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La strada stretta di Andy Burnham sui social
Il divieto agli under 16 è stato uno degli ultimi atti di Keir Starmer. Applicarlo sarà complicato
27 AGO 26

Foto Ap, via LaPresse
Con la ripresa dei lavori parlamentari, il primo ministro britannico Andy Burnham dovrà formalizzare una proposta di legge per vietare i social network ai minori di sedici anni. Il provvedimento è un’eredità del suo predecessore, Keir Starmer, che a giugno ha annunciato di voler introdurre nel Regno Unito un limite sul modello australiano, dichiarandosi “non disposto a scendere a compromessi sulla sicurezza e la felicità degli adolescenti”. Una settimana dopo si è dimesso, e ora l’onere di dare concretezza all’iniziativa spetta al nuovo primo ministro – peraltro attivissimo sui social – proprio nel momento in cui la strategia fondata sulle restrizioni d’età appare meno popolare e inizia a porre qualche dilemma.
Una svolta significativa è arrivata due settimane fa dal Consiglio costituzionale francese, che ha bocciato la legge che avrebbe introdotto il divieto di utilizzo dei social ai minori di quindici anni, giudicata troppo ampia e lesiva della libertà d’espressione. Nonostante la diversità dei sistemi giuridici, il rischio che un divieto di questo tipo incorra in ostacoli legali è alto, e ha a che fare soprattutto con la difficoltà di definire il significato di “social network” e di circoscrivere il perimetro dei servizi digitali da sottoporre a limitazione. Nell’unico paese in cui è in vigore un divieto, l’Australia, a cui il Regno Unito esplicitamente si ispira, l’81 per cento degli adolescenti sotto i sedici anni continua a utilizzare i social, secondo i dati pubblicati a luglio da eSafety, l’ente regolatore australiano per la sicurezza online. In poco tempo quella che era considerata l’unica via possibile per tutelare i minori online ha iniziato a rivelarsi problematica e inefficace. C’è poi un più generale tema di opportunità: nel Regno Unito sedici anni è l’età minima per votare. L’idea che ragazzi fino a sedici anni siano deresponsabilizzati ed esclusi da spazi che, inevitabilmente, contribuiscono a plasmare il dibattito pubblico, e poi chiamati a partecipare alla vita democratica, è una contraddizione su cui interrogarsi.