L’Ue “light” è un’idea rischiosa. Il “no” islandese dà un segnale a Londra e uno (mesto) all’est europeo

Nella scelta di Reykjavík c'è chi vuole vedere un modello da seguire per il Regno Unito che vuole riavvicinarsi dopo i danni provocati dall’uscita, senza rimettere in discussione la Brexit. Ma è una strada pericolosa
1 SET 26
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Foto LaPresse

Bruxelles. L’Islanda ha detto “no” alla ripresa dei negoziati di adesione con l’Unione europea e, nonostante la sconfitta nel referendum, c’è chi vuole vedere il lato positivo, perfino un modello da seguire per il Regno Unito che vuole riavvicinarsi dopo i danni provocati dall’uscita, ma senza rimettere in discussione la Brexit. “Il risultato del referendum islandese non rigetta l’integrazione europea”, spiega Alberto Alemanno, professore all’Hec di Parigi: “Dimostra che l’accordo attuale nell’ambito dello Spazio economico europeo – accesso al mercato unico, libertà di movimento e partecipazione a programmi dell’Ue senza l’adesione senza un voto sulle regole dell’Ue – è abbastanza attraente da mantenere lo status quo”. L’Islanda di fatto è integrata all’economia dell’Ue e alla sua area di libero scambio, attraverso le quattro libertà di circolazione di persone, merci, servizi e capitali. L’Islanda è anche membro dell’area Schengen, lo spazio senza controlli alle frontiere interne. L’Islanda partecipa a pieno titolo al programma di ricerca Horizon e a quello di scambio di studenti Erasmus. A marzo ha firmato con l’Ue una partnership di difesa e sicurezza che le permette anche di accedere alle commesse finanziate dal programma di riarmo Safe.
Il referendum può essere stato un tradimento dell’Ue e un brutto colpo alla sua narrazione sul polo di stabilità nell’èra di Donald Trump e Vladimir Putin. Ma questa è anche l’èra delle coalizioni dei volenterosi e potrebbe trasformarsi in un’occasione. “Il voto sottolinea il cambiamento in atto nell’architettura dell’integrazione europea”, spiega Heather Grabbe, ricercatrice del think tank Bruegel. Dopo il “no” ai negoziati di adesione sia la premier islandese, Kristrún Frostadóttir, sia il presidente del Consiglio europeo, António Costa, hanno espresso la volontà di rafforzare i legami tra l’Islanda e l’Ue. Secondo Grabbe del Bruegel, l’Islanda dimostra che “i paesi non si trovano più di fronte a una scelta binaria: aderire o no. Esistono molte alternative per i legami formali e informali in tutta Europa, molti dei quali ancorati a relazioni speciali con l’Ue. La geopolitica spinge tutti gli europei a collaborare più strettamente. La debolezza degli Stati Uniti rende più importante il polo europeo della Nato” e “l’autonomia strategica (…) ora è un obiettivo politico condiviso in molti altri settori”, ha scritto Grabbe in un paper. Lo Spazio economico europeo potrebbe dunque diventare una forma di “Pacs con l’Ue”: un’unione civile e regolamentata, senza dover passare dal matrimonio formale con il suo lungo e controverso processo di adesione.
Alcuni analisti indicano l’Islanda come modello da offrire al Regno Unito per le relazioni future con l’Ue. “Rientrare nell’Ue rimane politicamente improbabile”, dice il professor Alemanno. “Lo Spazio economico europeo potrebbe offrire una strada per tornare all’integrazione europea senza riaprire immediatamente la questione dell’appartenenza”. Alcune voci nel dibattito pubblico britannico sollevano regolarmente la prospettiva di un ritorno nel mercato unico e nell’unione doganale. Sarebbe un modo per mettere fine agli ostacoli economici creati dalla decisione di Theresa May e di Boris Johnson di perseguire la “hard Brexit”. Il premier Andy Burnham, così come il suo predecessore Keir Starmer, è alla ricerca di una formula giusta per riaprire le relazioni post Brexit senza riaprire le ferite della Brexit. Entrambi sono stati frenati da una delle conseguenze di un “Pacs” con l’Ue attraverso lo Spazio economico europeo: i paesi che ne fanno parte devono adeguare la loro legislazione nazionale alle direttive e ai regolamenti dell’Ue, senza avere alcuna influenza sulla loro adozione. L’Islanda e la Norvegia hanno devoluto gran parte della sovranità a un’entità sovranazionale di cui non sono membri. Keir Starmer non ha avuto il coraggio di seguire la loro strada, accettando l’allineamento normativo all’Ue solo per le regole fitosanitarie.
In realtà, l’Ue aveva sperato in un “sì” islandese per rilanciare la causa dell’allargamento. Finalmente un paese dell’Europa occidentale ricco era pronto ad aderire all’Ue. Dieci anni esatti dopo la Brexit sarebbe stato un successo politico da vendere alle opinioni pubbliche scettiche dell’allargamento verso i paesi più poveri dell’est. La Commissione stava già immaginando un ingresso in tandem dell’Islanda e del Montenegro nel 2028. Invece, il “no” nel referendum islandese rafforza la tesi secondo cui l’Ue è un polo di attrazione solo per i più poveri, che vedono nell’adesione la strada della prosperità occidentale, generosamente finanziata dal bilancio comunitario. Quanto al “Pacs” con l’Ue, le coalizioni dei volenterosi si stanno moltiplicando. Con la Svizzera la Commissione ha fatto molte concessioni accettando di firmare diversi accordi settoriali, invece di un accordo unico. Ma è una strada pericolosa. Nei negoziati Brexit, l’Ue aveva fissato un principio: “No cherry picking”. Al Regno Unito non doveva essere consentito di prendersi solo le parti migliori del mercato unico, senza gli obblighi e i costi previsti dalla partecipazione. Era un imperativo politico per scoraggiare altre exit. Perché l’Europa “à la carte” rischia di portare alla disintegrazione politica interna. Un domani, se eletta all’Eliseo, Marine Le Pen potrebbe benissimo invocare il modello Islanda per vendere la Frexit come un passo verso un “Pacs” con l’Ue meno costoso.