Esteri
Editoriali •
E’ morto Ratko Mladic, ma non la sua eredità
Le società vanno disarmate fisicamente ma anche culturalmente per guarire

Foto Ansa
La morte di Ratko Mladic, nel carcere dell’Aia dove scontava l’ergastolo inflittogli dalla Corte penale internazionale per l’eccidio e il genocidio di Srebrenica, spinge a riflettere ancora su quella terribile vicenda, la più tremenda tra quelle che hanno punteggiato le guerre seguite alla dissoluzione della Federazione jugoslava. La Serbia visse quella trasformazione come un attacco alla propria sovranità nazionale. Questo diede spazio a dirigenti politici e militari che si sentivano investiti di un compito che non tollerava esitazioni. In particolare, la secessione della Bosnia-Erzegovina fu considerata un tradimento e le popolazioni musulmane un nemico da distruggere. Questo portò all’infame massacro di Srebrenica, sotto gli occhi, per di più, delle forze di interposizione internazionale, in quel caso olandesi, che non mossero un dito.
I successivi processi, resi possibili quando un cambio di governo in Serbia consentì la consegna degli imputati alla Corte, sancirono condanne esemplari e fecero conoscere nei dettagli la natura disumana delle azioni compiute dalle forze serbe. Ma in una parte della popolazione resta una sorta di reticenza, una minimizzazione che si è manifestata anche in occasione dei vari anniversari della strage. Purtroppo, anche se è doloroso ammetterlo, non erano solo Mladicć e Milosevicć a nutrire un’ostilità che arrivava fino all’odio e alla volontà di distruzione nei confronti dei gruppi etnici, nazionali o religiosi che mettevano in crisi la centralità e l’egemonia serba nell’area. Anche settori assai vasti della popolazione condividevano quei sentimenti: allora in modo, se non maggioritario, comunque largamente diffuso; oggi in settori minoritari che tuttavia mantengono un loro spazio. Ragionare sul boia di Srebrenica, il cui volto compare anche in un celebre murale della capitale serba Belgrado con gli occhi puntati verso la Bosnia-Erzegovina, oggi vuol dire riflettere sulle pulsioni che continuano ad agitare le società anche in Europa. Società che, una volta disarmate fisicamente, devono essere disarmate anche culturalmente. E’ più difficile, ma è assolutamente necessario, ancora oggi.