Chiesa
Le dichiarazioni •
Dialogo, non benedizione. L’approccio Vaticano alla Russia
La Santa Sede auspica un negoziato che coinvolga anche Mosca. Dov’è la novità? Le parole di mons. Paul Richard Gallagher
1 SET 26

Foto Ansa
A leggere le cronache di ieri, parrebbe che la Santa Sede si sia schierata dalla parte di Mosca nella guerra contro l’Ucraina. Addirittura si legge che mons. Paul Richard Gallagher, che la scorsa settimana ha visitato la capitale russa e ha incontrato sia il ministro degli Esteri Sergei Lavrov sia il consigliere di Putin, Yuri Ushakov, ha “aperto alla Russia”. La ragione di ciò è data dall’ampia intervista che il diplomatico britannico ha concesso ai media vaticani al termine del suo viaggio. Un passaggio in particolare ha portato acqua al mulino della lettura più gradita al Cremlino. “Gli incontri che abbiamo avuto qui a Mosca con diversi rappresentanti delle missioni diplomatiche – ha detto Gallagher – servono a rafforzare l’iniziativa della Santa Sede di mantenere aperta la via del dialogo, siamo convinti che questa sia la strada da seguire e che isolare le persone, i paesi, francamente non aiuti. Questa è la nostra opinione, ovviamente ogni stato ha tutto il diritto di decidere autonomamente la propria strategia. Venendo qui a Mosca e facendo quello che altri in questo momento non fanno, invitiamo a riflettere se le strategie attuate finora stiano portando dei risultati per risolvere questa tragedia”. E’ una sorpresa che la Santa Sede sia contraria all’isolamento diplomatico di un paese, per di più coinvolto in un conflitto? Niente affatto, si pensi solo all’ambasciata a Baghdad rimasta aperta nel 2003.
Lo stesso Gallagher, però, dice anche altro, confermando la linea della Santa Sede improntata al dialogo, “perché più va avanti la guerra, più sarà difficile poter riallacciare i rapporti: ci sono tante vittime, tante ferite aperte. Ma sappiamo benissimo che storicamente tutti i conflitti, tutte le guerre terminano con un negoziato, con un accordo, e poi si comincia a ripristinare le relazioni tra gli ex belligeranti. In questo senso la diplomazia offre e promette una possibile soluzione. Questo è anche quello che noi, come Chiesa, abbiamo la responsabilità e il dovere di proclamare. Siamo andati a Mosca per parlare di pace, per incoraggiare le anime irrequiete a causa della guerra, e dire: abbiate coraggio, abbracciate il cammino della pace, abbiate la speranza di credere in un giorno migliore. E credo che questo essenzialmente sia stato il nostro messaggio”. Ed è in questo senso che ha lanciato l’appello per non isolare la Russia: l’ennesimo tentativo di portarla al tavolo del negoziato. Che però, come dimostra l’ultimo no di Putin, a non volerlo è proprio Mosca, che non combatte per “una pace giusta”, come da auspicio vaticano – ma per una “pace russa”.
Per conoscerne i connotati è sufficiente rileggere la propaganda del Cremlino degli ultimi quattro anni e mezzo o le omelie del Patriarca Kirill, che ha parlato di “guerra santa” contro l’Ucraina, propaggine dell’occidente deviato. Non a caso, il rappresentate per i Rapporti con gli stati della Santa Sede non è sceso nei dettagli, non ha ammesso che qualche ragione Mosca ce l’ha, ma si è limitato a dire due cose: che la guerra deve finire e che bisogna lavorare alla pace. Peskov, portavoce del ministero degli Esteri, evidentemente non soddisfatto, ha osservato che il rappresentante vaticano ha parlato per slogan e Gallagher ha spiegato che “la Santa Sede non entra nei particolari dei negoziati, né propone soluzioni tecniche, perché questa è responsabilità diretta delle parti belligeranti”. Non c’è insomma nulla di nuovo nella linea fatta propria dall’inviato vaticano, lo stesso che pur auspicando un dialogo con tutte le parti coinvolte al fine di far partire un negoziato, non più tardi di un paio di mesi fa sosteneva “l’integrità territoriale ucraina”. Non proprio, questa, un’apertura alle istanze di Mosca.
Semmai, la vera notizia offerta dalle dichiarazioni di Gallagher è un’altra: il canale che continua a esistere in relazione alle azioni per la difesa dei cristiani: “Con il ministro Sergei Lavrov abbiamo da anni un canale aperto e non riguarda soltanto la guerra in Ucraina. La Russia è molto legata alla propria tradizione cristiana ortodossa e c’è una comune preoccupazione per tutti i cristiani che in varie parti del mondo devono affrontare delle difficoltà. Ci sono paesi dove tecnicamente non è corretto parlare di persecuzione, ma dove c’è insicurezza, dove ci sono discriminazioni, pregiudizi e marginalizzazione e anche la Russia si preoccupa di queste questioni. E’ un ambito nel quale cerchiamo di rinnovare il nostro impegno comune”. Il culmine di tale collaborazione si ebbe nel 2013, quando Papa Francesco scrisse una lettera a Putin scongiurandolo di fare il possibile per evitare un attacco alla Siria di Bashar el Assad. In ballo c’era anche la situazione delle minoranze cristiane, già vessate dall’espansione dello Stato islamico che marchiava le case degli “infedeli” con la N di nazara, “cristiano”. Putin colse al volo l’opportunità, vestendo i panni del defensor fidei che gli portò parecchio consenso anche tra le alte gerarchie arabe cristiane del vicino oriente.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
