Esteri
a Belgrado •
Il futuro delle scelte serbe fra divisioni e apoteosi alla morte di Mladić
La Serbia andrà al voto a ottobre e la rivalutazione dei criminali di guerra è stato un fattore-chiave dell’ascesa di Vučić. Ma per la ricercatrice Jovana Kolarić potrebbe trasformarsi in un boomerang: "Aprirebbe un conflitto con Bruxelles e metterebbe a rischio risorse finanziarie molto preziose"
3 SET 26

Foto Lapresse
Belgrado. All’alba dell’11 luglio del 1995, la città di Srebrenica, nella Republika Srpska di Bosnia (l’entità di etnia e cultura serba che copre circa un terzo del territorio bosniaco), contava circa 40,000 abitanti. Più del 70 per cento di loro erano musulmani bosgnacchi. Otto giorni dopo, la città era spopolata e, malgrado la presenza dei caschi blu dell’Onu (che aveva dichiarato la zona safe area), più di 8mila persone erano morte. Responsabili del massacro erano le truppe comandate dal generale Ratko Mladić, all’epoca poco più che cinquantenne. Il 27 agosto, 31 anni dopo il genocidio, Mladić è morto all’Aia (Olanda). Era stato condannato all’ergastolo nel 2017.
Malgrado questo, la Serbia guidata da Aleksandar Vučić ha annunciato che gli concederà i funerali di stato. Una decisione che non sorprende, dal momento che il paese andrà al voto a ottobre e la rivalutazione dei criminali di guerra è stato un fattore-chiave dell’ascesa di Vucic. “La morte di Mladić è un mero fatto biografico. Non cambia l’atteggiamento della società nei suoi confronti: la Serbia è piena di graffiti con la scritta “Mladić eroe”. Un fenomeno sponsorizzato dallo stato sotto l’egida del partito progressista serbo (Sns) e dei socialisti dopo il 2012”, dice Jovana Kolarić, ricercatrice del Fond za humanitarno Pravo, l’unica ong serba che lavora per dare giustizia alle vittime delle guerre balcaniche. “In assenza di istituzioni funzionanti, Sns offre ai cittadini una lettura etno-nazionalista del passato. I criminali vengono presentati come “orgoglio nazionale”, in una visione che non contempla alternative”. Una visione che varca i confini serbi, come spiega Tommaso Siviero, autore della newsletter Balkan Brew e giornalista di Birn. “La sera del 27 agosto, moltissime persone si sono riversate in strada e in chiesa a celebrare Mladić. Lavoro in Bosnia da cinque anni, vivo a Sarajevo, e pensavo che la società bosniaca fosse divisa più a livello politico che sociale”, afferma. “Di fronte a certe celebrazioni sguaiate, anche sui social, mi sono dovuto in parte ricredere”. La politica dei governi di Serbia e Republika Srpska passa per una vittimizzazione dei serbi. La narrazione dei serbi come “uniche vittime di genocidio nei Balcani” ricalca totalmente quella di guerra del presidente Slobodan Miloševic negli anni ‘90.
Malgrado questo, per Kolarić una strumentalizzazione “elettorale” di Mladić da parte di Vučić potrebbe trasformarsi in un boomerang: “Sarebbe rischioso: Sns si metterebbe contro tutti gli stati confinanti. Inoltre, aprirebbe un conflitto con Bruxelles (che pare voler aprire il terzo cluster per l’ingresso di Belgrado nell’Unione) e metterebbe a rischio risorse finanziarie molto preziose”.
C’è poi il problema dei criminali ancora in vita. “Mladić e Miloševic erano i primi responsabili di Srebrenica. Malgrado ciò, restano vivi Radovan Karadžić e Radislav Krstic. Il primo era all’epoca presidente della Republika Srpska, il cui esercito ha commesso i peggiori crimini di guerra in Bosnia”, afferma Siviero. “Sconta l’ergastolo in Inghilterra. Krstić è stato il primo a essere incriminato per il genocidio di Srebrenica. Condannato a 35 anni nel 2001, al momento è in carcere in Estonia”. Il Tribunale Onu per i crimini in Jugoslavia non gli ha concesso sconti di pena, ma potrebbe uscire a 87 anni nel 2036. Kolarić sottolinea invece che molti criminali di guerra vivono liberi in Serbia. “Tomislav Kovac, viceministro degli Interni della Republika Srpska nel 1995, vive qui. Non ci sono indagini aperte su di lui. In 23 anni, la procura serba per i crimini di guerra ha incriminato solo cinque persone per Srebrenica, e nessuno per genocidio”, afferma. “Una scelta politica: i criminali non vengono perseguiti e i processi vengono ritardati quando possibile. E non è mai stato aperto un processo per Prijedor. Questa è l’ultima occasione per farlo”.
Anche gli studenti che sfideranno Vučić alle elezioni si sono distanziati da Mladić solo individualmente. “I tabloid pro governo li hanno accusato di tradire la patria. Ma gli studenti hanno mostrato così una debolezza: sono molto variegati politicamente”, dice Siviero. “Questa eterogeneità non gli permette di prendere posizioni nette su temi chiave come il Kosovo, Bruxelles o i crimini di guerra. Così Sns ha gioco facile per attaccarli”. Malgrado ciò, Kolarić è ottimista. “Al momento, moltissimi ignorano o sostengono i crimini di Mladić. Ma bisogna sperare: non penso sia lontano il momento in cui le generazioni più giovani si vergogneranno di lui. I suoi crimini sono documentati e dimostrati, alla fine questo resterà di lui”.
