla con James Orr, l’ideologo di Nigel Farage ora caduto in disgrazia – solo un conflitto slavo regionale. Un affare tra russi e ucraini, una perdita di tempo per gli occidentali che vogliono andare al mare, fare compere tranquillamente, gustarsi ricci di mare e filetti di angus al ristorante. Una seccatura, una noia. Come se non ci fossero già tanti problemi. Di solito sono quelli che gli allarmi, quelli che richiamano la guerra, non li hanno mai sentiti. “Questa guerra è una grande emorragia del tessuto umano in Europa. Purtroppo, diciamo nel contesto medico, le emorragie che non fanno del male, che non provocano il dolore, sono più pericolose”, dice Sviatoslav Shevchuk. “Di queste emorragie interne si muore. Vorrei ricordare le dimensioni di questa tragedia. Ovviamente è una guerra ibrida, da una parte è molto simile a questa guerra di trincee della Prima guerra mondiale, ma le dimensioni di questa guerra sono spaventose. Ad esempio, solo nei primi due mesi della guerra su vasta scala, le Nazioni Unite hanno stimato che 12,7 milioni persone hanno dovuto abbandonare le loro case. Alcuni sono stati sfollati all’interno del paese, altri all’estero. E’ un numero comparabile con più di tutta la popolazione del Belgio, che di abitanti ha quasi dodici milioni. Poco meno di sei milioni si trovano all’estero come rifugiati, secondo i dati d’inizio anno diffusi dall’Unhcr. Grazie a Dio siamo stati capaci accogliere queste persone e prevenire che questa crisi umanitaria deteriorasse in una tragedia umanitaria. L’altro numero, molto delicato, che spesso viene dimenticato, è la linea dei combattimenti, calcolata fra mille e 1.200 chilometri. Se facciamo un paragone per far capire al lettore italiano, è il 55 per cento della lunghezza dell’interno confine terrestre dell’Italia. E’ una guerra che contamina il terreno di materiale esplosivo. Non è semplicemente un combattimento fra gruppi, ma causa la contaminazione dell’ambiente e, secondo i dati ufficiali, 132 mila chilometri quadrati del territorio ucraino è contaminato con materiale esplosivo. E’ il 44 per cento dell’intera superficie italiana. L’altro dato secondo me terrificante, soprattutto per ragioni pastorali, è che ufficialmente 114 mila persone sono riconosciute come disperse”.
Pensiamo che la guerra degli Stati Uniti in Vietnam ha contato 2.640 dispersi ed è considerata una tragedia della nazione statunitense. Invece domenica scorsa, quando tutto il mondo commemorava la giornata mondiale delle persone disperse durante i conflitti armati, in Ucraina eravamo consapevoli che noi di dispersi ne abbiamo già 114 mila. 114 mila famiglie che non conoscono il destino dei propri familiari. Si parlava di Prima guerra mondiale: ecco, dare numeri esatti è difficile, ma recentemente alcuni organismi delle Nazioni Unite hanno dichiarato che nelle trincee ci sono oggi un milione e settecentomila soldati, fra russi e ucraini. I russi sono tanti, è un fenomeno per noi poco comprensibile. E’ una barbarie: in questi attacchi carnefici, da Mosca mandano soldati e ancora soldati, non calcolando neppure il numero delle loro vittime, che sono tantissime. In questi attacchi, infatti, chi attacca perde di più rispetto a chi si difende. Ma questa guerra non la si fa solo con i combattimenti sulla linea del fronte. Qui ci sono armi sofisticate. Kyiv, Sumy, Zaporizia, Odessa, Kharkiv sono bombardate giorno e notte con i droni sofisticati attrezzati con le telecamere. L’operatore vede in diretta i civili che uccide. Si attaccano i negozi, dove la gente va per comprare il pane, i mercati, le università, le scuole. Ogni punto dove ci sono persone radunate. Per l’inizio dell’anno scolastico in Ucraina sono state costruite cento scuole sotterranee e, dicono, alla fine di quest’anno se ne costruiranno altre cento. I droni russi seguono i bambini che vanno a scuola e li attaccano. E’ terrorismo. Alcuni analisti sostengono questa guerra sta diventando sempre più simile a quella fra Iraq e Iran, negli anni Ottanta. Iraq e Iran non potevano avanzare sul fronte dei combattimenti e cominciavano a terrorizzare i civili. Era chiamata la guerra delle città, ma non ha portato a nulla, solo a un esaurimento di entrambe le parti. Come diceva l’arcivescovo Gallagher a Mosca, questa guerra non ha una soluzione militare. E’ davvero un’emorragia del tessuto umano europeo e mi dispiace che questa emorragia non faccia più male alle grandi democrazie dell’Europa e del mondo, che si nascondono dietro le spalle degli ucraini che con il loro petto coprono la vita tranquilla e pacifica dell’Unione europea”.
L’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc parla di Ucraina che con il proprio petto difende gli europei, quelli infastiditi dal chiasso e dal fragore delle armi al di là di una immaginaria cortina che vorrebbe ancora separare l’ovest dall’est, quasi che quanto avviene laggiù sia un affare riservato a quei popoli. Un fastidio determinato anche dalla retorica che vede la Russia ineluttabilmente invincibile: così grande, con un esercito fortissimo e numerosissimo. Può prendere i soldati ovunque, dalle steppe della Siberia fino a Vladivostok. Ha perfino l’appoggio di Kim Jong-un, che quanto a soldati ridotti a carne da macello è un fine esperto. Ma perché, chiediamo all’uomo di Kyiv, noi occidentali pensiamo ancora tutto questo, dopo quattro anni di guerra?
“Secondo me, finora, l’Europa occidentale non ha capito bene che cos’è l’Ucraina come nazione, come stato indipendente. Si ha una visione storica: la Russia vinceva le grandi guerre – ed è vero – e le vinceva anche perché gli ucraini combattevano al loro fianco. Oggi la Russia, senza le risorse ucraine – sia umane sia naturali – non è più una potenza mondiale. La Russia non ha la capacità di ricostruire l’Impero né la vecchia grandezza sovietica. Questa è la prima volta nella storia moderna che l’Ucraina non combatte a fianco della Russia. Molti, sia in Russia sia in occidente, non l’hanno capito. Inoltre, questo fatto sta rovinando il mito della grande Russia invincibile. Non è più così. Molti schemi mentali e tanti modi di pensare restano disorientati. Una buona parte degli occidentali ha sempre pensato che l’Europa orientale fosse un mondo a sé, omogeneo. Un mondo estraneo. La stessa parola ‘Europa’ spesso veniva usata solo nel senso di Europa occidentale. Ma non è più così. L’Ucraina ormai si dimostra come un soggetto e non oggetto della politica, diplomazia, economia europea. Anzi, sta difendendo proprio l’Europa. Molti si domandano da dove scaturisca questa resistenza ucraina. Anche noi non lo capiamo, restiamo ogni giorno stupiti da questa forza. Noi stiamo riscoprendo la forza del nostro popolo. Siamo davanti a uno scontro fra due tipi diversi di società. L’Ucraina, al giorno d’oggi, è una società che fa parte di una rete sociale, di solidarietà, d’informazione, del mutuo appoggio; una rete della società civile, che talvolta fa nascere le strutture statali, la vita politica. Persone che cooperano insieme, che sperimentano una comunione di vita. Invece la Russia è una piramide rigida che si è costruita senza e contro la società civile. Al vertice di questa piramide c’è un governo criminale e cleptocratico; un potere che si voleva ricostruire guardando al sistema di potere sovietico. In Russia non esiste una società civile. I russi sono politicamente apatici, perché sanno che non possono cambiare nulla. Questa piramide si sta confrontando con una rete. I russi non possono vincere in Ucraina. Certo, ogni tipo di queste società ha punti di forza e debolezza. In Ucraina, ad esempio, questa rete deve essere riconnessa e ricucita. Perché ogni trauma, ogni perdita sul fronte o tra i civili nelle città, determinano lo spezzarsi dei vari contatti nella rete. In questa rete le Chiese sono molto attive, perché vigilano e curano i traumi. Diciamo che è molto difficile per noi costruire strutture statali forti, ma da noi il potere cambia, passando di mano in mano. In Ucraina chi governa cambia perché c’è un fondamento della società civile che ne determina il cambiamento. In Russia – dice Sviatoslav Shevchuk – è il contrario, benché questa piramide rigida inizi a mostrare spaccature interne. Comincia a cadere come un grande colosso, perciò diventa sempre più pericolosa, micidiale. Vede se stessa come un castello assediato e percepisce tutto il mondo come il nemico. Ovviamente questa società verticale piramidale è molto rigida e opaca. Ad esempio, se il presidente russo personalmente si occupa del micro-management militare, cioè di quale villaggio deve essere attaccato in un tal giorno, allora tutti gli altri comandanti, anche militari, si sentono demansionati e non possono prendere più decisioni. La società nella forma di una rete, invece, diventa sempre più dinamica, centrata sui princìpi di solidarietà, sussidiarietà, iniziativa privata, rispetto dell’attività della persona e la sua inviolabilità. Guardando queste due facce contrapposte, forse, capiamo la resistenza ucraina, la resistenza di una società ferita che reagisce. Perché questo conflitto non sta provocando solo spaccature nella rete, ma anche ferite interne all’anima: questa è per noi una lotta esistenziale. Se questa piramide risucchierà la rete, noi sappiamo che si ripeteranno gli eventi del passato, come l’Holodomor, un genocidio in cui più di sei milioni di ucraini sono morti per una fame ‘artificiale’. Ecco perché dobbiamo difenderci. Lo facciamo grazie a una rete internazionale, noi siamo un popolo transnazionale: abbiamo una comunità globale di sessanta milioni di ucraini presenti in tutto il mondo che si sostengono a vicenda e difendono il loro paese”.
In tutto questo, c’è il tentativo della Santa Sede di provare a mantenere aperto un contatto anche con l’invasore. Dieci giorni fa, mons. Paul Richard Gallagher si è recato Mosca e molti in Italia hanno presentato il viaggio come una apertura alla Russia. Lo stesso Gallagher, però, due mesi fa era stato in Ucraina e aveva espresso parole molto forti sulla necessità di difendere la causa ucraina. Addirittura sostenendo l’integrità territoriale del paese invaso da Mosca. Qual è il suo punto di vista?
Secondo Sviatoslav Shevchuk, “quella di mons. Gallagher è stata una missione profetica, nel senso della profezia di una voce che grida nel deserto. E’ interessante che mons. Gallagher sia arrivato in Russia proprio nel momento in cui in Russia atterrava il capo dei servizi segreti statunitensi. Mons. Gallagher ha parlato veramente del dialogo e della pace; ha detto che questa guerra non ha una soluzione militare, che bisogna trovare una soluzione diplomatica e così via. Ma quando lui pronunciava queste parole profetiche, proprio in quel momento la Russia stava programmando una escalation della guerra in Ucraina. Anzi, stava – e sta ancora oggi – cercando di portare questa guerra fuori dall’Ucraina, anche fuori dallo spazio terrestre. In Ucraina si dice che la ragione per cui è venuto a Mosca il capo dei servizi segreti degli Stati Uniti è che la Russia sta cercando di far arrivare la guerra nello spazio cosmico, addirittura con dei piani per provocare un’esplosione nucleare finalizzata a colpire il sistema satellitare Gps, attaccando così la comunicazione globale. Ciò ci fa capire che l’annuncio portato da mons. Gallagher contraddiceva fortemente la realtà che si trovava davanti, a Mosca. Noi abbiamo seguito molto questa visita. E’ stato come scendere nell’abisso dell’Inferno e proclamare da lì la fede nella resurrezione dei morti. Purtroppo, Lavrov e Peskov hanno commentato le parole di mons. Gallagher come un puro slogan. Questo aspetto è molto grave, perché si constata quanto la Russia disprezzi la diplomazia. L’unico linguaggio che capisce è la forza, bruta e militare, e non è in grado di vedere il suo interlocutore come un parigrado. Vorrei, inoltre, aggiungere che i russi sono interessati a dialogare solo quando gli interlocutori possono risultare strumentalizzati per la visione propagandistica di Mosca. Chi non vuole essere strumentalizzato, sarà rifiutato. Il viaggio di mons. Gallagher è stato molto delicato: il rischio di strumentalizzazione è molto forte e la Santa Sede non può certamente offrirsi a una tale strumentalizzazione. Il Papa e il rappresentante per i Rapporti con gli stati hanno parlato in modo chiaro e netto di pace. Parlare di pace in Russia di oggi è, tra l’altro, considerato un crimine. Direi quindi, e mi ripeto, che è stata una visita profetica ma che purtroppo non ha aperto alcuna breccia, non c’è stata nessuna apertura fino a oggi. Ovviamente, sia i media filorussi che i loro amici in occidente, come dei bravi ‘utili idioti’, la strumentalizzeranno per i loro scopi. Ma noi in Ucraina sappiamo che Papa Leone è un Papa di pace, che la proclama anche se deve andare contro una corrente politica ben precisa. Leone XIV annuncia valori, difende la dignità della persona umana, che in riferimento all’Ucraina parla di guerra in Europa, di rispetto della nostra Costituzione. Sta annunciando cioè dei princìpi senza i quali sarà impossibile porre fine a questa guerra”.
E dopo anni di evidente tensione o forse di incomprensione, come è percepito in Ucraina oggi il ruolo della Santa Sede rispetto al conflitto in corso?
“Posso constatare che attualmente il linguaggio di Papa Leone e della diplomazia vaticana è molto chiaro. Talvolta, in passato, proprio una certa interpretazione dei simboli e delle parole ha causato incomprensioni. Non tanto delle intenzioni. Oggi, quanto la Santa Sede dice e fa è molto chiaro che è molto apprezzato in Ucraina. Fin dal giorno della sua elezione, Leone XIV è stato acclamato in Ucraina come il Papa della pace, che non parla solo con slogan pacifisti – perché una pace autentica e cristiana non ha nulla a che fare con il pacifismo, soprattutto dello stampo comunista – ma sta annunciando i princìpi sui quali questa pace può essere costruita. Una pace giusta e duratura, una pace disarmata e disarmante. Perciò siamo molto grati per questa chiarezza, ci siamo sentiti appoggiati in questo senso dalla Santa Sede. E gli siamo grati soprattutto perché a giugno, durante il Concistoro, è stata rigettata l’ideologia della guerra giusta. Cioè di quanto invece si sta declamando a Mosca: il patriarca Kirill ha appena pubblicato un libro sulla guerra giusta, che per lui è una guerra santa. Ecco, mi pare che la Santa Sede la pensi in maniera completamente diversa”.
C’è poi un problema di fondo, che a che fare di nuovo con l’occidente distratto e pieno di pregiudizi, nonché portatore di valutazioni storico-religiose del tutto errate. Ci sono infatti sempre quelli che vedono la Russia come un baluardo a difesa dei cosiddetti “veri valori”, anche valori cristiani. E questo nonostante Vladimir Putin non si faccia troppi problemi a bombardare perfino il complesso della Dormizione a Kyiv. A proposito di rispetto dei simboli cristiani…
Il capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina sorride in silenzio e aspetta qualche secondo prima di rispondere. “Pochi giorni fa – dice – è apparso un articolo molto suggestivo e importante su questo argomento, firmato da Sergei Chapnin. E’ un fedele ortodosso che per quindici anni ha fatto parte del sistema del Patriarcato di Mosca e poi ha dovuto andarsene per certi motivi. Il suo articolo è intitolato “Faith Under Pressure”, cioè “la fede sotto pressione”. Chapnin smonta la mitologia della Russia come bastione a difesa dei valori tradizionali. Vorrei fare una precisazione: non stiamo parlando di valori cristiani. La propaganda russa fa leva sui valori cosiddetti tradizionali. E la tradizione di cui si parla non è certamente cristiana. Strumentalizzano i valori della famiglia per scopi militari, fanno teologia della morte e non della resurrezione. Non si parla più di valori cristiani, dei comandamenti di Dio. E’ una religione civica i cui valori sono quello dello stato russo. Parlare di valori tradizionali è quindi una trappola ideologica, dell’ideologia del mondo russo. Un piccolo esempio per capirci: un prete ortodosso che non vuole pregare per la guerra ma prega per la pace non è semplicemente un dissidente, ma considerato un eretico. La sua colpa? Non appoggiare questa nuova teologia che coniuga le vestigia cristiane con l’ideologia comunista e marxista dell’Unione sovietica. Questo è il contesto del mito della Russia come difensore dei valori tradizionali. Niente a che fare con la tradizione cristiana né con il Vangelo di Gesù Cristo”.
Ieri, al termine dell’Angelus, il pensiero del Papa è stato rivolto ancora all’Ucraina: “Con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito di recente diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella paura. Rivolgo un nuovo appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace. Auspico che gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati, portino frutti concreti e aprano lo spazio alla diplomazia”.