Trump passa alle sanzioni per colpire l’Iran dopo il fallimento della guerra

Gli Stati Uniti provano con "Operation Economic Outcast" di tagliare ogni legame economico che ancora sostiene il regime. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha chiesto ai partner internazionali di unirsi all'America. L'efficacia delle sanzioni però dipende da un attore decisivo: la Cina

25 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 06:32
Immagine di Trump passa alle sanzioni per colpire l’Iran dopo il fallimento della guerra

Foto Epa via Ansa

L’amministrazione Trump ha annunciato una nuova campagna di sanzioni contro l’Iran, definita “Operation Economic Outcast”, con l’obiettivo di tagliare ogni legame economico che ancora sostiene il regime. La misura arriva in un momento delicato: la guerra iniziata a febbraio, che avrebbe dovuto portare rapidamente alla resa di Teheran, è invece in una fase di stallo, mentre l’economia iraniana è in forte sofferenza e quella americana risente dell’aumento dei prezzi di petrolio e gas.
Secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent, il piano punta a chiudere tutte le vie di finanziamento del regime, dalle criptovalute usate dai Guardiani della Rivoluzione ai trasferimenti di oro, dalle compagnie aeree alle spedizioni di petrolio e componenti militari. Il Tesoro ha annunciato sanzioni contro sessanta entità coinvolte in attività nucleari, cyber e nella vendita di petrolio. Bessent ha parlato di un’operazione “sostenuta” e ha chiesto ai partner internazionali di unirsi agli Stati Uniti, pur senza indicare quali paesi siano stati contattati né quali misure si aspettino da loro.
La novità, però, non è solo nel contenuto delle sanzioni. Come ha osservato il New York Times, la Casa Bianca sta invertendo la sequenza tradizionale della pressione americana: di solito si parte dalla diplomazia, si passa alle sanzioni e solo in ultima istanza si ricorre alla forza militare. Trump, invece, ha scelto di bombardare l’Iran quasi subito, nel tentativo di costringere Teheran a consegnare le sue scorte di uranio arricchito e forse provocare il collasso del governo. L’operazione non ha raggiunto gli obiettivi: l’uranio è ancora nei depositi colpiti, il regime è sopravvissuto – seppure con una nuova guida, il figlio dell’ayatollah Khamenei, ucciso nei primi attacchi – e la guerra ha causato la morte di diciotto americani e di centinaia o migliaia di iraniani. I costi, secondo analisti indipendenti, superano i cento miliardi di dollari.
Ora, con poche alternative rimaste, l’Amministrazione Trump torna alle sanzioni. Ma la loro efficacia dipende da un attore decisivo: la Cina. Pechino ha acquistato oltre l’80 per cento del petrolio iraniano nel 2025 e controlla banche e raffinerie che permettono a Teheran di aggirare le restrizioni. Colpire la Cina significherebbe aprire un nuovo fronte diplomatico a un mese dalla visita ufficiale di Xi Jinping a Washington, e finora non ci sono segnali che la Casa Bianca sia pronta a farlo. Senza un coinvolgimento cinese, molti esperti ritengono che l’operazione non possa raggiungere gli obiettivi dichiarati.
L’Iran, dal canto suo, ha respinto le minacce americane definendole “grandi parole” prive di conseguenze. Le autorità sostengono che i partner commerciali non seguiranno Washington e hanno avvertito che, se la “guerra economica” continuerà, nessuna goccia di petrolio passerà dal Golfo Persico. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, già teatro di interruzioni del traffico marittimo, restano quindi un elemento di pressione per Teheran.
La situazione interna iraniana è però critica. La valuta ha toccato nuovi minimi, l’inflazione è alle stelle e la vita quotidiana è diventata insostenibile per molti cittadini. Secondo alcuni analisti citati dal Washington Post, la sofferenza economica è reale e destinata ad aumentare, ma non è affatto certo che questo porterà a un cambiamento politico o a un accordo diplomatico.
Trump aveva promesso che la guerra avrebbe portato rapidamente alla resa iraniana e forse al cambio di regime. In seguito ha ammesso che la popolazione non aveva né le armi né l’organizzazione per ribellarsi. Bessent, nel presentare le nuove misure, ha invitato i soldati iraniani a chiedersi se i loro comandanti stiano guidando il paese verso la rovina, evocando il crollo del Muro di Berlino. Ma il paragone, come ricordano gli esperti, appare forzato: allora non c’era una guerra attiva né un bombardamento straniero in corso.
Oggi gli Stati Uniti puntano a un collasso economico graduale, nella speranza che la pressione finanziaria produca risultati che la guerra non ha ottenuto. È una scommessa rischiosa, che arriva in un momento in cui l’amministrazione sembra aver esaurito molte delle sue opzioni.