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Mladic muore, la memoria resta. Liberarsi della questione balcanica è impossibile
A Belgrado il boia di Srebrenica viene ancora celebrato come un eroe, mentre le madri delle sue vittime ne aspettano la sepoltura. La guerra è finita da trent'anni, ma la storia continua a presentare il conto
29 AGO 26

Un graffito raffigurante Ratko Mladic - foto Ansa
Non credere nell'Aldilà permette almeno di sventare l'incubo del vicinato di una morte livellatrice. I morti sono affidati e separati nella memoria. Ci saranno per loro altrettanti Aldilà quanti saranno i viventi. E nell'Aldilà della memoria sarà in vigore il fine pena mai. Ratko Mladic ha chiesto di essere sepolto accanto a sua figlia. Nessuno ha chiesto a lei.
Chissà se ci congederemo una volta per tutte dalla questione balcanica. Da qualunque abuso dell'aggettivo balcanico. Più precisamente, la lezione della Bosnia, di Sarajevo, è che le persone, le famiglie, vicine di casa, compagne di lavoro e di scuola, coniugi e genitori e figli di matrimoni misti, da un'ora all'altra si scoprono pronte a sgozzarsi, e si accorgono quasi sbalordite di aver tenuto in serbo le accette e i coltellacci, come si tengono a portata di mano vecchie candele caso mai manchi la luce per un temporale.
Ratko Mladic è morto. Dunque era vivo, malato, in un'infermeria del carcere dell'Aia. Il suo nome, accompagnato dal titolo di Eroe, sta da sempre sui muri di Banja Luka, Republika Srpska, e della Serbia. Il governo ha dichiarato che gli saranno tributati i più solenni onori militari e civili a Belgrado e in tutta la Serbia. Che fosse ancora vivo importava a un suo figlio, Darko, che, con l'appoggio del governo, chiedeva la liberazione per ragioni umanitarie. L'ultimo diniego del tribunale era venuto alla vigilia della morte. Quella figlia di Mladic, Ana, la prediletta, si era vergognata a morte di lui. Quando il generale Mladic sbrigò la faccenda di Srebrenica, Ana era morta da più di un anno. Studiava Medicina a Belgrado, aveva 23 anni, si era ammazzata con la pistola paterna. Si disse che avesse amato un musulmano di Bosnia. Clara Usón ne ha fatto la protagonista di un emozionante romanzo, "La figlia", edito da Sellerio. Un romanzo così deve tenersi all'altezza, chiamiamola così, dei documenti autentici. "Domanda: Cosa disse il grande eroe serbo, generale Mladic, quando fu messo di fronte all'accusa che i suoi uomini stupravano le donne e le bambine musulmane? Risposta: I soldati serbi non hanno gusti così scadenti". L'umorismo dei generali ha una tendenza a ripetersi. Anche a riscattarsi: il generale Jovan Divjak, serbo, fu il difensore e il beniamino di Sarajevo.
Che Mladic fosse ancora vivo importava alle madri di Srebrenica, che ancora l'altroieri avevano chiesto ai giudici di non restituirlo alla libertà. Srebrenica e il suo bianco cimitero sterminato, e la sua archeologia di resti passati al Dna, diventano meta di un pellegrinaggio ogni anno attorno all'11 luglio. Per il resto la città venne assegnata a Dayton alla Republika Srpska, agli autori del mattatoio. Le madri che ancora ci vivono assisteranno alle onoranze rese al boia.
Ero allora a Sarajevo, arrivarono donne stremate che venivano da Tuzla, precedute da voci così spaventose che si stentava a crederle. Dicevano che avevano trucidato tutti gli uomini, migliaia, che avevano stuprato le giovani, che le avevano cacciate.
Non le avevano risparmiate, al contrario. Si erano divertiti a mostrare che loro, le donne, non valevano niente, una volta trucidati i loro uomini. Mladic era per antonomasia, hanno intitolato i giornali, "il boia di Srebrenica". Aveva una divisa, era capo delle Forze armate della proclamata Repubblica serba di Bosnia. Aveva carezzato la testa di un bambino, brindato con il colonnello olandese dell'Unprofor, dato il via allo scannatoio, dal quale i suoi uomini uscirono stremati. A sua volta per antonomasia è "il macellaio di Bosnia" Radovan Karadzic, abiti borghesi, cravatta compresa. E' vivo, ha 81 anni, tre meno di Mladic, era stato un cittadino sarajevese, uno psichiatra e un poetucolo frustrato, e perciò il presidente della Repubblica serba di Bosnia. E' in carcere – all'ergastolo anche lui, dopo una condanna a 40 anni nel 2016 corretta a vita nel 2019 – nella prigione britannica di Albany, sull'Isola di Wight, dal 2021. L'Isola di Wight, quella del festival, dell'ultimo Jimy Hendrix, dei Dik Dik, sai cos'è l'Isola di Wight è per noi l'isola di chi ha negli occhi il blu. Lo trasferirono là dall'Aia per proteggerlo, perché ci sono pochi detenuti musulmani. Due anni fa fece causa al governo inglese per trattamenti disumani, l'uso limitato del computer e altro, chiedeva 50 mila sterline di risarcimento, alla ministra della Giustizia di allora, la musulmana Shabana Mahmood, oggi ministra dell'Interno.
Morirà, i giornali, quello che ne resta, intitoleranno: Morto il macellaio di Bosnia, Belgrado gli tributerà onori solenni, Mosca ripeterà che si è perpetrata l'ingiustizia dei vincitori. Slobodan Miloševicć, il capobanda, morì già nel 2006, anche lui nella prigione olandese di Scheveningen. Il quarto di spicco, in quella banda di criminali, Nikolino Koljevicć, studioso di Shakespeare, vicepresidente della pretesa Republika, fu dichiarato colpevole all'Aia nel 2016, 19 anni dopo essere morto suicida a Belgrado – "per mano criminale", commentò Marko Vesovic, il poeta: "La morte è il capomastro di Serbia". La Corte dell'Aia, voluta, materialmente costruita e inizialmente presieduta da un giudice integro come Antonio Cassese, non arrivò a condannare la Serbia, né un altro stato, bensì singoli individui, delle diverse parti. Quei tre, per l'assassinio di più di ottomila uomini e ragazzi sopra i 12 anni nel luglio 1995 di Srebrenica, per i quattro anni di assedio, bombardamento, tiro a segno e affamamento di Sarajevo, per gli stupri programmati e la pulizia etnica. Quei verdetti incombono come un macigno su ciò che si va consumando, al riparo di potenze sprezzanti della periferia balcanica, nel cuore dell'Europa e del vicino oriente.
